venerdì 4 giugno 2004

STUDENTI E MAFIA


Repubblica – Palermo 4.6.04
Augusto Cavadi

PER DIFENDERE I RAGAZZI

Ogni tanto l’osservatore esterno entra nella scuola, constata che il re è nudo e – se non è condizionato da bassi interessi – lo dichiara papale papale. Qualche insegnante si adira, qualche giornalista trova un titolo schiaffeggiante: sessanta secondi in un tg locale e, dopo qualche ora, si ritorna alla routine di sempre. Anche con la notizia di queste settimane - per i nostri ragazzini la mafia dà lavoro e sicurezza, Falcone e Borsellino sono stati degli ingenui perdenti – vogliamo consentire che finisca così?
Basterà ignorare tre o quattro evidenze.

La prima è che la scuola – mediamente - non è né migliore né peggiore del contesto sociale in cui è inserita. Essa non ha possibilità di cambiamento, né dunque responsabilità, maggiori o minori rispetto alle altre agenzie educative: in tema di legalità, come in qualsiasi altro ambito, può essere efficace solo in sinergia con i modelli familiari, i messaggi televisivi, le prediche ecclesiali. Certo, quando lo ritiene giusto deve remare contro: ma se s’illude di farcela alla lunga distanza, senza che qualche altra istanza si muova nella società, si condanna all’amaro risveglio del Don Chisciotte.
Ma è poi detto che la maggioranza degli insegnanti remino contro l’andazzo generale? Sondaggi e statistiche parlano chiaro: in Sicilia, come nel resto d’Italia, i docenti si orientano culturalmente e politicamente come la media degli altri cittadini. Dunque la maggior parte degli educatori siciliani (presidi, personale amministrativo e bidelli compresi: sono tutte figure che influenzano la mentalità degli alunni, e quanto!) ha votato – e probabilmente rivoterà – a favore di un governo nazionale e di uno regionale che, non volendo modificare i comportamenti, modificano le leggi in modo da farli diventare leciti. Da qui la seconda evidenza: che cosa ci si può attendere di autentico, di non convenzionale, da una maggioranza di educatori consonanti con un governo nazionale che manda in Sicilia, per scoprire la stele di Falcone, il teorico della convivenza con la mafia e con un governo regionale che ha superato il record storico di membri inquisiti per i reati più vari (al punto che uno di loro ha festeggiato pubblicamente la sentenza di condanna per turbativa d’asta, essendo stato discolpato dall’accusa di complicità mafiosa)?
E’ facile obiettarmi che c’è una forte minoranza di docenti nella scuola, come di cittadini nella società, che comunque s’impegna quotidianamente per testimoniare, a parole e a fatti, una scala di valori alternativi. Se non ne fossi convinto, la mia perseveranza più che trentennale nelle aule sarebbe prova eloquente  di  labilità mentale. Ma ciò non esclude – anzi impone – che ci si pongano delle domande autocritiche sulle ragioni del nostro parziale fallimento o, se si preferisce per ragioni terapeutiche, del nostro incompleto successo. Ed è qui che, se vogliamo essere sinceri, ci imbattiamo in una terza evidenza: anche noi insegnanti ‘democratici’ adottiamo strategie dagli ‘effetti collaterali’ disastrosi. E’ proprio certo che una overdose precoce (scuole elementari e medie inferiori) di tavole rotonde, dibattiti, cortei, assemblee di iniziative antimafia sia la cura  più adatta per formare le coscienze ad una cittadinanza critica? O non sarebbe meglio lavorare gradualmente, per piccoli gruppi, senza ‘precettare’ intere scolaresche nell’illusione che anche conferenze barbose, o convegni di quattro ore consecutive, alla fin fine, qualche traccia dovranno pur lasciarla? Mi pare tanto ingenua quanto diffusa la tendenza a mantenere con le generazioni del XXI secolo quelle stesse modalità comunicative che andavano bene, se veramente andavano bene, per i loro genitori trenta o quaranta anni prima. Ma la pigrizia mentale incide, ancor più gravemente, sui contenuti della didattica antimafiosa. E siamo ad una quarta evidenza. Anche recentissime esperienze (rese possibili da volenterose colleghe che hanno organizzato corsi di aggiornamento sull’argomento cui hanno aderito cinque o sei insegnanti su tre o quattro scuole invitate: dunque su tre o quattrocento insegnanti invitati) mi hanno confermato nella sconsolante convinzione che il fatto di occupare abitualmente una cattedra induce a supporre di saperne abbastanza su tutto.Come se il sistema di potere mafioso fosse identico a sé stesso. E come se tali trasformazioni del sistema – pur nella continuità di certe caratteristiche strutturali –  non producessero, per fortuna, nuovi studi da parte di sociologi, giuristi, magistrati, politologi, economisti, psicologi, pedagogisti. Per carità, non possiamo essere specialisti in ogni campo! Ma un pizzico di saggezza socratica, sollecitandoci ad apprendere un po’ più di quel che sappiamo di non sapere, non guasterebbe. Almeno nella mia vita, la lezione più  efficace e duratura di Costa, Chinnici, Falcone e Borsellino è stata che ci sono battaglie per le quali il cuore non basta: ci vuole anche cervello.

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