venerdì 8 aprile 2005

IL CONFRONTO ISLAM-OCCIDENTE


Repubblica – Palermo 8.4.05

Augusto Cavadi


“PRIMA LE LEGGI, POI LA FEDE” 

Nel 1992, a nove anni, ha raggiunto a Parma, con mamma e fratellino, il papà marocchino. Nella città emiliana ha studiato all’istituto magistrale, poi si è iscritto all’Università di Bologna in scienze politiche. L’amore e il lavoro lo portano infine a Napoli dove attualmente si guadagna da vivere come pubblicista (fra l’altro è direttore editoriale del portale  www.musulmaniditalia.com) e, nelle scuole, come mediatore culturale. Sino a poco tempo fa è stato il presidente dell’associazione dei Giovani musulmani in Italia. Oggi, a Palermo, presso i Valdesi di via Spezio 43, alle 17.30 presenta il suo primo libro (Salaam, Italia! dell’ Aliberti di Reggio Emilia).
E’ il suo primo viaggio nella nostra isola?Sono già venuto in occasione di convegni e riunioni. Ma la Sicilia ha giocato un ruolo tutto particolare nella mia vita. Mio padre ha lavorato dal 1989 al 1991 come operaio a Misilmeri: ho trascorso vari periodi di vacanze presso di lui prima di lasciare l’Africa. Palermo e il suo territorio sono stati la porta del mio ingresso in Europa. In Salaam Italia! Lei racconta l’esperienza di un giovane immigrato   su cui  pesa una doppia ragione di sospetto: nero di pelle, islamico di religione. Aveva in mente qualche obiettivo preciso?L’obiettivo principale di questa mia testimonianza è innanzitutto far conoscere realtà dei musulmani in Italia, una realtà plurale, molto complessa e variegata. Tramite la mia esperienza personale, ho voluto trasmettere al lettore la dimensione umana dei musulmani d’Italia, con i suoi lati
positivi ma anche negativi. Un altro obiettivo è sicuramente quello di
costruire un ponte di dialogo tra musulmani e società autoctone, fondato
su un confronto sereno ma allo stesso tempo sincero e capace di dare delle
risposte sui problemi reali riguardo la nostra società multiculturale. Per noi occidentali è difficile distinguere, nel blocco degli immigrati islamici, la pluralità di cui parla. La tendenza, o la tentazione, è di non andare troppo per il sottile e di distinguere due versanti principali dell’islamismo: quello ‘buono’, che
 accetta la Costituzioneitaliana e i codici giuridici che su di essa sono fondati; quello  ‘cattivo’, che non transige sulla fedeltà alla Sharìa  su nessuno dei molti punti in cui essa non è conciliabile col diritto occidentale.
Credo che la realtà sia  ben più complessa. In Italia particolarmente abbiamo
un Islam  sociologicamente giovane: la presenza dei musulmani in
Italia in forma massiccia e organizzata è un dato dell’ultimo decennio, in
altri Paesi europei si parla di quarta e quinta generazione dei figli dell’immigrazione islamica. Questo comporta sicuramente una gradualità nei
processi di integrazione nella società italiana che passa tramite la conoscenza della cultura autoctona in senso lato dalla lingua parlata
 alle leggi vigenti. Un fetta minoritaria invece di musulmani in Italia hanno
optato per una formula ghettizzante, la scelta di una formula identitaria
che vede nell’Islam l’unica prospettiva di confronto con la  società italiana, dimenticando che la vera sfida odierna è una piena cittadinanza nelle parole e nei fatti.Ma cosa possono fare le istituzioni statali e la società civile per agevolare l’ala moderata, o meglio progressista, degli islamici?Dopo l’11 settembre gli italiani hanno paura. E non hanno torto. Spetta a noi musulmani spezzare questa cappa di diffidenza che ha portato alcuni governi a risposte folli come la guerra in Iraq. Dobbiamo mostrare, coi fatti, di accettare la logica occidentale per cui prima si è cittadini e solo secondariamente musulmani, cristiani, buddisti o atei. L’opinione pubblica europea può favorire queste strategie evitando di interloquire solo con gli imam (che spesso riducono le moschee a centri di potere politico) e cercando il dialogo anche con le mille associazioni culturali, religiose e sociali in cui gli islamici italiani si organizzano. L’islamismo non è una confessione clericale, gerarchica. Spesso voi vi rapportate direttamente con l’imam perché pensate che sia il pendant del parroco o del vescovo, ma non è così. Nella nostra concezione la moschea dovrebbe essere non la casa  del pastore, ma un luogo di culto aperto a tutta la cittadinanza: dovrebbe essere un luogo di crescita anche civile.Ad essere sinceri, dalle nostre parti, non è facile trovare questi interlocutori islamici ‘laici’ che non siano legati a governi stranieri come quello libico o tunisino. E’ vero, in Sicilia – ma si potrebbe aggiungere da Napoli in giù – non ci sono sezioni delle associazioni islamiche italiane. Forse perché molti musulmani vivono il soggiorno nel Sud come provvisorio, transitorio. Essi rimangono invisibili perché o vivono nell’anonimato o si chiudono in un ghetto. Spero di contribuire a invertire la tendenza, a far uscire i miei fratelli di fede dalla moschea. La vostra terra, in particolare, per la sua storia e per la sua collocazione proprio nel cuore del Mediterraneo, sarebbe un luogo ideale per il confronto costruttivo fra le nostre diverse tradizioni culturali. Negli ultimi giorni i massmedia hanno seguito l’agonia e la morte di Giovanni Paolo II con un’attenzione quasi ossessiva. La sensibilità di un cittadino italiano di confessione islamica può restare disturbata da questa enfasi?Per favore, non tocchiamo questo papa. In un recente articolo ho scritto che è stato il papa di tutti, anche di noi musulmani. E’ stato il primo a incontrare nel 1985 i giovani musulmani a Casablanca; a organizzare nel 1986 l’incontro di Assisi con i leaders delle grandi religioni mondiali; a visitare una moschea a Damasco nel 2001. Nello stesso anno, quando furono sganciate le prime bombe sull’Afghanistan, invitò i cristiani a digiunare in segno di solidarietà con i popoli colpiti dalla guerra. Questo papa merita il tributo che sta ricevendo. Ben altri sarebbero i cristiani su cui sollevare obiezioni…

Augusto Cavadi

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