venerdì 28 maggio 2004

LA PIRA: UN MESSAGGIO SEMPRE PIU’ ATTUALE


Centonove 28.5.04

Augusto Cavadi


LA RADICALITÀ DI UN CATTOLICO ANOMALO 

Ci sono personalità ritenute non abbastanza significative da meritare d’entrare nei manuali di storia scolastici e condannate, dunque, a perdere anche questo appena percettibile aggancio alla memoria collettiva. Giorgio La Pira è tra queste. Perciò la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” di Palermo ha approfittato del centenario della sua nascita (Pozzallo, provincia di Ragusa, 1904) per organizzare sabato 15 maggio - al Palazzo municipale di Bagheria - un seminario nazionale in suo onore con la partecipazione, insieme allo storico del cristianesimo don Francesco Michele Stabile, dei sindaci di Bagheria, Pino Fricano, e di Gela,  Rosario Crocetta.

Chi è stato

Emigrato al Nord, distintosi ben presto come studioso di diritto, viene eletto nel 1946 nella cerchia ristretta dei ‘padri costituenti’. Insieme ad altri ‘professorini’ – come dispregiativamente furono chiamati lui, Dossetti, Lazzati, Fanfani ed altri  -  militò nella Democrazia Cristiana con l’intenzione, rivelatasi in gran parte illusoria, di immettere nelle vene della “Balena bianca” idee evangeliche ed istanze autenticamente popolari. Quel gruppo di ‘innovatori’ non era omogeneo. Alcuni, come Amintore Fanfani, erano – come dire ? – più elastici: si adattarono con duttilità ai mutamenti epocali e passarono dalla cattedra di “mistica fascista” a quella di “economia politica” secondo i princìpi della dottrina sociale cattolica. Riuscirono ad avere amici dappertutto e di tutto rispetto: dalle nostre parti, il ministro Giovanni Gioia e (sino a quando non preferì passare con Andreotti) l’eurodeputato Salvo Lima. Altri, come Dossetti, si smarrirono davanti alla mastodonticità del partito di massa ‘pigliatutto’: a un certo punto, si fecero monaci e si ritirarono in Terrasanta per pregare e commentare la Bibbia. Da quel deserto silente Dossetti uscì solo una volta, quando Berlusconi vinse le sue prime elezioni nel 1994, per diffondere agli amici rimasti in Italia un accorato messaggio: “Sveglia, sentinella: la notte non è mai stata così profonda”.
La Pira non fu un vincente nella scalata al potere, ma neppure un autoesiliato. Trascorse qualche tempo al governo nazionale, da sottosegretario, senza collezionare esperienze che lo potessero  entusiasmare: “Chi fosse il vero padrone in Italia lo capii di colpo un giorno in cui, uscendo da una riunione con De Gasperi e l’ingegner Valletta della Fiat, De Gasperi – capo del governo – prese il cappotto di Valletta e glielo infilò con premura”. Pensò allora di ritagliarsi, anticipando di parecchi decenni la stagione dei sindaci, un suo ambito di presenza e di azione a livello comunale. Accettò la sindacatura di Firenze: senza ripiegamenti provinciali, trasformò lo scranno di Palazzo Vecchio in tribuna per parlare al mondo. la sua opera divise profondamente gli animi. Alcuni, come don Ernesto Balducci, restarono impressionati della semplicità quasi naif di questo ometto dimesso, che viveva nella cella di un convento domenicano, distribuiva personalmente la minestra ai barboni, arringava le folle con oratoria zoppicante e argomentazioni un po’ sconnesse logicamente, ma ardente di passione per la giustizia sociale, per la libertà degli oppressi e per la pace nel mondo. Altri – ovviamente a cominciare da ‘fratelli’ di cordata – non gli perdonarono mai la scarsa diplomazia, l’immediatezza con cui si rivolgeva direttamente ai potenti della Terra per chiedere la cessazione dei conflitti bellici (a cominciare dalla disastrosa guerra in Viet-Nam), la caparbia  - da “comunistello di sacrestia” – con cui chiedeva il finanziamento governativo delle fabbriche in fallimento o la requisizione degli appartamenti vuoti a vantaggio degli sfrattati. “Una città – amava ripetere con una frase che piacque al cardinale francese Jean Danielou – è una città solo se Dio vi ha una casa e gli uomini pure”.

Un radicalismo anomalo

Non senza ragione, nell’immaginario collettivo il cattolico ‘medio’ è un moderato. La sua appartenenza ecclesiale lo destinerebbe a non prendere mai posizioni nette, a mediare, a sopire. Ma era questa – storicamente – l’atteggiamento di Gesù di fronte alle alternative sociopolitiche del suo tempo? Come ha ricordato, fra gli altri, Francesco Michele Stabile in un libretto ormai quasi introvabile (Gesù e la politica in AA.VV., La fede laica e la politica, a cura di R. Giuè, La Zisa, Palermo 2000), “se Gesù relativizza le istituzioni e le realizzazioni storiche significa che siamo noi i responsabili delle scelte storiche e tocca quindi a noi scegliere la strada, le modalità e le soluzioni più consone per realizzare la liberazione dell’uomo. Tuttavia, proprio per il suo radicalismo escatologico, non si può parlare di equidistanza di Gesù da ogni soluzione politica e sociale. Certamente Gesù si rivolgeva all’uomo chiedendo la conversione del cuore all’accoglienza dell’amore di Dio e del prossimo, e l’amore è una forza dirompente non solo nei rapporti interpersonali, ma anche sociali. Per questo Gesù era vicino a coloro che volevano cambiare le regole  ele strutture della società del potere e del dominio più che a coloro che volevano conservare la rigidità della legge che finiva per rendere schiavo l’uomo. Egli propone una comunità alternativa di fratelli. (…). Diventa perciò problematico collocare Gesù in quella che oggi si suole definire come area moderata ” (pp. 50 – 51).
Se ciò è storicamente fondato, non dovrebbe provocare stupore il fatto che quando un cattolico – andando al di là della cortina bimillenaria di ‘prudenze’ diplomatiche e di glosse interpretative – prova a rivivere il vangelo nella sua autenticità, si scopre inquieto e insofferente rispetto ai paletti del conformismo dominante. La sua vocazione cristiana lo rende, per così dire costitutivamente, geloso custode della “laicità della scelta politica” (p. 50): come nel caso del suo Maestro, non si rassegna alla “sacralizzazione” né del “conservatorismo” né del “riformismo” né della stessa “rivoluzione sociale o politica” (p. 50). Egli sa, come ha ricordato anche una figura contemporanea e conterranea di La Pira, don Milani, che ci si può servire dei poveri facendo finta di servire i poveri. Perciò la radicalità evangelica è una radicalità sui generis: “una contestazione globale di ogni realizzazione umana che presume di essere assoluta” (p. 50).

Per la libertà e per il pane, ma inseparabilmente

La Pira, con tutte le sue contraddizioni, è stato un cattolico ‘evangelico’. Dunque, nel modo in cui il vangelo lo consente  - e lo impone – un radicale. Che in linea generale ciò significhi basarsi sulla convinzione che “niente è assoluto di ciò che l’uomo costruisce, altrimenti la pretesa di assolutezza si trasforma in dominio” (p. 52), l’abbiamo chiarito a sufficienza. Come per Gesù di Nazareth, si potrebbe ribadire per Giorgio La Pira che “anche la rivoluzione e il cambiamento devono avvenire secondo le regole del regno. Ci si può servire infatti anche dei poveri per realizzare sogni di dominio e di grandezza o anche ci si può lasciare fanatizzare dall’ideologia che diventa più importante dell’uomo stesso che si vuole liberare” (p. 51). Ma che cosa ha comportato, in particolare e in concreto, per il sindaco di Firenze l’attuazione di questi criteri?
Mi piacerebbe dire che egli è stato così radicale da assumere i due valori supremi del XX secolo - la libertà e il lavoro (di cui il pane è frutto e simbolo) – senza accontentarsi dell’uno a scapito dell’altro. Egli non ha avuto paura della Rivoluzione francese del 1789 né di quella d’Ottobre del 1917, ma non si è rassegnato all’aut-aut fra liberalismo e socialismo. O, si potrebbe dire, che ha temuto sia la prima che la seconda grande rivoluzione mondiale in quanto separavano, nei fatti se non nei programmi, ciò che solo indivisamente andava difeso: la dignità di ogni persona umana nella sua singolarità e il dovere della collettività di assicurare il soddisfacimento dei bisogni elementari dei cittadini. Radicale è la lotta per la libertà; radicale la lotta per la giusta retribuzione della ricchezza: ma, ancor più radicale nella sostanza (anche se non sempre nella forma esteriore: spesso si viene equivocati per incerti e poco rivoluzionari), la lotta per la libertà nella giustizia, per la giustizia nella libertà.
Quanto alla battaglia nella direzione della libertà, mi pare significativo, fra tanti, un episodio che – corredato da ogni documentazione – è riportato anche nel recente, prezioso libretto La purificazione della memoria (Dehoniane, Bologna 2003) di Sergio Tanzarella. Il francese Autant- Lara gira il film Tu non uccidere sull’obiezione di coscienza; nonostante l’accoglienza positiva al festival di Venezia del 1961, viene censurato per la tesi antimilitarista; La Pira organizza una proiezione privata per discuterne con politici ed intellettuali. La reazione è durissima. La Pira viene denunziato e processato, il ministro degli interni Mario Scelba lo attacca in una seduta straordinaria del governo e, gelido, il ministro della difesa Giulio Andreotti rifiuta con un telegramma l’invito alla visione del film: “Tuo invito mi produce amarezza e stupore. Personalmente non conosco il film in questione e neppure desidero vederlo essendo stato vietato da competenti organismi cattolici. Non so dove andremo a finire mettendoci al di sopra della legge e della morale comune” (cfr. p. 106).
A differenza del mittente del telegramma (che avrà tutto il tempo di osservare da molto vicino dove saremmo andati a finire, una volta scavalcata la legge e la morale comune),   questo personaggio bizzarro, genialoide e un po’ patetico, non ha dubbi: la coscienza soggettiva è inviolabile. Ma non per questo possiamo considerare La Pira un semplice liberale.  Egli combatte, sul fronte per così dire opposto, una battaglia non meno dura per la difesa di coloro che sono schiacciati dai meccanismi del capitalismo. Più d’una volta, scende in campo per esigere l’intervento dello Stato a favore degli operai a rischio di licenziamento e lui stesso, utilizzando i poteri di sindaco, espropria ville e case sfitte per assegnarle a chi non è in grado di procurarsi un tetto. Don Luigi Sturzo, che non era certo un mostro ma aveva maturato una visione cautamente ‘interclassista’, lo attacca sprezzantemente e, alludendo al libro del 1952 intitolato L’attesa della povera gente, bolla La Pira come “statalista della povera gente”. Ma il professorino non si lascia intimidire dall’autorevolezza del fondatore del suo partito e reagisce sul medesimo registro tragico-ironico: “Cosa deve rispondere il sindaco di una città agli sfrattati, ia licenziati, ai disoccupati, ai miseri che si presentano – e giustamente – da lui per chiedere casa, lavoro, assistenza? Deve forse dire: - sa, non sono statalista, mi dispiace; ho poco da fare; - sa, non posso violare le divine leggi della iniziativa privata: si arrangi; vada in pace (rilegga Giacomo II,15). Cosa risponderà quel poveretto? Questo è un cristiano? Un sindaco? Questo è un mascalzonbe, un fariseo! Non c’è casa? Con tanti quartieri di ‘riguardo’ vuoti! Non c’è lavoro? Con tanti lavori che potrebbero essere fatti; con tante iniziative che potrebbero essere prese; con tante risorse produttive che potrebbero essere impiegate! Non c’è denaro? Con tanti risparmi – e di quali impressionanti dimensioni! – che stagnano inoperosi! Altro che marxismo, caro don Sturzo! Si fa presto – ed è anche comodo! – lanciare accuse di marxismo a coloro che cercano di ‘scendere da cavallo’ per sanare il fratello iniquamente ferito!” (Cattolici e mercato. La grande polemica, a cura di D. Antiseri, Ideazione, Roma 1996, pp. 66 – 67).

Né libertà né lavoro senza pace

Se, da cattolico, La Pira avesse abbracciato con determinazione la causa della libertà o la causa della giustizia sociale sarebbe stato un cattolico anomalo. Ma la sua radicalità è anomala al quadrato perché, come ho cercato di mostrare sia pur rapidamente, egli ha abbracciato le due cause contestualmente, sinotticamente. Se non temessi il gioco di parole, aggiungerei che egli è stato radicale addirittura al cubo perché ha visto con lucidità profetica quello che molti liberali radicali e molti socialisti rivoluzionari del suo tempo non vedevano: che l’attuazione dei loro modelli di civiltà, basati rispettivamente sulla libertà e sulla giustizia sociale, non si sarebbe verificata se non fosse venuta meno la tensione bipolare fra Ovest ed Est. Detto altrimenti: che in un clima da “guerra fredda” il capitalismo euro-americano e il socialismo sovietico avrebbero dato il peggio di sé. Da qui la sua costante attenzione intellettuale – e la sua mobilitazione pratica – per la difesa della pace mondiale.
Superfluo osservare che neppure in questo ambito la sua strategia (avviata nel 1967  recandosi in Egitto da Nasser e in Israele da Abba Eban) sarebbe stata  molto fortunata. Per lui era evidente che ebrei, cristiani e musulmani dovessero riscoprire la comune radice abramitica e, in essa, radicare la convivenza: dunque deporre le armi per fonderle e farne aratri. Sino al 1977  - anno della sua morte – , e soprattutto dopo, la scena mondiale sarebbe stata occupata da statisti di ben altra levatura che, proiettandosi al di sopra dei sogni infantili del piccolo profeta siciliano, avrebbero proclamato (con l’autorevole avallo di altrettanto illuminati colleghi) “guerre infinite” e “scontri di civiltà”. Con i risultati confortanti e promettenti che sono sotto gli occhi di tutti.                                                  

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