mercoledì 9 marzo 2005

STATO SOCIALE IN SICILIA


Repubblica – Palermo 9.3.05
Augusto Cavadi

IN SICILIA UN LIBERISMO SENZA LIBERISTI

Quando per l’Europa cominciò ad aggirarsi lo spettro del comunismo, un conservatore quasi reazionario – il cancelliere prussiano Bismark – pensò di difendersi giocando in contropiede. Per evitare che le sirene del socialismo collettivista potessero abbindolare le masse dei lavoratori decise di mostrare coi fatti che il sistema capitalistico aveva in sé la preveggenza di soddisfare le esigenze primarie di chi possedeva come unica ricchezza le proprie braccia: promosse assicurazione contro gli infortuni e le malattie; pensione di anzianità; assistenza sanitaria; istruzione elementare. Nasceva così il moderno Welfare State: letteralmente lo Stato del benessere, più comunemente lo Stato sociale.

Che l’idea fosse geniale lo conferma un dato storico impressionante: lungo il XX secolo l’hanno adottata, con leggere varianti, i regimi politici ideologicamente più disparati. Che lo Stato debba assumersi  - per quanto riguarda i bisogni essenziali - la cura dei cittadini dalla culla alla tomba, lo proclamarono e tentarono di realizzare democrazie liberali e regimi fascisti, socialdemocrazie e governi comunisti. In Italia rappresentò il frutto più maturo – e più ‘miracoloso’ – della convergenza fra partito cattolico e partiti laici minori. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, Reagan in America e la Thatcher in Gran Bretagna decretarono la fine di un’impostazione politico-economica che pure, secondo la maggioranza degli storici, aveva assicurato all’Occidente la sua epoca d’oro. Keynes perse lo scettro di nume ispiratore delle teorie economiche mondiali. 
Che tutto ciò avvenga alla luce del sole, con argomenti più o meno convincenti e con decisioni politiche programmatiche, può dispiacere ma fa parte della dialettica democratica. Il pendolo elettorale, che  può allontanarsi da una visione statalista a causa di sprechi e inefficienze, allo stesso modo può farvi ritorno man mano che si toccano con mano i disastri  - certo non minori – del mercato senza regole e dell’ossessiva caccia al profitto dei privati.  Nei Paesi civili le maggioranze si alternano proprio perché i cittadini hanno il diritto di misurare gli effetti delle opposte strategie. Ma in Sicilia stiamo assistendo ad un fenomeno per alcuni versi inedito. Lo smantellamento dello Stato assistenziale non è portato avanti da una classe dirigente liberista, individualista, fautrice della concorrenza competitiva, arrivata al potere proprio per aver promesso questo. Al contrario. In particolare la dottrina sociale cattolica, cui dice di ispirarsi il partito attuale del governatore (con ‘attuale’ mi riferisco proprio alla data odierna: domani mattina potrebbe non essere più così), sostiene molto insistentemente il dovere dell’apparato pubblico di moderare gli interessi individuali e di subordinarli al Bene comune. Sostiene che la persona umana non è una merce come le altre. Che il diritto ad essere curato nel corpo e istruito nella mente ed educato nell’interezza del proprio essere è innato: la società non può riservarsi l’arbitrio di attribuirlo a questo o a quell’altro cittadino, ma deve riconoscerlo a ciascuno. Nonostante simili premesse ideali, la pratica quotidiana di questa amministrazione regionale procede in direzione di uno sfascio dei servizi sociali. Le recentissime vicende delle nomine dei responsabili delle Aziende sanitarie locali ne costituiscono una tristemente eloquente conferma. Che uno abbia dato prova di incapacità manageriali o di disinvoltura morale o, in qualche caso, di entrambe, non viene considerato un elemento sufficiente per  invitarlo a farsi da parte. La fedeltà elettorale al proprio patrono di riferimento oscura ogni altro parametro di valutazione. Come meravigliarsi che, in questo quadro, ruscelli e ruscelletti di euro scorrano dalle casse pubbliche senza benefici per la collettività? Aumentano i ticket per le prestazioni mediche, i medicinali da acquistare a spese proprie, le prebende per consulenti e collaboratori vari dei politici; diminuiscono i presìdi ospedalieri, le campagne di prevenzione, i finanziamenti per la ricerca di base. Ogni tanto – come a proposito della Villa Santa Teresa di Bagheria - esplode qualche bubbone di proporzioni gigantesche. Intercettazioni ambientali e testimonianze processuali svelano intrecci tecnicamente mafiosi che non per caso hanno sempre più spesso, fra i protagonisti principali, operatori della sanità. Ci si chiede, non senza stupore, come mai l’Ordine dei medici non abbia nulla da dichiarare: eppure la maggioranza degli iscritti sgobba onestamente negli ambulatori convenzionati e nelle guardie mediche notturne e festive. Per non parlare della folla di laureati del settore in cerca di prima occupazione che di questo andazzo clientelare e spartitorio rappresentano le prime vittime. All’osservatore, come all’uomo della strada, torna in mente l’adagio popolare solo apparentemente qualunquista: chi ruba poco va in galera, chi ruba molto fa carriera.

Augusto Cavadi 

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