mercoledì 2 febbraio 2005

VIGILI A PALERMO


Repubblica – Palermo  Febbraio 05
Augusto Cavadi

TRE DOMANDE AI VIGILI URBANI

In questi ultimi giorni “Repubblica” ha cercato di capire perché i vigili urbani a Palermo sono meno presenti che in altre grandi città italiane. Agli elementi raccolti dal cronista (“I mille mestieri dei vigili urbani”), si sono successivamente aggiunte informazioni e considerazioni provenienti dall’interno stesso della Polizia municipale che – con qualche ritocco marginale – confermano la gravità del quadro complessivo. Ed ora? Il rischio è che alla diagnosi (con annesso micro-dibattito) non segua nessuna terapia. Quando alcuni mesi mi è capitato di tratteggiare a grandi linee l’illegalità sistemica in cui versano tre interi quartieri contigui (Acquasanta, Arenella, Vergine Maria), l’unico risultato è stata una telefonata dell’Ammiraglio responsabile delle coste siciliane da Palermo a Trapani che mi preannunziava l’invito alla convocazione di una conferenza di servizio con le autorità civili e militari interessate alla questione. Ma, a tre mesi e passa, non ho ricevuto più notizie.

Se anche questa volta Sindaco, Assessore competente e Comandante dei vigili urbani dovessero adottare la tattica del giunco - che si piega provvisoriamente in attesa di raddrizzarsi a tempesta passata – sarebbe certamente un segno della debolezza del quarto potere: ma non meno delle istituzioni cittadine. Democrazia è anche responsabilità. Alla lettera: capacità di  ‘rispondere’ all’opinione pubblica, alle sue denunzie, alle sue proposte e spiegare perché le si rigetta (quando sono infondate) e come e quando si ritiene di recepirle (quando sono fondate sull’evidenza dei dati oggettivi). Ogni volta che ciò non avviene, una Giunta municipale mette a repentaglio non soltanto la propria immagine (con tutte le conseguenze elettorali che sarebbe logico attendersi in una società politicamente matura), ma la sostanza stessa della convivenza civile: che è rispetto della specificità delle competenze, ma anche sinergia in vista di un bene avvertito come ‘comune’. Dunque nessuna identificazione demagogica fra chi ha il dovere di prendere decisioni (fossero pure impopolari) e chi ha il diritto di scegliere, per un periodo di tempo, gli amministratori: ma questa divisione dei ruoli può non comportare la disgregazione del patrimonio civico solo se rappresentanti e rappresentati alimentano un confronto pubblico, continuo, leale e costruttivo.
Nello spirito di questo confronto sarebbe interessante che, a parole e meglio ancora con i fatti, si avessero risposte precise a tre o quattro domande.
Prima: è vero, come mi ha confidato un operatore interno, che rientra nella programmazione ordinaria della Polizia municipale l’assegnazione di vigili nelle borgate marinare solo nei tre mesi estivi? E che dunque la loro assenza da lunghe fasce di territorio (compreso uno dei due più frequentati cimiteri cittadini) non costituisce un’eccezione occasionale ma la regola? E che dunque decine di migliaia di cittadini, forse centinaia di migliaia, possono con certezza contare sull’impunità permanente rispetto al codice stradale?
Seconda: è vero che, oltre ad un problema di quantità di uomini e mezzi, va registrato il problema della qualità e dell’efficenza? Il centro della città è costantemente presidiato. Ma perché ciò non impedisce che nell’arteria viaria principale (che dal Politeama arriva alla Stazione ferroviaria centrale) negozianti, commessi e clienti posteggino indisturbati ai due lati della carreggiata nonostante il divieto di sosta aggravato dalla minaccia di rimozione forzata? In alcuni tratti di via Maqueda - per esempio in prossimità dei Quattro Canti – i pedoni, indigeni e turisti, saremo costretti per tutta la vita a dovere non solo abbandonare il marciapiede (da anni occupato per interminabili lavori di restauro dei palazzi prospicienti) ma anche spostarci verso il centro della corsia automobilistica per evitare automobili e  motorini sfrontatamente posteggiati?
Terza: è noto ai responsabili dell’ordine pubblico che il rispetto delle regole, non sempre gradevole, viene reso ancor più pesante in regime di palese disuguaglianza di trattamento? Quando la mattina si ha fretta di raggiungere il posto di lavoro o la scuola dei propri figli, non è piacevole mettersi in coda per centinaia di metri – talora per chilometri – ai semafori. Ma l’attesa paziente diventa irritante, umiliante, insopportabile psicologicamente se alla tua destra e alla tua sinistra vedi sfrecciare nelle due corsie preferenziali decine di automobili che – in pochi secondi – superano i ‘fessi’ disciplinatamente incolonnati. Dei privilegiati del sorpasso, alcuni sono autorizzati ufficialmente (e ci si è chiesti, anche qui vanamente, se sia giusto che non soltanto magistrati o ambulanze godano di simile autorizzazione, ma anche uscieri del Comune, segretari della Provincia, portaborse della Regione…): e tutti gli altri? Non si venga a dire che sono difficoltà insormontabili. Anni fa segnalai, con una lettera pubblica al Comandante della Polizia urbana del tempo, di aver assistito direttamente alla scena –  più grottesca che patetica – di un vigile che, all’incrocio fra via Roma e via Cavour, invece di multare le auto provenienti illegalmente dalla corsia preferenziale ne agevolava il rientro nella corsia regolamentare! Non passarono più di due giorni e mi fu possibile constatare gli effetti strepitosi della mia denunzia: nessun vigile aiutava più i trasgressori a rientrare in corsia. Perché nessun vigile fu più destinato, per molto tempo, all’incrocio imbarazzante…   
Se davvero la Polizia urbana è strutturalmente inadeguata al compito, al di là delle possibili opzioni degli attuali responsabili e delle inevitabili manchevolezze degli operatori, perché il Prefetto stesso – in quanto massimo rappresentante del Governo nel territorio – non esercita il potere di predisporre, in sintonia con le Forze dell’ordine, un piano straordinario di ripristino della legalità? L’obiettivo – lo sappiamo bene – non è dei più in voga. Ma se dopo qualche settimana si riducessero le infrazioni, si liberassero le corsie dei bus e dei taxi, diminuissero le doppie e triple file di auto posteggiate che rendono più lunghe le code e più asfissianti i gas scaricati (sto parlando di piccoli rimedi tattici che hanno senso solo come anticipo di ben più drastici provvedimenti strategici), persino i palermitani si convincerebbero che maggiore rispetto delle regole significa, di norma, migliore qualità della vita. Nonostante l’autorevole parere in contrario dei maestri di riferimento della nostra cultura, da Riina a Provenzano, la legalità, alla lunga, conviene.

Augusto Cavadi

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