sabato 5 febbraio 2005

GLI ULTIMI E LA POLITICA


“Repubblica – Palermo”
5.2.05

I dimenticati dalla politica

La politica deve guardare ai grandi numeri, ai fenomeni macroscopici: non può certo basarsi su singoli casi concreti. Tanto meno se chi è in difficoltà ricorre a iniziative di plateale violenza. In questa necessaria ampiezza d’orizzonti si nasconde, però, un tragico pericolo: fissarsi sulle questioni in generale dimenticando che la loro rilevanza è radicata nella carne di persone vive. E’ il rischio esattamente inverso di chi guarda gli alberi senza vedere la foresta. Ogni tanto mi assale una fantasia: che succederebbe se, per ogni titolo generico (“Cresce la fame nel mondo”, “Si moltiplicano i casi di Aids in Africa”, “Diminuisce l’occupazione in Europa”…), si attivasse una web-camera e, in una sorta di reality-show davvero realistico, si seguisse per due o tre giorni la storia di un soggetto particolare? Ce la faremmo a resistere indisturbati nei nostri – per quanto precari – equilibri socioeconomici da privilegiati del pianeta o avremmo serie difficoltà a vedere agonizzare, in diretta, un bambino brasiliano o una giovane donna congolese? L’inquietudine, il vagabondaggio, l’umiliazione di un solo adulto disoccupato – se monitorati 24 ore su 24 – sarebbero molto più eloquenti di aride percentuali matematiche che, pure, moltiplicano per decine di migliaia  - anzi milioni -  di volte quell’unica storia di dolore.

Tutti abbiamo sentito parlare di “malasanità” in Sicilia. Ma se ci capita di conoscere Anna, la ventunenne figlia di un ciabattino di Alcamo, che chiede una visita oncologica in una grossa struttura ospedaliera del capoluogo di regione e la ottiene per nove mesi dopo, sì che - quando le sarà diagnosticato il tumore, ormai ramificato in numerose metastasi –  si riterrà inutile l’intervento chirurgico, quel ‘problema sociale ’ cesserà d’essere un’astrazione e acquisterà il volto particolare di una donna ‘colpevole’ solo di non aver potuto pagare una visita specialistica privata.

Tutti abbiamo sentito parlare di “povertà” in Sicilia. Ma se ci capita di conoscere la famigliola di Giovanni, quarantacinquenne in cerca di qualsiasi lavoro, la cui moglie non può fare bene la domestica né le due figlie sono in grado di studiare con serenità perché tutte e tre hanno gravi difetti di vista, hanno anche la prescrizione medica in tasca, ma restano per quattro anni senza occhiali (assistendo impotenti all’aggravamento della patologia) per assoluta mancanza del denaro necessario, le statistiche del Censis e le graduatorie del “Sole-24 ore” cessano di risultarci mere occasioni di valutazioni sociologiche generiche: diventano cifre che alludono a drammi quotidiani spesso vissuti con dignità e pudore.

Tutti abbiamo sentito parlare dell’ “immigrazione” in Sicilia. Ma se ci capita di conoscere Nazrul Islam, un giovane del Bangladesh sbarcato in Italia nel 1992, aggredito e reso invalido al 100% da ignoti a Palermo nel 1996, accudito amorevolmente dalle suore di Madre Teresa di Calcutta alla Kalsa; se veniamo a sapere che  si trova in un circolo infernale (in quanto invalido, il suo “permesso di soggiorno per motivi di lavoro” è stato trasformato in “permesso di soggiorno per motivi di salute”; ma, essendo invalido, non può essere ammesso a nessun corso professionale che potrebbe valorizzare le sue capacità intellettive - ultime risorse di una vita spezzata  - e, in mancanza di un nuovo “permesso per motivi di lavoro”, dovrà essere rispedito al suo Paese d’origine), abbiamo la percezione meno vaga di cosa possa significare una normativa nazionale che guarda agli immigrati soltanto come manodopera a basso costo e non come concittadini del pianeta.

Davanti a queste – e simili – situazioni sottrarsi al dovere di ipotizzare risposte è il sintomo della miseria morale di quei cittadini, come noi, che sono stati esonerati dall’esperienza della miseria materiale. Una risposta ad personam, innanzitutto: ed è la missione del volontariato, religioso o civile. (In questi giorni l’Istituto “Arrupe” raccoglie le iscrizioni ad un corso di avviamento al volontariato dell’Università della strada: si può telefonare, entro le ore 13 di lunedì 7, allo 091. 6299744). Ma, contestualmente, una risposta che miri alle cause sistemiche di quella miriade di casi: ed è la missione di ogni cittadino (compresi quelli che prestano opera di volontariato in qualche organizzazione umanitaria, ma anche quanti hanno la possibilità di incidere – ancor di più se associandosi in partiti, sindacati, movimenti - sulle scelte legislative e amministrative con la loro parola, con le loro iniziative pubbliche e con il loro voto). La politica clientelare – come insegna il cuffarismo – è l’arte di risolvere i problemi individuali lasciando inalterate le condizioni strutturali; la politica autentica non può però bendarsi davanti alle piaghe del singolo. Deve avere il coraggio ( e il tempo) per mettere da parte tabulati e censimenti, per chinarsi  - almeno ogni tanto -  su chi è stritolato dai meccanismi anonimi ed ingiusti in modo da impegnarsi – con più convinzione, con più sollecitudine e con ‘com-passione’ – nel riformarli. Se certe storie di disperazione, se certi volti deformati dal dolore restano del tutto estranei alla memoria di chi - nei partiti o nelle sedi istituzionali -  interviene ai dibattiti o partecipa alle decisioni, perché poi stupirsi della crescente difficoltà di distinguere il politico di professione dal burocrate in carriera?

Augusto Cavadi

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