lunedì 26 gennaio 2004

DIALOGO TRA EBREI E CRISTIANI


Repubblica – Palermo 26.1.04

Augusto Cavadi 


Che ci fa un rabbino ebreo a Palermo? 

In questi giorni, per due pomeriggi di seguito, l’aula magna del Cei (Centro educativo ignaziano, ex Istituto Gonzaga) si è gremita di uditori: la prima volta un pubblico variegato, la seconda soprattutto docenti di religione. In cattedra il vulcanico rabbino di Ferrara, Luciano Caro, non certo privo del proverbiale humour ebraico. Come mai il  Centro pastorale  diocesano per l’ecumenismo ed il Segretariato per le attività ecumeniche hanno organizzato questo incontro in una delle più prestigiose sedi dei Gesuiti a Palermo? Perché in tutto il Paese la giornata del 17 gennaio è dedicata al dialogo fra cristiani ed ebrei e noi siciliani l’abbiamo interrotto sin dal XV secolo quando i cattolicissimi regnanti spagnoli (da cui dipendevamo) hanno delicatamente offerto alle numerose comunità ebraiche un bivio: convertirsi o emigrare.
Da allora – e negli ultimi 50 anni in particolare - le tradizioni teologico-culturali che s’incrociano nel Mediterraneo hanno fatto  da detonatore di esplosioni etniche e conflitti bellici. Per evitare questi effetti perversi -  e tentare di indirizzarle verso un reciproco intreccio fondato sul pluralismo e sulla contaminazione vicendevole – quel dialogo va riattivato. Ma non è per nulla facile.Vi si oppone - come è ovvio - l’atteggiamento regressivo dei fondamentalisti di ogni confessione religiosa (ebrei, cristiani o islamici che siano) che hanno paura di aprire gli occhi sulla storia e sulle ragioni degli altri. Vi si oppone altresì – e questo è un po’ meno ovvio -  l’atteggiamento, solo apparentemente progressista, dei ‘laicisti’ che ostentano, con soddisfatta sufficienza, totale ignoranza in campo teologico. Invertire l’andazzo attuale – dunque contrastare l’analfabetismo galoppante su tutto ciò che riguarda il fenomeno religioso – si scontra poi, in Italia, con difficoltà specifiche. Sappiamo infatti che – a causa del Concordato -  alla libertà ‘formale’ di studiare ciò che si vuole corrisponde, nei fatti, una drastica ristrettezza mentale: nelle università statali è impossibile studiare teologia e nelle scuole - elementari e medie – si può solo studiare teologia cattolica. Anzi, in verità, neppure questa perché dalla pratica didattica invalsa presso la stragrande maggioranza degli insegnanti di religione (col pieno appoggio dei colleghi e dei dirigenti scolastici)  sono scomparse letture bibliche e chiarimenti dottrinari, allegramente sostituiti da test psicologici sull’affettività e raccolta di carta usata per i barboni metropolitani.Se la ricerca teologica fosse davvero ‘libera’ (dunque praticabile oltre i recinti delle università pontificie - controllate dal papa - e degli istituti di scienze religiose diocesani - controllati dai vescovi) e se i suoi risultati potessero agevolmente arrivare agli insegnanti che occupano le cattedre sparse sul territorio nazionale (attualmente insegnanti di  ‘dottrina cattolica’ dipendenti direttamente dall’autorità religiosa locale; in ipotesi insegnanti di ‘storia delle religioni’ dipendenti esclusivamente dal ministero dell’istruzione), avremmo le condizioni necessarie per rivedere molti ‘luoghi comuni’ ormai radicati nell’immaginario collettivo.Tra i pregiudizi che regnano indisturbati in proposito s’incontra, proprio ai primi passi di ogni percorso di documentazione, la convinzione che ebraismo e cristianesimo siano stati – sin dalle origini – due ‘religioni’ ben delineate e nettamente contrapposte. Per circa due millenni si sarebbe sviluppata e consolidata la religione ebraica; poi sarebbe arrivato un certo Gesù che – spiazzando discepoli e avversari – avrebbe dichiarato di essere Dio in terra e di voler fondare una nuova religione. In pochi anni, forse in pochi mesi gli astanti avrebbero preso posizione: alcuni tradizionalisti si sarebbero confermati nelle loro posizioni ebraiche, altri più aperti avrebbero abbracciato il cristianesimo e volto definitivamente le spalle alla religione dei loro padri. Con tutte le conseguenze dolorose che, in venti lunghi secoli, la storia ha abbondantemente testimoniato.Ma le cose sono andate davvero così? Come ho potuto apprendere qualche settimana fa, partecipando ad un seminario nazionale organizzato a Napoli su iniziativa della Facoltà teologica dell’Italia Meridionale (Sezione “S. Luigi”, a Posillipo) e dell’Università “Federico II” , gli storici del cristianesimo sono arrivati a conclusioni parecchio diverse. Per riprendere l’introduzione al convegno di uno di loro, il prof. Sergio Tanzarella, “l’idea tradizionale che individuava in Gesù il fondatore del cristianesimo quale religione già sostanzialmente distinta dal giudaismo oggi è decisamente revocata in dubbio. La pubblicazione dei manoscritti di Qumran e di Nag Hammadi (…) ed altri fattori ancora hanno favorito un radicale cambiamento nel modo di concepire il giudaismo del Secondo Tempio e le origini cristiane. Quelle che venivano presentate tendenzialmente come due realtà monolitiche, separate e contrapposte sin dall’inizio, hanno rivelato un volto più pluralistico e un patrimonio comune di gran lunga più ampio di quanto non si sospettasse. Oggi difficilmente si può più dubitare che il variegato movimento messianico animato dalla fede in Gesù di Nazareth abbia costituito, nella fasi iniziali della sua storia, una corrente interna al cosiddetto medio giudaismo”.   Se storicamente i fatti si sono svolti così, il cristiani non possono guardare agli ebrei come a “deicidi” di cui diffidare e – al massimo – da tollerare: bensì come a fratelli maggiori, forse meglio come ai genitori da cui hanno tratto origine. Essere cristiani non può comportare il rinnegamento delle radici giudaiche perché è uno dei modi (originale per quanto si voglia) di essere ebrei. Questa consapevolezza non ha nulla a che fare con l’indulgenza nei confronti dello Stato d’Israele attuale: se mai, legittima ulteriormente la protesta contro comportamenti politici in contraddizione con la storia di un popolo tanto  a lungo – e tanto ingiustamente – perseguitato. E la stessa figura del Maestro va rivisitata e ricontestualizzata , anche a costo di ridimensionarne i tratti mitici posteriori. Una sana demitizzazione, dettata dal rispetto per i dati storici e per i documenti letterari e non dalla smania di contestare ad ogni costo le eredità ricevute, non può che aprire spazi al dialogo fra le religioni e, conseguentemente, fra le civiltà da esse profondamente contrassegnate. Il futuro politico dell’umanità non può che guadagnarci. E Dio, se c’è, altrettanto. 

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