sabato 24 dicembre 2005

NATALE


“Repubblica- Palermo” 24.12.05


GLI AUGURI SENZA LA RELIGIONE

Ammettiamolo: con l’arietta che tira, scambiarsi gli auguri sta diventando un problema. Pronunziamo “buon natale”? E rischiamo di fare la figura dei bigotti che danno per scontata, senza la minima esitazione, la condivisione unanime della fede cristiana in una società fortunatamente affollata di etero-credenti e di nulla-credenti. Evitiamo ogni accenno al “natale”? E rischiamo di autoemarginarci, artificiosamente ed un po’ snobisticamente, da un contesto sociale pullulante di presepi, nenie, alberi addobbati, barbuti e panciuti vecchiotti vestiti di rosso…Forse – in tali ambasce – può soccorrerci la rassicurazione di Freud alla signora in cerca di consigli su come comportarsi con i figli: “Stia tranquilla, si rilassi. Tanto sbaglierà in ogni caso”. Eppure, nel lungo periodo, si potrebbe tentare  - ognuno per la sua parte – di divincolarsi da dilemmi così antipatici. Come insegna la storia, l’accentuazione trionfalistica di una religione (o di una dottrina politica di regime) provoca  - per reazione uguale e contraria – una sana voglia di dissacrazione o, per lo meno, di secolarizzazione. Quando invece lo spazio pubblico è davvero pubblico, le tensioni si allentano: la piazza torna ad essere il luogo in cui ciascuno può essere sé stesso, senza dover imporre ad altri i propri simboli identitari. E senza temere di venirne privato. Un’utopia immaginare un modello di convivenza civile talmente laica che a dicembre ci si possa scambiare gli auguri di ‘buon natale’ come ad ottobre di ‘felice conclusione di ramadan”? A ben riflettere è quanto avviene già in altre ricorrenze: non mi pare che, quando ci si augura a vicenda ‘buon carnevale’, si intenda fare professione di neo-paganesimo militante…
Tutto questo, però, implica - come dire ? - un ridimensionamento complessivo della tematica dell’appartenenza confessionale. Che a questo raffreddamento dei fervori religiosi possa contribuire il mondo dei laici dovrebbe essere scontato (e dico ‘dovrebbe’ perché le cronache recenti registrano la diffusione del vezzo di alcuni intellettuali e politici di difendere le ragioni del cattolicesimo da posizioni atee o, per lo meno, agnostiche. Forse per calcoli di bottega, forse per raccattare un surrogato ideologico dell’etica conservatrice in esaurimento). Meno ovvio, ma non meno vero, è che allo stesso obiettivo possano contribuire anche i cristiani più autentici e avvertiti. Essi, infatti, sanno ormai da decenni che la ‘religione’ è un fatto storico, mondano, culturalmente connotato: dunque qualcosa di ambiguo e, comunque, di diverso dalla ‘fede’. Che è, invece, un atteggiamento personale, interiore, incatalogabile. Un’apertura di credito al mistero della vita, con le sue sorprese entusiasmanti e le sue prove angoscianti; una capacità di donazione senza l’attesa spasmodica della gratificazione sociale; una serietà, nel costruire mattone dopo mattone la casa comune della giustizia, tale  da non sentirsi in obbligo di censurare o camuffare le rare occasioni di allegria, di godimento e di festa. Esegesi biblica e cristologia sistematica vanno sempre più scoprendo, con smarrimento per alcuni e con giubilo per altri, che Gesù il Nazareno non ha inteso fondare nessuna ‘religione’, quanto piuttosto testimoniare la sua fede sobria e profonda in un Padre comune che, maternamente, vorrebbe per tutti i suoi figli “il pane e le rose”. E che dunque non è detto che essere ‘religioso’ equivalga ad avere ‘fede’: anzi, come ha ricordato in questi ultimi mesi  - a Palermo prima, a Cefalù dopo -  il biblista cattolico p. Alberto Maggi, pare proprio che più si è ‘religiosi’ più si è lontani dal vangelo. Chi ha a cuore la faticosa coltivazione della fede correttamente intesa, non può che desiderare un abbassamento dei toni delle prediche e delle luci natalizie. E un più preciso e quotidiano e collettivo impegno perché si riduca la sofferenza, fisica e morale, di miliardi di innocenti. Solo in questo ipotetico clima di pudore, di raccoglimento, di rispetto per le prospettive altrui e di preoccupazione per gli impoveriti della storia, un cristiano potrebbe persino augurare  - e sentirsi augurare –  “buon natale”.

Augusto Cavadi     

venerdì 23 dicembre 2005

FELICITA’: NON INDIVIDUALE MA COME COMUNITA’


“Centonove”, 23.12.05

In occasione del natale
BREVE VIAGGIO ALL’INTERNO DELLA PROPRIA IDENTITA’

Nel chiacchiericcio sulle modalità più corrette per relazionarsi alle identità culturali degli immigrati che – inesorabilmente e non senza vantaggi per l’economia europea – si vanno inserendo nel nostro tessuto sociale, molto raramente ci si pone la domanda sul grado di consapevolezza che abbiamo della nostra stessa identità. Non solo la pensiamo monoliticamente (laddove, noi europei, siamo figli di Atene e di Gerusalemme, di Roma e de La Mecca, di Parigi e di Berlino…); non solo la pensiamo fissisticamente (laddove, noi europei, siamo un impasto dinamicamente aperto alle religioni orientali, alle musiche africane, alle tecnologie americane…); ma – come se non fossero abbastanza gravi tutte  queste deformazioni mentali – ignoriamo persino i tratti costitutivi essenziali di quei filoni (come il cristianesimo) che tendiamo, abusivamente, ad assolutizzare (dimenticando – o sottovalutando – gli altri). Esiste – ad esempio – una ‘magna charta’ del cristianesimo? Gli esegeti più accreditati (in campo cattolico, ortodosso e protestante) non hanno dubbi: essa sarebbe formulata nel celebre “discorso della montagna”, al cui centro vigoreggiano le  celebri ‘beatitudini’. Se è così, dobbiamo attentamente chiederci: questa ‘carta costituzionale’ ce l’hanno presentata correttamente e correttamente l’abbiamo recepita o ce l’hanno presentata in maniera deformata e - non potevamo altrimenti – l’abbiamo equivocata disastrosamente? La questione non è irrilevante. Nella prima ipotesi saremmo in continuità col vangelo, in linea con la proposta di Gesù, profeta saggio e vagabondo; nella seconda (proprio in un punto decisivo!) prigionieri di una truffa e, se ci professiamo cristiani,  truffatori – sia pure in buona fede – noi stessi.
Se realizzassimo un breve sondaggio in via Libertà a Palermo o in via Etnea a Catania, la stragrande maggioranza della gente (senza differenza fra chi si dice credente, ateo o indifferente) non avrebbe dubbi: Gesù, soprattutto con il discorso sulle beatitudini, ha fondato una religione spiritualistica (centrata sul primato dello spirito rispetto al corpo) e ultramondana (centrata sul futuro eterno rispetto al presente temporale).
Prendiamo una ‘beatitudine’ a caso: “Beati voi che ora sentite i morsi della fame, perché sarete saziati” (Luca 6, 20). Tutto appare evidente: Gesù sta dicendo ai poveri del suo giro di sopportare in questa vita la loro fame (e – aggiunge l’evangelista Matteo nel passo parallelo: 5,4 - la loro sete di giustizia)  perché nell’altra, finalmente liberati dai vincoli del corpo, saranno definitivamente soddisfatti. Lo specifico del cristianesimo sarebbe dunque ovvio: accetta con pazienza le sofferenze terrene e sarai premiato in paradiso. Ma è davvero tutto così ovvio? O quando si prova ad aprire qualche commento biblico un po’ critico, di genere specialistico, abbastanza aggiornato, i conti non tornano più e si resta disorientati?
Leggendo, ad esempio, gli studi del p. J. Dupont (cfr. Le beatitudini, Paoline, Ciniselle Balsamo 1992) , si scopre che Gesù non era per nulla un funzionario statale o ecclesiastico incaricato di calmare gli animi, di raffreddare le tensioni e le tentazioni di rivolta: non era né reazionario né conservatore. Anzi neppure moderato. Parlava alla gente concreta della sua terra e del suo tempo: un popolo dove c’erano certo anche ricchi e potenti, o per lo meno borghesucci ben sistemati, ma la cui maggioranza schiacciante era costituita da persone che provavano la fame e la sete in maniera molto fisica, letterale, concreta. Volevano giustizia perché i Romani li trattavano come coloni e alcuni ebrei – alleandosi con le forze di  occupazione – approfittavano del regime per sfruttare i propri fratelli di sangue e di fede. Avevano fame, volevano giustizia: e Gesù li chiama ‘felici’ perché con lui, in quel momento storico e in quel luogo geografico, sarebbero stati sfamati e avrebbero ricevuto il risarcimento per i torti subiti. Nessun dualismo antropologico, dunque, fra una presunta beatitudine dello spirito e l’effettiva miseria corporale. Gesù non sposta neppure la questione dal piano dell’attualità esistenziale verso un al di là dai contorni indefiniti: promette, anzi annunzia come imminente, un Regno di Dio in cui tutti possano avere “pane e carezze” (come usa esprimersi il teologo Armido Rizzi) o, per dirla col titolo di un bel film di Ken Loach, “pane e rose”. Un Regno in cui – come amava ripetere il sindaco di Firenze Giorgio La Pira – “ognuno abbia una casa e anche Dio possa abitare in pace la sua”.
Se è così, quanti si ritengono credenti in Cristo, nel Messia inviato da Dio,  rischiano di fallire due volte.
Una volta, come comunità: in quanto chiesa. Se il manifesto programmatico del cristianesimo è l’avvento di questo “regno” di giustizia, nella libertà e nella fratellanza, non c’è dubbio: stiamo assistendo al fallimento del predicatore di Galilea. Come argomentava Sergio Quinzio in uno splendido testo edito dall’Adelphi, così intitolato, siamo spettatori della “sconfitta di Dio”. Viviamo il tempo della delusione  senza muovere un dito per cambiarla di segno: senza attivarci affinché diventi vero, attuale, palpabile che l’affamato venga saziato, l’assetato abbia la sua acqua, il senza casa ottenga un tetto. E, soprattutto, che – a quanti possono  lavorare per procurarsi pane, acqua e tetto -  venga data la possibilità di lavorare. Ancora il 16 dicembre del 2005 il Direttore generale della Fao, Diouf, rende noto che le persone al di sotto dei livelli minimi di nutrizione sono, nel pianeta, 852 milioni: ma  le gerarchie ecclesiastiche sembrano concentrate sulla vita sessuale dei fedeli (e persino degli altri cittadini) o sulle possibili agevolazioni fiscali per gli istituti cattolici. Su temi, dunque, che Gesù Cristo non ha neppure sfiorato di passaggio nei suoi anni di vita pubblica.
Una seconda volta, quanti si dicono credenti nel vangelo, rischiano di fallire come singole personalità. Perché cercano la felicità – la  ‘beatitudine’ – e non possono non cercarla: ma nella direzione sbagliata.   La cercano adeguandosi alla mentalità dominante in Occidente (e dunque competendo con gli altri, abbassando gli altri, strumentalizzandoli e manovrandoli) senza neppure sospettare che la felicità si nasconde, come frutto prezioso, nelle relazioni cooperative. Ed emerge, lentamente, là dove si tesse la promozione di chi è bistrattato, la valorizzazione di chi è sottovalutato. Essa ci sorprende mentre siamo concentrati altrove: a scrutare ogni spiraglio di bellezza, a decifrare ogni frammento di verità, soprattutto a curare ogni piaga altrui dimenticata. La sperimentiamo come effetto collaterale di un’esistenza orientata a ristrutturare quelle condizioni sistematicamente  e durevolmente violente che provocano sofferenza, frustrazione, violenza occasionale ed emotiva.
Una incursione alla ricerca seria delle nostre radici – di alcune delle nostre tante radici – potrebbe dunque aprire orizzonti di senso oscurati da secoli di conformismo (forse non del tutto innocente) sino a farci addirittura scoprire, come scrive Elio Rindone a conclusione del suo breve ma intenso volumetto Ma è possibile essere felici? Interrogare il passato senza restarne prigionieri (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2004, pp. 89 – 90), che “il modo migliore per avvicinarci alla felicità è quello di non pensarci troppo! Occuparci un po’ della felicità altrui potrebbe infatti giovare molto anche alla nostra felicità: persino se ciò dovesse sul momento costarci”.

Augusto Cavadi

martedì 20 dicembre 2005

LA CHIESA AL BIVIO


Repubblica - Palermo
20.12.05

Augusto Cavadi
CARMELO  TORCIVIA La Chiesa oltre la cristianità
Edizioni Dehoniane Bologna

Pagine 162

Euro 14,50

Con il termine cristianesimo si designa una religione (dunque un complesso di dottrine, simboli, pratiche liturgiche e norme morali): col vocabolo cristianità s’intende, invece, quell’insieme di società che nella storia si sono lasciate permeare dal cristianesimo. Per l’autore, prete palermitano impegnato su molti fronti, la cristianità è ormai tramontata: si è spezzato il nesso, ritenuto una volta indissolubile, fra cristianesimo e società occidentale. Siamo, così, arrivati all’anticamera della dissoluzione dello stesso cristianesimo? La risposta di don Torcivia è articolata e argomentata. Ridotta brutalmente all’osso: il cristianesimo è al bivio. O tenterà di ricostruire un’omogeneità sociologica e culturale del passato (e brucerà le residue energie in questo tentativo nostalgico) o accetterà, con maturità e laicità, di vivere la novità della condizione di minoranza “senza considerarla una sconfitta, ma piuttosto una risorsa” (p. 10). Magari – si potrebbe aggiungere sommessamente – spogliandosi di qualche superfetazione dogmatica e moralistica di troppo.

sabato 17 dicembre 2005

LA VERITA’ DEI CATTOLICI E LA LIBERTA’ DELLA FEDE


Repubblica – Palermo
17.12.05
   
NOTO E LA VERITA’ DEL CRISTIANESIMO

Don Vincenzo Noto – in un intervento dell’altro ieri -  ha voluto sottolineare, con la solita acutezza, una problematica reale che si evidenzia anche dalle nostre parti, dopo essersi manifestata da decenni in aree multiculturali come gli Stati Uniti d’America e le grandi metropoli europee: si può mantenere la propria identità religiosa in una società pluralistica o, per evitare lo scoglio del fanatismo intollerante, ci si deve arenare nelle secche del relativismo qualunquistico? La risposta del presbitero monrealese non lascia spazio a dubbi: “È possibile per un cristiano cattolico concludere che la sua religione è la «vera» e, quindi, la presenza di altri culti e fedi lo può aiutare a vivere meglio i contenuti etici di un credo che ha non solo i crismi dell´attendibilità, ma la certezza della verità perché frutto della rivelazione divina”.

Una risposta del genere ha il pregio apprezzabile di affermare – con linguaggio accessibile anche ad un pubblico non particolarmente ferrato in teologia – la linea dottrinaria ufficiale dell’attuale magistero cattolico. Ma lo stesso lettore “medio” a cui si rivolge don Noto ha - mi permetterei di aggiungere sommessamente – il diritto di sapere che questo insegnamento ufficiale non è unanimemente condiviso  all’interno della stessa chiesa cattolica né, ancor meno, dalla più ampia famiglia dei credenti cristiani (ortodossi, protestanti, anglicani…).
Esiste un sempre più nutrito filone di pensiero teologico e di prassi ecclesiale convinto, con K. Gibran Kahlil, che nessuno possa dire di aver colto ‘la’ verità, ma – nel migliore dei casi – ‘una’ verità. Che cosa propongono – in proposito- gli esponenti di questo orientamento culturale (tra  cui Leonardo Boff, Hans Küng, Eugen Drewermann, p. Dupuis, don Carlo Molari, mons. Sartori, p. Alex Zanotelli, don Luigi Ciotti e tanti altri che sarebbe impossibile elencare dettagliatamente)? Diciamolo subito: non certo una poltiglia indifferenziata di credi, liturgie e organizzazioni ecclesiali. Il futuro religioso dell’umanità non sta – secondo questa prospettiva – in una “notte oscura in cui tutte le vacche sono nere”. La torre di Babele è crollata non perché si parlavano molte lingue (interpretazione ingenua tradizionale), ma perché si è tentato forzatamente di ridurle ad una sola (interpretazione esegetica moderna più aderente al testo biblico). Dunque il cristiano non solo può, ma deve, conservarsi fedele alla propria storia, ai propri libri sacri, ai propri modelli interpretativi ed etici. Esattamente come l’ebreo o l’islamico, l’induista o il buddista.
Il problema è un altro: questa fedeltà alla propria storia implica, necessariamente, la convinzione di un primato – anzi di un’esclusività originale e incomparabile – di tale tradizione rispetto alle altre modalità di approccio al divino? Quasi che il cristianesimo fosse l’unica via  rivelata dall’alto e tutte altre religioni fossero sforzi (un tempo demonizzati, oggi tollerati) di salire verso Dio partendo dal basso? La risposta di quei pensatori – e in non pochi casi anche splendidi uomini di fede e di azione - a cui mi riferisco è, nel complesso, negativa. Essi ritengono che ogni religione sia frutto incrociato di ispirazione celeste, dall’alto, e di ricerca terrestre, dal basso: e che non si tratta di stilare impossibili graduatorie di eccellenza, ma di convivere nel rispetto delle differenze e nella condivisione dei valori comuni. Anzi, per dirla tutta, questa prospettiva teologica (oggi  minoritaria fra le gerarchie ecclesiastiche cattoliche, ma – forse -  non nel mondo cattolico né - certamente – nel mondo più ampiamente cristiano) ritiene che il discepolo di Gesù di Nazareth abbia da imparare (per correggere ed integrare il proprio modo di rapportarsi al Trascendente e al prossimo) non solo da ogni altra religione, ma anche da quei fratelli e da quelle sorelle in umanità che non si riconoscono in nessuna religione. Nella serietà e nel pudore del silenzio di tanti agnostici di fronte al Mistero, come nella generosità e nell’abnegazione  di tanti atei che dedicano la propria vita per affermare la giustizia e la libertà, il cristiano è invitato a trovare preziosi elementi da meditare e da interiorizzare e da ritradurre nella pratica quotidiana. Senza complessi di inferiorità. Né di superiorità. Un po’ come aveva intravisto l’assemblea di tutti i vescovi cattolici quando, quarant’anni fa, a conclusione del Concilio ecumenico Vaticano II, scriveva nella Gaudium et spes: “La Chiesa sente con gratitudine di ricevere vari aiuti dagli uomini di qualsiasi grado e condizione. Anzi, confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino a motivo della opposizione di quanti la avversano o la perseguitano”.

Augusto Cavadi

mercoledì 14 dicembre 2005

IL CONCILIO VATICANO II E LA SICILIA


REPUBBLICA - PALERMO

14.12.05

QUARANT’ANNI DI CONCILIO NELL’ISOLA DELLE MADONNA

Proprio nel dicembre del 1965 si chiudeva a Roma il Concilio ecumenico Vaticano II: dunque la più solenne e impegnativa riunione dei vescovi di tutto il mondo che la Chiesa cattolica possa convocare. Si trattò di uno di quei sommovimenti tellurici le cui ondate si propagano lentamente ma inesorabilmente dall’epicentro alla più lontana periferia (Enzo Di Natali, ad esempio, ha pubblicato l’anno scorso con il Centro culturale agrigentino “Pier Paolo Pasolini ” un interessante volume su Il dopo Concilio ad Agrigento e i cattolici del dissenso con ampi riferimenti ai contrasti intraecclesiali a proposito del referendum contro il divorzio). E la propagazione non avviene solo nello spazio: a quarant’anni esatti, non si cessa di registrare gli effetti dirompenti di quell’esplosione teologica.

Forse, a occhio – per così dire – nudo, il profano non avverte la drasticità della svolta. E ciò per almeno due ragioni. La prima è che la Chiesa cattolica è maestra di diplomazia e sa nascondere, dietro il velo della continuità, le rotture più sconvolgenti (per evitare che il “popolo di Dio”, avendone coscienza, resti smarrito e perda fiducia nella guida di piloti capaci di manovre tanto spericolate). La seconda ragione è che la radicalità e la pericolosità della brusca inversione di rotta operata dal Concilio sono oggi presenti allo sguardo preoccupato di chi le contrasta (i conservatori, più o meno dotti, che papa Wojtyla ha piazzato nei posti chiave della gerrachia) più di quanto lo siano alla coscienza di chi le condivide: non si spiegherebbe uno solo dei discorsi, ad esempio, di Benedetto XVI se non li si leggesse come tentativi  - forse disperati forse destinati al successo – di reinterpretare il messaggio conciliare in chiave di normalizzazione teorica e disciplinare. Insomma: sulla memoria del Vaticano II si gioca il presente, e in una certa misura anche il futuro, della Chiesa cattolica.

Se non si tiene nel debito conto questa problematica niente affatto archeologica, non si può apprezzare adeguatamente l’iniziativa che oggi (alle ore 16, in via Maqueda 324) viene offerta alla città dall’associazione “Dialoghi dal Concilio” e dalla Facoltà di Scienze politiche: una conferenza, seguita da pubblico dibattito, su “Magistero della Chiesa e laicità dello Stato” tenuta dal giornalista  - uno dei più autorevoli “vaticanisti” italiani ed autore di numerosi studi -  Giancarlo Zizzola. Come si può intuire sin dal titolo, infatti, sarebbe miopia culturale ignorare che si tratta di tematiche non certo esclusivamente ‘interne’ alla comunità credente: i dibattiti recenti attestano, con preoccupante vivacità, che sono in gioco delicati equilibri sociali e istituzionali.

Ma qual è il cuore della questione?  Un’indicazione preziosa possiamo trovarla nel recentissimo volume La Chiesa oltre la cristianità che don Carmelo Torcivia, noto anche ai lettori di questo foglio, ha pubblicato con le Dehoniane di Bologna. Molto in breve: se con la parola ‘cristianesimo’designiamo una religione e con ‘cristianità’ ogni sistema sociale che, storicamente, si è impregnato di cristianesimo, oggi assistiamo al tramonto della cristianità. Si è spezzato il vincolo fra trono ed altare, fra potere politico e potere ecclesiastico. La Chiesa è dunque di fronte a un bivio: o tentare l’impossibile ritorno ai bei tempi andati, al trionfalismo invadente della “religione di Stato”, o accettare – con serenità – di essere ormai una minoranza numerica che deve giocare la sua battaglia ad armi pari con le altre minoranze (religiose, ma anche culturali) distribuite nel Paese. La prima impostazione produrrebbe nuovi concordati, più o meno palesi, fra esponenti della gerarchia cattolica e uomini di governo (disposti, come Benito Mussolini, a firmare accordi strumentali nonostante la personale, totale estraneità ai dettami evangelici); la seconda condurrebbe, invece, in tempi più o meno brevi, a rinunziare ad ogni patto precedente che comporti ambigui privilegi (per giunta pagati al prezzo di silenziare ogni critica della comunità ecclesiale nei confronti di chi ha la responsabilità della cosa pubblica). Il presbitero e teologo palermitano non sembra avere dubbi su quale delle due strade intraprendere (mantenendosi fedele alla “figura di Chiesa disegnata dal Concilio Vaticano II, che si è posta in linea di discontinuità con il modello di Chiesa offerto dalla cristianità e in continuità ideale con quello offerto dalla Chiesa delle origini”): “innanzitutto, il rispetto  profondo della laicità dello Stato e delle sue istituzioni e, più in generale, l’apprezzamento dell’idea della laicità. La Chiesa non ha nulla da temere da una giusta concezione della laicità, ben distante dai vari laicismi. Essa stessa, anzi, se ne deve fare garante e promotrice, senza minimamente cedere alla tentazione di non osservarne alcune caratteristiche, seppure a fin di bene”. Parole chiare, ma dure da comprendere in una regione in cui il presidente in carica può ritenersi abilitato a consacrare l’isola alla Madonna senza incorrere nella divertita presa di distanza dei vescovi deprivati di una competenza per così dire professionale ed in cui, al contrario, una candidata alla presidenza può essere accusata di estremismo anarcoide solo perché – nonostante una fede convinta e praticata -  ritiene che la campagna elettorale non si fondi su promesse di contributi alle parrocchie e di finanziamenti alle scuole cattoliche.

Augusto Cavadi

martedì 22 novembre 2005

PAROLE E PENSIERI DEGLI ANIMALI


Repubblica – Palermo
22.11.05
Augusto Cavadi

DANIEL FOHR
Nelson e Georges
Nuova Ipsa
Pagine 92
Euro 7

Chi non ha mai ospitato un animale in casa, difficilmente apprezzerà una  pièce teatrale interamente giocata sul dialogo fra Nelson, single  impelagato in amori difficili, ed il suo gattone Georges. Per chi, invece, ha sperimentato la familiarità con un rappresentante di altre specie, nulla sembrerà più naturale, più credibile, di un ‘padrone’ che parla al suo Micio e di un Micio che gli risponde ora con stizza ora con umorismo. Il linguaggio delle parole, infatti, per quanto speciale non può pretendere d’essere l’unico tra viventi. Rivolgersi al felino accanto, poi, significa dare voce a una dimensione antropologica istintuale, viscerale, passionale che possiamo censurare solo a costo di gravi scompensi psichici. Non è un caso che in civiltà di raffinata elevatezza, come quella assiro-babilonese o egiziana, gli animali hanno prestato il volto alla rappresentazione del Divino. L’atto unico di Fohr non si srotola in allegria né si chiude lietamente: ma vuole insinuare qualche dubbio sulla convinzione, un po’ ingenua, che l’uomo sia il re dell’universo.

venerdì 18 novembre 2005

IL CONVEGNO


Centonove
18.11.05


MEDITERRANEO DA… AGGIORNARE

Dell’Ucc (Università etica per la condivisione della conoscenza: www.universitaetica.net) il nostro giornale si è già occupato altre volte. Dopo l’esordio con un seminario a Bruxelles sulla politica dell’Unione europea (28 – 30 giugno 2005), questa struttura privata - senza fini di lucro - di servizio culturale alle realtà locali (amministrazioni civiche, organizzazioni partitiche e sindacali, associazioni di volontariato…)  torna in azione con una proposta in collaborazione con la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Palermo. Convoca, infatti, nel capoluogo siciliano - dal 7 all’11 dicembre – la prima edizione delle “Giornate del Mediterraneo” destinate a far sì che alcuni esperti della ricerca scientifica possano socializzare le acquisizioni più recenti ed autorevoli della loro riflessione dialogando con esponenti della cittadinanza attiva. Su che temi?  Con un occhio al 2010 (data in cui il Mediterraneo sarà dichiarato area di libero scambio), il Comitato promotore dell’Ucc ha ritenuto opportuno procedere per passi graduali (alternando, per ogni tappa, sessioni generali e gruppi di lavoro più ristretti).
Ovviamente si inizierà con il tentativo di aggiornare la fotografia del Mediterraneo: perché – lungi dal presentarsi come lago di pace – appare come arena di conflitti? C’è una questione di identità (che significa essere israeliani e/o ebrei? Che significa essere europei e/o cristiani? Che significa essere arabi e/o islamici?) che non esclude, anzi forse addirittura esige, il confronto dialettico con le identità altrui.

Ma già riferirsi ad una identità etnico-culturale è problematico. Per limitarsi alla prospettiva della struttura che promuove l’evento, ci sono molti  modi di essere europei. Un esempio fra tanti: quando l’Unione Europea decide che dal 2010 il Mediterraneo verrà dichiarato “area di libero scambio”, chi è il soggetto della decisione? E’ l’intera popolazione europea che, direttamente o indirettamente, lo decide o non sono piuttosto alcune fasce socio-economiche forti, concentrate nell’Europa continentale, che decidono a spese di altre fasce socio-economiche deboli (sia europee sia, a maggior ragione, extra-europee)? Dunque, un po’ semplificando, si potrebbe individuare una questione doppia: del dialogo fra europei e non-europei e, preliminarmente, del dialogo fra europei continentali ed europei mediterranei.
Come se il quadro non fosse abbastanza complicato, bisogna aggiungere che nella trama dei rapporti fra gli abitanti del Mediterraneo – già problematici, quando non esplicitamente conflittuali – incidono ulteriormente gli interventi esterni: di Stati (come gli USA e la Russia) e di gruppi industriali multinazionali radicati in zone molto lontane del pianeta. E’ appena il caso di notare che questo genere di interferenze esterne nel bacino mediterraneo producono molto raramente conseguenze positive dal punto di vista della convivenza pacifica e dello sviluppo sostenibile.
Se questo – per tratti sommari – è lo scenario complessivo, emerge la domanda sul “che fare”. A chi tocca restituire ai popoli del Mediterraneo il loro protagonismo storico? Nessuna delle grandi istituzioni politiche internazionali ha interesse a questa operazione di democratizzazione. Dunque sono gli Europei del Sud, in confronto dialogico con Mediorientali e Africani del Nord, che devono riappropriarsi della titolarità perduta – o minacciata – di soggetti consapevoli ed attivi. Compito di leaders politici e intellettuali, certamente; ma anche, in misura non minore, delle comunità locali, delle associazioni civiche, dei movimenti religiosi non imprigionati in gabbie fondamentalistiche. Per questo è previsto che la sessione conclusiva dia voce ai partecipanti-destinatari dell’iniziativa: a coloro che potranno tradurre nella continuità e nella fecondità del quotidiano un nuovo modo di progettare il futuro. A coloro cui spetta – per usare una formula ispirata alle opere di Franco Cassano - imparare a pensare il Mediterraneo dal punto di vista del Sud.

Augusto Cavadi

martedì 1 novembre 2005

DONNE E RELIGIONE


Repubblica – Palermo
1.11.05

LA SICILIANA CHE GUIDA I VALDESI DELL’ITALIA

Nel linguaggio comune, ‘cristiano’ e ‘cattolico’  si adoperano come sinonimi. Da mille anni, però, non è così. Sino all’undicesimo secolo, infatti, esisteva (a prescindere da esigui filoni ereticali) una sola chiesa cristiana: poi, da quando le chiese orientali greche e slave si sono staccate dal papa di Roma costituendo la confederazione ‘ortodossa’, si sono moltiplicate nel mondo decine di comunità cristiane, diverse dalla chiesa cattolica (e non di rado da essa duramente avversate). Per esempio le chiese valdesi e le metodiste che appartengono alla variegata famiglia del protestantesimo e , dal 1979, sono federate in un unico Patto d’integrazione.

Come è stato riportato dalla stampa (forse per gli aspetti folkloristici più che per interesse intrinseco verso l’evento), ad agosto il Sinodo, che si riunisce in rappresentanza dei 35.000 fedeli sparsi per il Paese, ha eletto come Moderatrice della Tavola – dunque come massimo esponente – la cinquantunenne Maria Bonafede. Di passaggio per poche ore a Palermo, l’abbiamo incontrata per una conversazione amichevole a tutto campo. A cominciare – ovviamente – dal motivo della visita in Sicilia:  “In quanto Moderatora, faccio parte del Comitato che sovrintende il Centro diaconale della Noce. Non potevo dunque mancare ad una delle poche riunioni annuali in cui si fa il punto su una delle sedi più attive e più prestigiose che noi valdo-metodisti gestiamo nel Mezzogiorno”. Come è noto, il Centro di via Evangelista Di Blasi è scuola elementare parificata (scelta anche da famiglie areligiose in quanto ritenuta più laica di tante altre statali: i programmi non prevedono l’insegnamento di nessuna religione), centro di accoglienza per immigrati extra-comunitari, foresteria per turisti e operatori sociali provenienti un po’ da tutto il mondo. Questo viaggio di lavoro è però anche un ritorno alle radici: “Mio padre era palermitano e anche mio nonno materno era siciliano. Sono nata a Milano, vivo con mio marito e mio figlio a Roma, ma quando leggo Sciascia o Bufalino mi sembra di riconoscere qualche venatura del mio carattere. La fede cristiana, infatti, mi spinge ad affrontare costruttivamente le sfide della storia, ma avverto anche – in sottofondo – una sorta di saggezza arcaica, mediterranea, che mi pressa in senso opposto: a non pretendere troppo e a saper accettare anche i dati immodificabili che ci condizionano”. Maria Bonafede riconosce di essere soltanto all’inizio nella conoscenza della realtà meridionale che, alla luce del nuovo incarico pastorale, diventa indifferibile:  “Tanto più – commenta aspirando l’ennesima sigaretta, con la tazzina di caffé in mano – che le nostre comunità nel Sud conservano qualcosa di pionieristico, di anticonformistico, che forse in altre zone si va perdendo. Nelle Valli valdesi in Piemonte, ad esempio, si nasce – per così dire – protestanti: tutti lo sono e, in un certo senso, non lo è nessuno. Qui vedo che è ancora un’opzione controcorrente, di minoranza: dunque una scelta più faticosa, ma anche più consapevole e più combattiva. Non è un caso che registriamo una notevole fioritura di vocazioni a farsi pastore – e pastora – proprio nel Meridione”. Perché oggi ci si dovrebbe convertire al vangelo? Molte persone – colte, psicologicamente equilibrate – pensano che sia un messaggio confortante: ma, appunto, anche troppo. Perché non dovrebbero accettare, con realismo, un orizzonte meno consolatorio?  “E’ quello che mi chiede con insistenza sempre più critica mio figlio, studente liceale diciassettenne. Il papa attuale pensa di poter far leva su dimostrazioni filosofiche e argomenti razionali convincenti. Noi protestanti riteniamo, invece, di non avere motivazioni stringenti. Viviamo, come tutte le altre creature, l’esperienza della sofferenza, del male, del nonsenso: solo che riteniamo di poter accogliere, in questo marasma caotico, una Parola di salvezza che apre alla speranza. Nulla di schiacciante per evidenza, però: solo una promessa debole, una parola crocifissa”. Proprio il giorno prima, la signora ha partecipato – in rappresentanza delle sue chiese – ad un importante incontro interconfessionale in Campidoglio con altri cristiani, ebrei e musulmani. “Le difficoltà non mancano in nessuno di questi fronti. Meno, forse, in questa fase, con gli ebrei. Con i cattolici va recuperato il clima, molto più favorevole, del post-concilio ecumenico celebrato a Roma negli anni Sessanta. Anche con gli islamici la strada che resta è ancora lunga: si ha l’impressione che troppo spesso alla nostra mano tesa si risponda, dall’altra parte, con una consapevolezza eccessiva dei propri pregi e dei propri meriti”. Anche a rischio di cadere nel banale, non posso sottrarmi alla curiosità di sapere cosa pensi del  femminismo: “Sappiamo che il movimento delle donne ha attraversato varie fasi: la contrapposizione al maschio in nome dell’uguaglianza, la segregazione fra donne, la più recente e ambigua stagione della differenza. Dico ambigua perché, con la scusa che siamo differenti, rischiamo di cristallizzare lo status quo: di accettare come ricchezza una disuguaglianza che, in effetti, penalizza noi donne. Abbiamo così assistito alla rinascita di tante espressioni della femminilità tradizionale che sembravano essere state spazzate via alla fine del XX secolo. Oggi, però, mi pare che un nuovo spirito critico si stia risvegliando nelle giovanissime. Non so se si tratta di una constatazione oggettiva o di un’illusione ottica. In ogni caso, il femminismo non è passato invano. Ancora all’inizio degli anni Sessanta, le nostre chiese discutevano se ammettere o meno le donne al ministero pastorale. La stessa recente elezione di una donna a presiedere la Tavola – è la prima volta che accade nella storia - sarebbe stata impensabile senza il movimento femminista”. La informo sul dibattito - che ha animato, circa due anni fa, le pagine palermitane di “Repubblica” – sulla insignificanza di molte prediche domenicali: “Devo subito precisare che, dall’esterno, mi è sembrato di notare in questi ultimi venti anni un notevole miglioramento qualitativo medio delle omelie nelle celebrazioni liturgiche cattoliche. Nella tradizione protestante, la preparazione della predica ha avuto da sempre un ruolo rilevantissimo: i maestri più anziani ci hanno sempre raccomandato di iniziare a studiare il brano da commentare sin dalla mattina del lunedì, ruminandolo per l’intera settimana. Ai colleghi cattolici raccomanderei dunque quello che raccomando a me stessa: di studiare seriamente la Bibbia. Non ci sono scorciatoie misticheggianti: bisogna informarsi, aggiornarsi, approfondire senza la presunzione di sapere tutto il necessario. Altrettanto importante, però, è lasciarsi sorprendere e colpire da quella pagina che si deve spiegare: se un versetto biblico non ha detto nulla  a te pastore, tu non sarai capace di comunicare nulla ai fedeli in ascolto. La gente percepisce subito la differenza fra chi ripete a pappagallo una lezione appena appresa e chi proclama a voce alta ciò che lo ha toccato nel profondo del cuore”. Una teologa così impegnata anche dal punto di vista del governo pastorale trova il tempo di pregare? “In alcune fasi della mia vita mi è stato più facile trovare del tempo da dedicare esplicitamente al dialogo con Dio. Ma in altre fasi vivo la preghiera non tanto come uno spazio speciale, quanto come una dimensione che accompagna – quasi  musica di sottofondo -  i vari momenti della giornata. Quando per esempio devo celebrare un funerale difficile – intendo in seguito alla morte di una bambino o di una madre che lascia un figlio handicappato – avverto dentro di me un groviglio di sentimenti: compassione, rabbia, impotenza. Ecco, evitare di rimuovere questo vortice, non provare pudore nel manifestarlo all’Eterno, chiedergli di non farci cadere nella disperazione, appigliarmi alla tenue promessa di una liberazione finale: in ciò consiste, molto spesso, il mio pregare”.

Augusto Cavadi

giovedì 27 ottobre 2005

MA CHI E’ VERAMENTE SUPERIORE?


“Repubblica – Palermo” 27.10.05


IL DILEMMA DELL’ETICA APPLICATO AI POLLI

Sembra che (per il momento, almeno) l’epidemia aviaria, pur sfiorando il Mediterraneo,  abbia risparmiato la Sicilia. Le statistiche delle categorie interessate confermano la percezione dell’osservatore medio: il consumo di pollame e di volatili è crollato. E’ già successo con la mucca pazza, succederà altre volte: la gente si allarma, si astiene, poi dimentica gradualmente, infine ritorna alle abitudini precedenti. Ciclicamente: da un’emergenza all’altra. Qualcuno, però, anche nella nostra città, non si rassegna. E  - per esempio con un lenzuolo bianco vergato a mano su uno dei cavalcavia della circonvallazione – lancia il suo grido: “Vegetariano è meglio”. Oppure, da tempo, fotocopia un foglio stampato al computer, lo intitola ambiziosamente e un po’ autoironicamente “Lo scondizolo. Periodico di informazione per gli amici dei cani” (www.loscondinzolo.135.it) e lo distribuisce, in maniera – si diceva – militante, negli ambienti più disparati. Qualche altro, per esempio il professore Alberto Biuso che insegna “filosofia della mente “ all’Università di Catania, preferisce scrivere delle e-mail ‘aperte’ ai direttori delle testate giornalistiche della Rai: “nei vostri servizi accurati sulla pandemia si parla di tutte le possibili conseguenze per i cittadini, i consumatori, i produttori…ma non una parola sulle prime vittime di questo disastro e cioè i volatili, creature vive sterminate coi metodi più brutali. Un’indifferenza che a me sembra sconcertante e inaccettabile”.

C’è chi preferisce lavorare sulla lunga distanza per diffondere una diversa mentalità: come la piccola, combattiva casa editrice palermitana che ha tradotto dal francese una pièce teatrale imperniata sul dialogo fra un gatto e il suo ‘padrone’ (Daniel Fohr, Nelson e Georges, Nuova Ipsa).
Insomma, il messaggio – portato avanti con mezzi poveri, da minoranze esigue e considerate un po’ originali – è che certi eventi dovrebbero sollevare il velo su drammi molto più estesi e molto più duraturi: in questo caso l’assoluto disprezzo ordinario con cui un animale che si ritiene privilegiato tratta gli altri animali. Ora, delle due l’una: o questa superiorità dell’uomo non esiste (e allora non si giustifica lo sterminio dei consimili) o esiste (e allora proprio una maggiore consapevolezza dovrebbe renderci più attenti ai diritti di chi non ha voce).
Considerazioni come queste non pretendono di risolvere questioni tanto serie. Gli slogan possono servire per enunciare degli interrogativi più che per argomentare delle risposte. La tragedia è che certi interrogativi vengono da noi rimossi prima ancora che acquistino figura e consistenza. Per esempio asserendo che, con tanti disastri che affliggono l’umanità, sarebbe davvero un lusso preoccuparsi pure della sofferenza di polli, vitelli e pesce-spada. Chi sostiene questo non si rende conto che l’atteggiamento violento contro la vita non si lascia frammentare e rinchiudere in compartimenti separati: non si può difendere la vita del nascituro se si dimentica la vita della madre né la vita dei malati terminali se si dimentica il destino delle vittime di guerra. Così non si avrà mai abbastanza cura della persona umana in un contesto culturale, politico ed economico in cui si riduce ogni fratello in animalità a bestia da macello.
Da dove ripartire? Il pensatore francese Levinas ha suggerito di rifondare l’etica sul volto concreto dell’altro. Lui pensava a ogni ‘altro’, comunque sempre all’interno della razza umana. Forse si potrebbe per analogia estendere il metodo anche agli ‘altri’ che appartengono ad altre specie viventi. Sino a quando sono per noi massa indistinta, possiamo divorare senza problemi gli agnelli arrostiti: ma se ne avessimo allevato uno nel giardino di casa, se ci avesse riscaldato il grembo col suo calore e ci avesse fissato col suo sguardo tenero di creatura inerme, avremmo la stessa disinvoltura nel trucidarlo? Mangeremmo cani e gatti come in Cina anche se si trattasse del nostro Fido o della nostra Micetta? O taglieremmo le loro corde vocali per non udirne l’urlo quando sono sottoposti a vivisezione? Accetteremmo, insomma, di ritenere lecito per mille esemplari ciò che ripugnerebbe alla nostra coscienza nel caso di un singolo esserino? Domande. Solo domande. Se imparassimo a non censurarle con fretta, persino l’aviaria avrebbe dei risvolti positivi.

Augusto Cavadi

venerdì 14 ottobre 2005

IL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA


“Centonove” 14.10.05


Tutti i governatori possibili

Dopo la proposta di candidatura alla presidenza della Regione a Pippo Baudo, si potrebbero trarre dalla vicenda motivi di piagnistei nell’area progressista del tutto simmetrici ai motivi di sollievo per scampato pericolo da parte dell’area conservatrice. Per l’una e per l’altra, però, sarebbero possibili anche spunti di riflessione costruttiva.
Quando è circolata la notizia della proposta di Prodi e Rutelli a SuperPippo, la reazione di moltissimi militanti di sinistra è stata comprensibilmente di stupore e di disappunto. Al momento di verbalizzare le ragioni, sono emerse – meno comprensibilmente – delle opinioni di un moralismo bigotto davvero scoraggiante. Il succo: come può un uomo di spettacolo guidare seriamente un governo regionale? La risposta più saggia l’ho ascoltata dall’attore Pino Caruso: perché un ingegnere dovrebbe essere più adatto? Gli studi di medicina hanno reso Totò Cuffaro più adatto a gestire l’Assessorato all’Agricoltura (dove un ritardo ingiustificato nella firma del provvedimento di sospensione del dipendente Sprio ha, oggettivamente, esposto al martirio il funzionario responsabile Basile) o a gestire i finanziamenti pubblici alle strutture ospedaliere private (come documentato in maniera plateale dalle note vicende giudiziarie riguardanti la Clinica S. Teresa di Aiello a Bagheria) di quanto non avrebbe fatto un laureato in giurisprudenza come Giuseppe Baudo?

Nessuno, a mio ricordo, ha elencato i tre motivi veramente decisivi per opporsi all’ipotesi maturata nei salotti romani. Primo: perché sul piano dell’etica personale, Baudo ha patteggiato una pena per aver intascato centinaia di milioni delle vecchie lire in cambio di pubblicità occulta durante i suoi spettacoli. Cioè perché, non contento di guadagnare in un giorno quello che i comuni mortali guadagniamo in un anno, ha ingannato la Rai e il pubblico pur di arraffare ancora più denaro.
 Secondo: perché sul piano della sua storia politica, solo alcuni anni fa ha impegnato la propria immagine per promuovere un movimento creato da Sergio D’Antoni, “Democrazia europea”, alla cui presidenza era stato chiamato Giulio Andreotti. Anche a non voler considerare che la stessa sentenza giudiziaria che ha assolto quest’ultimo dall’accusa di concorso in associazione mafiosa, ha confermato la consumazione del reato sino al 1980, come si può scegliere per esponente di punta del centro-sinistra una persona che ha provato a sostenere l’avventura elettorale di un politico della Prima Repubblica che incarna, come nessun altro, il tatticismo senza valori ed il pragmatismo senza ideali?
Terzo: perché, sul piano della competenza tecnica, Baudo ha avuto scarse esperienze di amministrazione e di gestione del personale. E’ vero che ha diretto dignitosamente il Teatro Stabile di Catania, ma per il resto  - come ha dichiarato egli stesso offrendo una lezione di onestà intellettuale e di rigore professionale che agli occhi di molti di noi lo ha rivalutato – è stato lontano dai meccanismi istituzionali e potrebbe, al massimo, provare a gestire un consiglio di circoscrizione municipale.
Se queste considerazioni telegrafiche sono fondate, possono essere adottate a griglia di valutazione per le prossime – speriamo immediate – designazioni (nel centro-sinistra e, se dovesse rendersi necessario, anche nel centro-destra).
Un candidato ideale può essere benissimo, come Baudo, un cittadino che, pur non provenendo dai ranghi di un partito politico, abbia dato nel proprio ambito di lavoro prova di professionalità. Ma, in più, deve aver dato prova – a differenza di Baudo - di saper individuare gli obiettivi prioritari in un determinato settore, di saper scegliere i collaboratori adatti e di saper tessere con loro relazioni costruttive. Può essere dunque, come ricordava Nino Alongi nel suo editoriale di domenica su “Repubblica-Palermo” riprendendo la proposta di alcuni attenti protagonisti della vita civile, un commerciante come Tano Grasso che ha saputo organizzare la resistenza della sua categoria alla pressione del racket mafioso o un educatore come Alfio Foti che ha saputo coordinare per anni il variegato mondo associativo dell’ARCI siciliana e che dirige, come vicepresidente nazionale al fianco di don Luigi Ciotti, l’ancor più variegato mondo delle associazioni antimafiose raggruppate in “Libera”. Può essere il presidente regionale del Mo.Vi (Movimento del Volontariato Italiano), Ferdinando Siringo, che da anni si dedica  alla formazione civica di migliaia di cittadini siciliani impegnati nel volontariato laico e cattolico e, in quanto direttore del Cesvop, accompagna la promozione di innumerevoli iniziative sociali in tutta l’Isola. Può essere Lino D’Andrea, il padre dei “Sicaliani”, alla cui fantasia creativa e alla cui dedizione senza risparmio devono da decenni la nascita cooperative di giovani, associazioni culturali, progetti di riscatto sociale. Può essere Sergio Cipolla, fondatore e presidente di una Organizzazione Non Governativa, il Ciss (Cooperazione internazionale Sud Sud), che in un quarto di secolo, da Palermo, si è diffusa con sedi e succursali in mezzo mondo, soprattutto in quelle zone dove è stato più urgente attivare corsi di formazione professionale, fabbriche, aziende agricole. Può essere Alessandra Siragusa, protagonista della Primavera di Palermo e animatrice dei circoli siciliani del movimento internazionale “Emily” mirato all’incremento della partecipazione femminile alla politica…
La lista potrebbe essere molto più lunga e, se i partiti progressisti fossero un po’ meno distanti dalla concretezza dell’impegno quotidiano di tante donne e di tanti uomini, potrebbero essi stessi integrarla. Ovviamente senza scartare a priori militanti e dirigenti attivi al proprio interno. Ma all’eventuale candidato – o meglio, nello spirito delle primarie, agli eventuali candidati – bisognerebbe fare “l’analisi del sangue”. E accettarli solo se non hanno dato prova di disonestà dal punto di vista etico né di opportunismo dal punto di vista politico. Tutti abbiamo certamente commesso errori: ma ci sono errori troppo recenti, e soprattutto rimasti senza l’ombra di un pentimento, che rendono obiettivamente improponibile un nome destinato a differenziarsi dal candidato dello schieramento opposto nella maniera più radicale, e dunque più evidente, possibile. Le primarie del centro-sinistra dovranno scegliere un uomo possibilmente capace di battere Cuffaro, ma ancor più un altro tipo di uomo rispetto a Cuffaro.

Augusto Cavadi

martedì 11 ottobre 2005

BAMBINI A PALERMO


Repubblica - Palermo
11.10.05
Augusto Cavadi


ANTONINO GIORDANO

I giochi della solitudine
Associazione “Il fotogramma”

Pagine 124

Gratis presso l’editrice


Non mancano i testi (le brevi, sincere note didascaliche di Maria Pia Coniglio, da anni generosamente attiva nel sociale, corredate da traduzione inglese a fianco), ma essenzialmente si tratta di un album fotografico. L’autore, fra l’altro collaboratore dell’Opera Universitaria per il Laboratorio fotografico e consigliere nazionale della U.I.F, è da decenni impegnato a fare della sua macchina uno strumento di denunzia e, più ancora, di solidarietà. Il tema, anche questa volta, sono i bambini di Palermo, soprattutto del quartiere Albergheria: ripresi mentre s’industriano a fare gli attori di strada o a giocare con i poveri oggetti che hanno avuto a  disposizione le generazioni precedenti, ma sempre con intensa partecipazione. L’occhio che li osserva è sempre affettuosamente complice (talora forse troppo: si ha il sospetto che alcuni aspetti più crudi della realtà effettiva siano stati censurati o, per lo meno, edulcorati) e il risultato esprime certamente - come scrive nella sua Introduzione il noto critico Francesco Carbone - “una raggiunta professionalità”.

venerdì 30 settembre 2005

LA FEDE PROBLEMATICA


IL TRAVAGLIO DI UN MONSIGNORE

Centonove 30.9.2005

Per almeno un ventennio - gli anni Sessanta e Settanta del secolo appena conclusosi – difficilmente si sarebbe trovato a Palermo uno studente liceale o universitario che non avesse partecipato ad almeno un incontro nella “Sede di don Elio Parrino”, nell’aristocratica Villa Pottino di viale della Libertà. Era un po’ il pendant del Manifesto (poi Gruppo Praxis) di Mario Mineo: l’una nell’area cattolica, l’altro nella marxista, si interpretavano come la coscienza critica di masse ritenute inconsapevoli. Non senza motivi, in caso di conversione dall’una o dall’altra parte, i frequentatori di un circolo preferivano transitare nel circolo speculare. Quei ragazzi si sono poi sparpagliati nel mondo e non pochi hanno raggiunto posizioni di prestigio, dal Parlamento di Strasburgo al Consiglio di Stato, dalla RAI ai piani alti dei Ministeri. Anche quella piccola organizzazione giovanile ha fatto la sua strada: diventando prima la sezione palermitana della FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani), poi il “Centro di formazione cristiana”. All’inizio degli anni Ottanta, quando ormai gravitavano intorno ad essa centinaia di uomini e donne (ed alcuni soci avevano già realizzato un’esperienza di vita comunitaria, nel nome di San Tommaso d’Aquino), una scissione interna ne ha provocato l’eclissi dal panorama sociale e culturale cittadino.  

Che ne è stato di quel nucleo originario di fedelissimi discepoli del “padre fondatore”? L’evoluzione, per certi versi strabiliante, viene raccontata dallo stesso Monsignore in un libro pubblicato in questi giorni da una casa editrice di cui inaugura l’attività editoriale (E. PARRINO, Logos e koinonia. Per una vita consapevole e condivisa, Edizioni Logos e Koinonia, Palermo 2005, pp. 286, euro 15,00). Nell’immaginario collettivo della mia generazione quell’insegnante di religione al Liceo Garibaldi era un po’ l’emblema dell’ortodossia intransigente, geloso custode dei dogmi e dell’interpretazione tomistica che ne davano teologi e filosofi soprattutto francesi (Jacques Maritain ed Etienne Gilson in primo luogo);  e la sua comunità ha ospitato, per conferenze e seminari,  alcuni dei massimi esponenti del pensiero cattolico ufficiale (Divo Barsotti, Ignace de la Potterie, Salvatore Garofalo, Georges Cottier…). Ma tanta fedeltà alla Tradizione avveniva in nome di un principio metodologico basilare: la consapevolezza critica. Credere sì, ma solo se – e per quel tanto che – un sano esercizio della ragione ne avesse consentito lo slancio al di là dei dati empirici e dei fatti storici. Ebbene, apprendiamo da questo libro che l’autore e le persone che gli sono rimaste accanto hanno portato alle estreme conseguenze logiche quel criterio di ricerca: arrivando alla conclusione che le verità essenziali del messaggio biblico (c’è un Dio che ama l’uomo e che si è manifestato in maniera singolare nell’uomo di Nazareth) sono state, in questi due millenni, sovraccaricate da una massa schiacciante di superfetazioni, credenze, riti e precetti. Per chi dedica la vita allo studio della Bibbia e della storia della teologia, “scoprire di trovarsi di fronte a gratuite manipolazioni e arrangiamenti, quando si tratta della realtà di Dio, diventa veramente un’esperienza deludente, se non addirittura traumatizzante e scioccante. Imbattersi nelle innumerevoli debolezze umane dei rappresentanti qualificati della religione, siano essi membri del clero o laici rappresentativi delle istituzioni, diventa una cosa di ben poco conto, sapendo in fondo che siamo tutti poveri uomini impastati in un certo modo (…). Ma trovarsi ad essere presi in giro da costruzioni artificiose di un’ideologia religiosa che può essere frutto di fanatismo, come soltanto anche frutto di una suprema leggerezza, o forse anche, e questo è un fenomeno estremamente frequente, trovarsi di fronte a gente che crede di rendere le cose o più semplici o più gradevoli, banalizzando le cose fino all’estremo della sopportabilità, e tutto questo spesso appoggiato e avallato dal crisma dell’autorità che non è altro che autoritarismo che scaturisce dall’arroganza e dall’ignoranza, va al di là di ogni possibile pazienza e sopportazione umana” (p. 192).

Da qui la decisione di lasciarsi alle spalle le vecchie strutture cattoliche e di fondare un’associazione laica  che sin dal nome (“Logos e koinonia”) faccia intuire le finalità: studiare tutta la cultura, non solo teologica, dell’Occidente e salvare, in un’esperienza di condivisione esistenziale, le perle tuttora valide che possono rintracciarsi in un fiume per molti versi melmoso e inquinato.

Ci si augurar che il tentativo del prete ormai ultrasettantenne e dei suoi amici vada in porto: in tempo di povertà intellettuale, ogni mattone può servire a costruire un futuro più civile. Ma non ci si può nascondere le ragioni di perplessità sulla riuscita dell’iniziativa, sintetizzabili in una considerazione di fondo: nel volume è quasi del tutto assente la prospettiva del ‘noi’. La proposta viene presentata come frutto dell’illuminazione privata, individuale, carismatica di un solo uomo: agli altri, e alle altre, non spetta che il compito di aderire o meno, in posizione molto chiaramente subordinata. Si leggono affermazioni che lasciano stupefatti: “Ci può essere il singolo che si incanta, e che per la verità io non ho mai trovato, dei grandi valori umanistici e che gli dedica la vita. Ma io, purtroppo, non ho mai trovato qualcuno che si dedicasse a tali valori. (…) Ai nostri giorni non c’è alcuna speranza o prospettiva. Sembrerebbe soltanto un sogno la possibilità che ci sia qualcuno che si impegni a studiare e ad approfondire la cultura umanistica. Non ci sarà nessuno che si metterà a studiare per una migliore conoscenza della cultura umanistica e a studiarla con tutto il cuore. (…) Non ci sarà nessuno che si metterà a studiare materie umanistiche, che si dedicherà, per una vocazione che ha del sublime, a un tale impegno di ricerca e di studio, che non dà nessuna speranza e prospettiva di grandi guadagni e che, tuttavia, invece, aiuterebbe molto a migliorare la conoscenza dell’uomo, della persona umana, e a scoprire, per poterne vivere, quei valori che rendono l’uomo veramente la più alta creatura della realtà da noi conosciuta “ (pp. 12 – 21). Dai centri di ricerca culturale e religiosa fondati da don Elio Parrino, sono passate centinaia di uomini e donne che, ormai da decenni, dedicano la vita a riflettere, a insegnare, a scrivere, a operare: sono tutti dei falliti, che “hanno disperso grandi possibilità, ricche risorse” (p. 13), solo perché a un certo momento del cammino si sono staccati dalla pesante protezione del ‘padre spirituale’? E’ proprio certo che “la lucida critica di un uomo anziano, che si sente amaramente solo” (p. 10), non dovesse farsi altrettanto lucida “autocritica” sulle ragioni di questo abbandono? Nella Prefazione (anonima) si sostiene che il “sogno” di questo strano prete “avrebbe avuto bisogno di validi collaboratori” (p. 9): ma, ammesso che chi gli è rimasto vicino non sia tra questi, non sarebbe stato il caso di approfondire i motivi per cui i “validi collaboratori” abbiano scelto strade divergenti?

Se questa autocritica avesse avuto più ampio spazio, forse si sarebbe evitato un errore del passato che sembrerebbe riprodotto, tale e quale, nel presente: formulare la proposta come impresa di una èlite spirituale che non prevede nessun collegamento organico con altre associazioni similari né, tanto meno, con organizzazioni impegnate nella trasformazione delle strutture economico-sociali.

Una sorta di riedizione de Il gioco delle perle di vetro di Hermann Hess immemore dei dubbi salutari che assalgono il protagonista alla fine della corsa. Insomma: un progetto squisitamente a-politico che difficilmente potrà contribuire a ricongiungere la dimensione aristocratica degli intellettuali con la pratica, generosa ma convulsa, degli operai del vangelo. Si poteva scrivere a Palermo un libro sul futuro della civiltà senza citare una sola volta il sistema di potere mafioso? Si poteva analizzare il contesto ecclesiale siciliano senza accennare, neppure di passaggio, né alle complicità della Chiesa cattolica con le cosche mafiose né al martirio di preti, con don Pino Puglisi, che hanno spezzato ogni legame con l’universo mafioso? Era difficile. Ma don Elio Parrino c’è riuscito. Ignoro quanto una visione ‘metafisica’ - che non attraversi lo spessore storico della quotidianità effettiva, reale di uomini e donne, bensì lo eluda e lo sorvoli dall’alto della propria vocazione contemplativa- possa davvero entusiasmare le giovani generazioni.   Chi si è reso seriamente conto della crisi epocale che stiamo attraversando, non può sottovalutarne la complessità: se le ideologie religiose vengono abilmente strumentalizzate dai poteri politici ed economici (che, in casi come quello italiano, disastrosamente coincidono), non può essere la solitaria crociata di un pugno di samurai illuministi a capovolgere la situazione e ad aprire prospettive di liberazione. C’è bisogno di un’ottica sinergica in cui i partiti politici, i sindacati, l’associazionismo laico e religioso, le strutture scolastiche ed universitarie, il mondo dei massmedia… vengano – per quanto possibile – sensibilizzati e coinvolti: proprio in quanto istituzioni. E’ davvero incredibile che un progetto di rinascita tanto affezionato (giustamente) al patrimonio greco, veda “l’impegno sociale e l’attività che esso richiede” come “un momento secondario, con la caratteristica proprio di un’appendice” (p. 18): come se per Socrate, Platone, Aristotele e tanti altri la dimensione ‘politica’ non fosse costitutiva dell’intera esperienza antropologica! Ancora più incredibile risulta questa sottovalutazione dell’impegno socio-politico in un progetto che intende valorizzare, accanto alla tradizione sapienziale greca, il messaggio biblico originario (non ancora edulcorato e addomesticato dalle teologie conservatrici). Nell’ottica della Bibbia, infatti, il gesto del volontario che si accosta al singolo indigente per “restituire dignità di persone a chi è emarginato dai meccanismi del perbenismo e dell’egoismo borghesi” (p. 282; interessante in proposito tutta l’Appendice II, L’attività della san Vincenzo, pp. 277 – 283), è certamente lodevole. Ma del tutto insufficiente. Si tratta di ri-fondare la città in maniera che i diritti di ciascuno siano garantiti in maniera sistemica, costante, strutturale: perché ‘il’ modo di amare Dio è la solidarietà verso i fratelli e tutto, anche i momenti di studio e di preghiera, devono essere finalizzati alla liberazione dalla povertà, dall’ingiustizia, dalla violenza.

Augusto Cavadi

venerdì 16 settembre 2005

ATTENTI A CHI SUONA


16 Settembre 2005
REPUBBLICA – PALERMO  16.9.05


ABBONAMENTO CON SORPRESA

“Buongiorno, sono dell’Enel metano. Le dispiace farmi vedere il contatore e una bolletta pagata?”. Detto fatto, l’azzimato operatore è già sul balcone della cucina che armeggia e che annunzia con aria compiaciuta: “Da oggi Lei ha diritto ad uno sconto di 25 euro sul gas metano. Basta firmare questo modulo”. Per tre volte chiedo come mai debba rifare il contratto già a suo tempo stipulato e finalmente ottengo l’informazione corretta: per avere diritto allo sconto, devo cambiare gestore, abbandonare l’Azienda Municipale del gas e passare all’Enel. Chiedo allora tempo per riflettere e mi rifiuto di firmare.

Ma il giovane interlocutore non si scoraggia. Mi spiega che l’Enel ha acquisito Wind e mi propone un contratto Infostrada tutto incluso a 39,95 euro. Mi invita a riflettere sulla proposta e a consultarmi con qualche amico esperto, in attesa di essere contattato da una segretaria dopo una settimana: e intanto compila con i miei dati anagrafici un secondo modulo che sottopone alla mia firma. Gli faccio notare che nel depliant la cifra di 39.95 euro è subordinata ad una data (il 31 agosto) e che ormai siamo al 12 settembre: ammette la “dimenticanza” e mi precisa che, ormai, si tratterebbe di dover versare 59,95 euro al mese. Aggiungo che, se firmo la richiesta di passaggio dalla Telecom ad Infostrada, la telefonata della signorina Consuelo dopo una settimana sarebbe diventata quasi superflua: dal punto di vista legale sarei diventato, già da subito, un nuovo adepto di Infostrada. Anche su questo punto deve, a malincuore, darmi ragione: e mi lascia l’indirizzo dell’agenzia per cui lavora (Key 21, sede legale ad Aversa in provincia di Caserta, a Palermo  in via Sampolo 48) dove avrei potuto consegnare, se me ne fossi convinto, il modulo firmato.

Dopo averlo gentilmente accompagnato alla porta, chiamo il 117 per raccontare quella che – a mio avviso – è una forma di concorrenza sleale verso l’Azienda Municipale del Gas e un tentativo di raggiro dei clienti di Telecom: ma ricevo come risposta l’invito a recarmi di persona presso un Commissariato di polizia. Non so quanti cittadini troveranno il tempo, e la voglia, di farlo: soprattutto se - come nel mio caso - non si tratta di difendere sé stessi, ma le persone meno informate o più distratte.

Lettera firmata

venerdì 2 settembre 2005

RELIGIONE A SCUOLA


“Repubblica – Palermo”
2.9.05

Augusto Cavadi

LA STAGIONE DIFFICILE DEI DOCENTI DI RELIGIONE

Nell’ultimo anno scolastico un terzo degli studenti, anche siciliani, ha preferito non avvalersi dell’insegnamento della religione. Da quando il Ministero ha reso noto i dati statistici non sono mancati i commenti né sui giornali né sotto l’ombrellone. Il cattolico-tipo ha ovviamente stigmatizzato il fenomeno come ennesimo sintomo della secolarizzazione galoppante e, per le stesse ragioni, il laico-tipo se ne è rallegrato. Per fortuna, o per sfortuna, questo genere di considerazioni si basano sul presupposto – del tutto immaginario – che gli altri due terzi degli studenti continuino a studiare religione.  Chi invece nella scuola ci vive sa che le cose vanno diversamente. Forse non lo può dire apertamente per molteplici ragioni di opportunità, o di opportunismo. Ma lo sa.

Sa che tra i docenti di religione, proprio come tra i docenti in genere, alcuni  avrebbero la preparazione per insegnare ma gli manca la voglia (o, presi da altri impegni, il tempo); altri hanno la voglia ma gli manca la preparazione; altri ancora scarseggiano sia per voglia che per preparazione. Resta un minoranza valorosa ma sparuta: quegli insegnanti di religione che non si assentano con frequenza, non entrano in aula con ritardo, non ne escono in anticipo, non impiegano l’ora a preparare la lista dei doni natalizi per i poveri della parrocchia né la recita teatrale di fine d’anno. Sono educatori costretti ad impegnarsi ancor di più perché – dal momento che non possono ricorrere a quei piccoli incentivi (voti quadrimestrali che incidono sulla media, possibilità di assegnare il debito formativo…) su cui possono contare i colleghi di altre discipline- non hanno altre armi per conquistare l’attenzione dei ragazzi se non l’elasticità mentale e la comunicativa umana. L’esperienza ci dice quanto rari siano insegnanti così preziosi.

Se il quadro è realistico, bisogna avere l’onestà di riformulare i dati di partenza: prima ancora di contare quanti chiedono l’esonero dall’ora di religione, va riconosciuto che la quasi totalità degli alunni – di fatto – non ne fruisce. I dirigenti scolastici lo sanno ma non lo dichiarano a voce alta perché non si ritengono responsabili a pieno titolo in questo ambito e perché temono di infastidire gli “uffici catechistici” delle curie vescovili, i quali – da parte loro – ne sono tanto consapevoli da cercare in cento modi di correre ai ripari (corsi di preparazione all’insegnamento, convegni obbligatori di aggiornamento …).

Ma il fallimento storico dell’insegnamento della religione è davvero una faccenda interna alla Chiesa cattolica (anche se  i docenti della disciplina sono stati stipendiati dallo Stato sin dal Concordato del 1929  e, adesso, possono persino entrare nei ruoli pubblici) ?

Se – come prescrivono a tutt’oggi i programmi ufficiali – si tratta dell’insegnamento della religione cattolica, la risposta è affermativa. In questa ipotesi non resta che attendere gli sviluppi inesorabili e registrare, con preoccupazione o con soddisfazione (a seconda delle proprie prospettive ideologiche), l’estinzione di fatto di questa anomala materia scolastica. Quando sarà il 90% della popolazione scolastica a evitare l’ora di religione, la verità effettiva diventerà palese. Se invece – come vuole la prassi degli insegnanti più illuminati (e, guarda caso, anche più entusiasticamente seguiti dagli studenti) – si modificasse la struttura dei programmi, trasformando l’ora attuale in “storia delle religioni”, si andrebbe verso una soluzione radicalmente costruttiva. Dappertutto, in Sicilia in particolare, una conoscenza solida, elementare ma rigorosa, dell’Ebraismo, del Cristianesimo (in tutte le sue molteplici confessioni: cattolica, ortodossa, protestante, anglicana) e dell’Islamismo sarebbe davvero provvidenziale. Tanto più se lo studio delle tre religioni monoteistiche venisse incastonato all’interno di una panoramica mondiale comprendente, almeno, Induismo, Buddismo, Confucianesimo e Shintoismo. La scuola – non in quanto agenzia di una civiltà ‘cattolica’ ma proprio in quanto scuola – ne trarrebbe vantaggi enormi: sia in funzione dell’approfondimento di altre aree disciplinari (la storia, la filosofia, l’arte, le letterature greca, latina, italiana e straniere…) sia in ordine alla formazione civica dei cittadini di un’isola crocevia di immigrazione e, più in generale, di un pianeta globalizzato.

E’ ovvio che, in questa ipotesi pedagogico-didattica, lo Stato laico dovrebbe riappropriarsi del diritto-dovere di scegliere gli insegnanti della “storia delle religioni” con meccanismi pubblici del tutto identici rispetto alla matematica o all’educazione fisica. Ed è altrettanto ovvio che tali insegnanti, assunti esclusivamente sulla base delle competenze certificabili, non avrebbero alcun interesse istituzionale a convertire gli alunni, più di quanto ne possa avere un docente attuale di filosofia per convincere ad abbracciare il kantismo piuttosto che l’hegelismo. Essi sarebbero a servizio della consapevolezza critica di ogni alunno: affinché il cattolico possa, esattamente come il musulmano, sapere che cosa gli propone la sua religione e scegliere di conseguenza. Anche il ragazzo educato ateisticamente avrebbe, in questa impostazione scolastica, la possibilità di aprirsi a prospettive diverse rispetto ai condizionamenti familiari o di restare ateo ma per scelta personale.  Per la Chiesa cattolica sarebbe, nell’immediato, una perdita di potere ma, come la storia insegna, anche un’occasione per fare spazio alla ricerca della verità nella libertà. Dunque, in ultima analisi, un’opportunità in più per ciò che le dovrebbe stare più a cuore del suo stesso potere: l’effettiva crescita – insieme alla coscienza dell’umanità - dei valori evangelici annunziati da Gesù di Nazareth. Ne guadagnerebbero, insomma, la laicità dello Stato e la vitalità delle diverse comunità religiose (non solo cristiane): troppi vantaggi  per sperare, che la politica scolastica si incammini in questa direzione entro i prossimi mille anni.

Augusto Cavadi        

IL CONSULENTE FILOSOFICO


Augusto Cavadi
“Centonove” del 2.9.05

FILOSOFIA & FUTURO

La consulenza filosofica: più filosofia che storia della filosofia

Per la Facoltà di scienze della formazione dell’Università di Catania sta diventando una tradizione: dedicare una giornata di studi a chiarire i contorni della figura professionale del consulente filosofico, il bagaglio culturale che gli è necessario e le possibili prospettive di lavoro. Quest’anno sono stati invitati, insieme a tre precursori della “consulenza filosofica” (Gerhard Achenbach, Andrea Poma e Neri Pollastri),  due prestigiosi esponenti del gotha filosofico nazionale (Enrico Berti e Carmelo Vigna). E uno degli interrogativi cruciali ha riguardato, proprio, il rapporto fra il filosofo (nel senso tradizionale, o meglio convenzionale) e il consulente filosofico: quali affinità e, soprattutto, quali differenze?In un certo senso, è una falsa questione. O, per essere meno provocatori, una questione sociologica. E molto contemporanea. Da Socrate a Voltaire, anzi a Kant (il quale si proponeva di rispondere essenzialmente a tre domande: che cosa possiamo conoscere, come dobbiamo agire e che cosa possiamo sperare), sarebbe stata poco intelligibile: per i primi ventitré secoli della sua storia, infatti, la filosofia è stata non un’attività accademica ma un servizio intellettuale. A imperatori, a principi, a papi, a riformatori religiosi, a rivoluzionari politici, a borghesi. Si pensava per chiarire i problemi a sé stessi, certamente, ma – più o meno esplicitamente – al resto della società.

Con l’Ottocento questa funzione sociale della filosofia si riduce e si trasforma. Gradatamente, per filosofo si intende il professore di filosofia che ‘professa’ la filosofia altrui o, in casi di particolare genialità o di particolare presunzione, la propria. Hegel è in questo senso paradigmatico: si convince, e convince mezzo mondo (gli italiani Croce e Gentile compresi), che il filosofo è essenzialmente uno storico della filosofia. Come noteranno con stupore e disappunto Feuerbach, Kierkegaard, Marx, Nietzsche (tutti intellettuali che, non a caso, non sono stati filosofi di professione!), la filosofia perde il contatto con l’uomo in carne ed ossa, affamato di pane di sesso e di amore, condizionato dalla storia collettiva e dalla biografia individuale.

Ma se fare il filosofo significa essenzialmente discutere le idee dei filosofi precedenti e contemporanei per addestrare i filosofi del futuro (che, a loro volta, ricominceranno a discutere le idee altrui e ad addestrare nuove leve), la filosofia si autolimita a storiografia della filosofia: che è un’attività nobile, anzi necessaria, ma certamente strumentale rispetto alla filosofia vera e propria.

Così il ragazzo che vuole capire che cosa ci sia di vero nella morale sessuale dominante o l’anziano che vuole capire che cosa ci sia di credibile nelle promesse teologiche della sua chiesa o l’adulto che vuole capire quali siano le differenze effettive fra le diverse proposte politico-ideologiche dei partiti in lizza…non hanno persone di riferimento con cui confrontarsi. Il filosofo resta nella biblioteca a produrre monografie raffinate sui filosofi precedenti ad uso e consumo dei filosofi successivi; la gente comune vaga nel regno del “si dice” e del pressappoco.

Senza poter tacitare del tutto la propria sete di senso.

Siamo dunque a un bivio. O lasciamo che a questa esigenza di capire provino a rispondere (per motivi non sempre disinteressati) esclusivamente preti, politici e psicoterapeuti o coinvolgiamo anche dei professionisti della filosofia che – riprendendo la tradizione da Socrate agli Illuministi – siano disposti a mettersi in gioco. Saranno certamente professionisti non ignari della dimensione teoretica della filosofia né asciutti in filosofia pratica: ma particolarmente attenti alla phronesis dei Greci, alla prudentia dei Latini, alla capacità – insomma – di applicare i princìpi etici alle situazioni contingenti, mutevoli e ogni volta irripetibili.

La consulenza filosofica: più alleata che concorrente della psicoterapia
Se concordiamo sulla convinzione che consulenza filosofica e filosofia coincidano (e che la differenza seria si dia invece fra il filosofo-consulente e lo storico della filosofia – professore) potrebbe meglio delinearsi la specificità di questa relazione d’aiuto rispetto a tutte le altre (ovviamente non meno legittime né utili). Quando si parla di questa attività, infatti, non c’è solo da smontare i pregiudizi dei professori di filosofia (che, dall’alto – e dal comodo – delle loro cattedre vedono nella consulenza un affare di clandestini tendenzialmente abusivi), ma anche la diffidenza degli psicoterapeuti (che vedono, invece, in essa un espediente per esercitare concorrenza sleale e togliere fette di mercato). La mia esperienza personale attesta che tanta diffidenza si registra più per ignoranza che per preveggenza. Dico solo che è capitato non solo a me di praticare per decenni la filosofia come consulenza (potenziale e indiretta, ma anche attuale e personalizzata) e di averne  preso coscienza solo quando alcuni psicoterapeuti glielo hanno fatto notare. Quando alcuni medici dell’anima (come racconto anche nel mio Quando ha problemi chi è sano di mente, Rubbettino, 2003) mi hanno confidato di essere contattati da persone esenti da qualsiasi patologia, ma desiderosi di essere aiutati a cercare da sé un orientamento esistenziale: ‘clienti’, dunque, e non ‘pazienti’, che formulavano domande a cui nessun corso di laurea in psicologia prepara a rispondere.Si sa che la realtà è sempre un po’ più complicata delle nostre distinzioni concettuali. Nessuno può escludere che un ‘consultante’ sia anche bisognoso di terapia: Freud sbagliava nel ritenere nevrotica ogni richiesta di senso ma ciò non significa, all’opposto,  che basti – eventualmente – trovare un senso alla vita per liberarsi dalle nevrosi. Ecco perché – quando è possibile – penso che l’assetto ideale per una relazione d’aiuto efficace (e ciò è particolarmente agevole in caso di sedute di gruppo) comporti la compresenza di un filosofo e di uno psicoterapeuta: affinché, mentre l’intelligenza cerca di chiarirsi la strada, il cuore non faccia brutti scherzi e metta fra le ruote ragioni e sragioni che la ragione non conosce.                                                                  

Augusto Cavadi 

martedì 23 agosto 2005

LA MONELLA DI DIO SANTA INCOMPRESA


Repubblica - Palermo
23.8.05
Augusto Cavadi


Nel 1947 una suorina, Beatrice Manca, viene espulsa dal convento  palermitano delle Missionarie francescane d’Egitto per ordine della Madre generale da Roma. Alcune consorelle la seguono e lei decide di dar seguito ad una voce interiore che, a nome di Dio stesso, la vorrebbe promotrice di una nuova rigogliosa congregazione religiosa. L’Istituto nasce effettivamente (dedicato a “Nostra Signora di Bonaria”), per decenni si dedica in città alla cura delle ragazze e al sostegno dei presbiteri, ma con la morte della fondatrice  (il 6 dicembre del 1979) imbocca il sentiero del tramonto. Oggi è scomparso del tutto. Cosa pensare, dunque, della protagonista principale, autodefinitasi la “monella di Dio”? Per molte autorità religiose cattoliche (tra cui il cardinal Ruffini) si trattava di una povera illusa, nevrotica e anche un po’ istriona. Per alcuni fedeli, una santa incompresa e ingiustamente perseguitata. L’autore del libretto non lascia spazio al dubbio: con fervore, e qualche ingenuità, si schiera decisamente a favore della riabilitazione dell’ex suor  Edilburga.


LUIGI RICOTTA

Beatrice Manca
Comitato per la canonizzazione

(tf. 091.405169)

Pagine 160

Offerta libera

martedì 19 luglio 2005

INTERROGARSI DI CONTINUO


Repubblica - Palermo
19.7.05
Augusto Cavadi


QUEL PRETE DOGMATICO CHE INSEGNAVA IL DUBBIO

Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento difficilmente si sarebbe trovato a Palermo uno studente liceale che non avesse partecipato ad almeno un incontro nella “Sede di don Elio Parrino”. Quei ragazzi si sono poi sparpagliati nel mondo e non pochi hanno raggiunto posizioni di prestigio, dall’Europarlamento alle Università. Anche quella piccola organizzazione giovanile ha fatto la sua strada: diventando prima sezione della FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani), poi il Centro di formazione cristiana. All’inizio degli anni Ottanta, quando ormai gravitavano intorno ad essa centinaia di persone (ed alcuni soci avevano già realizzato un’esperienza di vita comunitaria, nel nome di San Tommaso d’Aquino), una scissione interna ne ha provocato l’eclissi dal panorama sociale e culturale cittadino. 

Che ne è stato di quel nucleo originario di fedelissimi discepoli del “padre fondatore”? L’evoluzione, per certi versi strabiliante, viene raccontata dallo stesso Monsignore in un libro pubblicato in questi giorni. Nell’immaginario collettivo, l’austero insegnante di religione è stato un po’ l’emblema dell’ortodossia intransigente, geloso custode dei dogmi e dell’interpretazione tomistica che ne davano teologi e filosofi soprattutto francesi;  e la sua comunità ha ospitato, per conferenze e seminari,  alcuni dei massimi esponenti del pensiero cattolico ufficiale. Ma tanta fedeltà alla Tradizione avveniva in nome di un principio metodologico basilare: la consapevolezza critica. Credere sì, ma solo se un sano esercizio della ragione avesse autorizzato il superamento della ragione stessa. Ebbene, apprendiamo che l’autore e i suoi sodali hanno portato alle estreme conseguenze logiche quel criterio di ricerca: arrivando alla conclusione che le verità essenziali del messaggio biblico (Dio ama l’uomo e si è manifestato in maniera singolare nell’uomo di Nazareth) sono state, in questi due millenni, sovraccaricate da una massa schiacciante di superfetazioni, credenze, riti e precetti. Da qui la decisione di lasciarsi alle spalle le vecchie strutture cattoliche e di fondare un’associazione laica  che sin dal nome (“Logos e koinonia”) lasci intuire le finalità: studiare tutta la cultura dell’Occidente e salvare, in un’esperienza di condivisione esistenziale, le perle tuttora valide che possono rintracciarsi in un fiume per molti versi melmoso e inquinato.

Chi osserva la vita cittadina, non può che augurarsi che il tentativo del prete ormai ultrasettantenne e dei suoi amici vada in porto. Ma non può neppure nascondersi le ragioni di perplessità sulla riuscita dell’iniziativa, sintetizzabili in una considerazione di fondo: l’assenza quasi totale della prospettiva del ‘noi’. La proposta viene presentata come frutto dell’illuminazione carismatica di un solo uomo: agli altri non spetta che il compito di aderire o meno, in posizione molto chiaramente subordinata. Più ancora: la proposta viene presentata come l’impresa di una èlite spirituale che non prevede sinergie con altre associazioni similari né, tanto meno, con organizzazioni impegnate nella trasformazione delle strutture economico-sociali. Insomma: un progetto squisitamente a-politico che difficilmente potrà contribuire a rincollare la dimensione aristocratica degli intellettuali con la pratica, generosa ma convulsa, degli operai del vangelo.  

EMANUELE   PARRINO

Logos e koinonia

Pagine 286

Euro 15,00

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Emanuele Parrino, nato nel 1931, è canonico della cattedrale di Palermo. E’ stato docente di religione al liceo Garibaldi, assistente diocesano della Fuci prima di don Pino Puglisi, rettore del Seminario. Alla fine degli anni Cinquanta ha fondato un movimento giovanile (noto come Centro di formazione cristiana) centrato sull’intento di coniugare l’esercizio dell’intelligenza con la dimensione della fede religiosa. Liberato dal carattere confessionale, il movimento intende adesso rilanciarsi come Associazione culturale “Logos e koinonia”: questo volume inaugura un’omonima casa editrice.