venerdì 22 ottobre 2004

LA FILOSOFIA PUO’ GUARIRE L’INDIVIDUALISMO


“Centonove” 22.10.04

Augusto Cavadi 


Coscienza e fiore di loto 

Il lettore di “Centonove” ha avuto notizia di Luigi Lombardi Vallauri l’anno scorso in occasione di un suo tour siciliano e del suo libro Nera Luce (Le Lettere, Firenze 2001). Un’appettitosa occasione per approfondirne la conoscenza è costituita da un volume edito a Padova dalla Cedam nel 2002 che, nonostante il titolo (Riduzionismo e oltre), reca un sottotitolo (Dispense di filosofia per il diritto) riduttivo o, comunque, tale da indurre a riservarlo mentalmente alla ristretta cerchia degli studenti fiorentini che devono affrontare l’esame universitario curriculare.  Ma, se ciò avvenisse, sarebbe davvero un’occasione mancata per quanti (pur non essendo filosofi di mestiere) volessero aggiornarsi  - in poche pagine , dense e stilisticamente accattivanti – su alcuni dei temi più scottanti del dibattito filosofico contemporaneo.
Il primo capitolo serve all’autore per fare il punto sulla “situazione storica nella quale siamo costretti, e chiamati, a vivere” (p. 1). Se per “Impero” intendiamo “la macromolecola geopolitica del Nord-Occidente, che raggruppa principalmente l’Europa, il Nordamerica e il Giappone sotto l’egemonia globale degli Stati Uniti” (p. 3), oggi assistiamo al fenomeno – apparentemente contraddittorio (se lo fosse realmente, non si darebbe) – di “trionfo e crisi dell’Impero” (ivi). Trionfo in quanto i valori (positivi, negativi o discutibili) di questa fetta di umanità sono ormai egemoni (persino nell’immaginario dei popoli che le si oppongono); crisi perché gli effetti nocivi – diretti o collaterali - di questi ‘valori’ sono ormai palesi a livello sia “strutturale” (pp. 5 – 6) che “esistenziale” (pp. 6 – 7). Alla “impressionante (…) sproporzione tra la potenza dell’Impero sul piano militare o delle biotecnologie e la sua penosa debolezza sul piano mentale, psicologico o delle pratiche spirituali” (p. 7) non sanno opporre rimedio né le ideologie né le religioni. Si tratta, infatti, di misurarsi con la “radice unitaria” (p. 14) dell’ambiguità del Moderno. Lombardi Vallauri propone di condensare tale radice in una formula impossibile da riprendere (pp. 14 – 18) che, con imperdonabile semplificazione, si potrebbe sintetizzare: riduzionismo teoretico (esiste solo ciò che è misurabile scientificamente) e pratico (ha valore solo ciò che risponde all’individualismo possessivo).  Se né le religioni né le ideologie politiche tradizionali sono adatte ad analizzare e ribaltare “l’AIDS culturale dell’Impero” (p. 19), non resta che rivolgersi alla filosofia. Ma cos’è questa filosofia? Alla risposta viene dedicato per intero il secondo capitolo, partendo da una definizione non proprio scontata (in nessun senso del termine) della filosofia come “ricerca esistenziale e razionale della verità del fondamento/significato/valore ultimo della vita umana e del mondo” (p. 22. In corsivo nel testo). Sappiamo, dopo Wittgenstein, quanto sia spontaneo bollare queste aspirazioni come ‘bernoccoli’ della mente: ma chiedersi come mai si ripresentino puntualmente ad ogni nuova generazione sembrerebbe essere un problema reale più che uno “pseudoproblema”…Il bersaglio centrale del ‘riduzionismo’ scientista è proprio l’uomo: egli sarebbe “niente altro che” un impasto di materia, energia e informazione algoritmica. Perciò il terzo capitolo, vero e proprio cuore del libro, è una articolata e documentata critica della “negazione riduzionista della soggettività” (p. 35), nella convinzione che essa sia “davvero un quid completamente diverso da qualsiasi oggetto o fenomeno materico- energetico- informazionale accessibile alla fisica latamente intesa” (p. 36). Il che, ovviamente, non comporta la minima sottovalutazione della dimensione corporea e biologica di tale soggettività: ognuno di noi è, per riecheggiare un mantra tibetano, “gioiello della mente spirituale” che risplende “nel fiore di loto del corpo cosmico” (p. 72).  La categoria della ‘soggettività’ serve all’autore come criterio orientativo per affrontare le tematiche etiche: e non solo della bioetica, in cui è in gioco il destino dell’essere umano (dall’ingegneria genetica all’eutanasia), ma anche dell’etica più comprensiva inglobante il rapporto dell’uomo con gli altri animali e con l’ambiente “selvaggio”. Infatti, ‘soggetto’ si è in molti sensi e a molti livelli: e là dove c’è una scintilla di soggettività (come nel caso degli animali non-umani), c’è proporzionatamente una titolarità di diritti fondamentali. Il cammino non è privo di insidie: ma Lombardi Vallauri lo percorre con passo accorto e, soprattutto, delicato. Il registro che adotta è scevro da trionfalismi dogmatici: il registro di “un’etica e un diritto dolorosamente perplessi” (p. 107).Ma il diritto – e la stessa etica filosofica – non sono la méta ultima dell’avventura umana sulla terra. Secondo l’autore – che si autodefinisce “post-cristiano, post-scientista, post-urbano, post-consumista” (p. 198: ma spero che per una volta il proto non me lo corregga in ‘comunista’…) -  l’anima è, come suggerito da “un’immagine struggente di Peguy”, “una bambina ignara del suo splendore” (p. 199) che sorelle maggiori prendono per mano e accompagnano sino alla conquista di sè stessa. Tali “sorelle grandi” hanno molti nomi nelle diverse epoche e nelle diverse culture: “bodhi”, “nirvana”, “samadhi”, “illuminazione”, “realizzazione ontologica”, “emozione estetica”, “estasi pre-orgasmica”, “rapimento amoroso”, “agape/caritas”, “esaltazione avventurale” (p. 199) e così via. Solo chi ha sperimentato, qualche volta almeno, nella vita uno stato simile di estasi (di uscita da sé e di unione con ciò che è reale) – laica o religiosa -, può convincersi, pascalianamente, che l’uomo supera infinitamente senza con ciò precipitare nel delirio d’onnipotenza: “Il singolo asceta lavora alla propria illuminazione, non inventa l’illuminazione; l’ontologo sperimenta o propizia attimi di risveglio-realizzazione, non inventa il risveglio-realizzazione; nessun pittore inventa il bello in pittura, nessun amante inventa, con la sua storia d’amore, il modus amoris” (p. 199).Simili visioni antropologiche – incastonate in un più ampio scenario cosmologico -  possono apparire evasive rispetto alla dura quotidianità feriale. L’autore è troppo saggio per ignorare che esse (proprio come le banalità – che potrebbero sostituire - solidificatesi nell’immaginario collettivo) hanno sul piano della pratica politica ed economica delle ricadute non indifferenti e, in chiusura, vi accenna, per esempio dove scrive: “La cosiddetta cultura della managerialità è – vista dalla prospettiva della cultura pleromatica – una delle due o tre forme fondamentali possibili della negazione della cultura. Il manager-per-il-profitto è una pura e semplice gigantografia operativa dell’individualista possessivo, cioè dell’avversario oggi forse più potente che si trova di fronte l’umanesimo pleromatico” (p. 216). Si tratta, comunque, di accenni troppo rapidi. Nell’animo del lettore che arriva all’ultima pagina potrebbe profilarsi il desiderio che, sporgendosi oltre l’aristocratica impoliticità maturata, Lombardi Vallauri prepari qualche volta delle dispense di filosofia per… la politica.

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