venerdì 22 aprile 2005

L’ECOLOGIA DEL CIBO


Repubblica – Palermo 22.4.05 


LA MORALE DEL CONSUMATORE NEL MONDO DI “FATA ZUCCHINA” 

Autostrada per Messina, svincolo di Castelbuono. Poco prima di arrivare nella capitale della manna di frassino, imbocco lo stradale per Isnello e pochi chilometri avanti posteggio. Se si vuole proprio raggiungere i ruderi di Lanzeria c’è solo un sentiero sterrato: per fuoristrada o per gambe pazienti. Avevo già conosciuto le tre giovani coppie che da due anni sperimentano una comunità “agricolo – circense”: lavoro nei campi alternato ad animazione di strada (gratuita o su progetti finanziati dalle istituzioni). Mi avevano spiegato che la loro decisione nasceva da una duplice delusione: verso la vita delle metropoli europee (vengono da Parigi, da Milano, da Roma) e verso la vita dei centri sociali spontanei (troppo schiacciati sulla dimensione ludica e, dunque, falsamente alternativi agli stili di vita borghesi). In qualche loro amico di passaggio non erano neppure mancati gli accenni polemici nei confronti dei “professori universitari che parlano parlano ma non realizzano mai nulla di effettivo” (nonostante uno studente si sia già laureato a Palermo in Scienze della comunicazione con una tesi di sociologia proprio dedicata a questo esperimento di autogestione).
Ci torno adesso, dopo alcuni mesi, perché per qualche giorno vi si sono radunati, un po’ da tutta Italia, persone impegnate in iniziative del genere che si riconoscono in una sorta di coordinamento informale sin dalla denominazione: “Corrispondenza Informazioni Rurali”. Discutono di nuove biotecnologie, di etica del consumo, di energie rinnovabili. Seguendo i lavori, mi confermo nell’idea che le questioni affrontate non sono per nulla d’interesse settoriale. Le si potrebbe raccogliere in tre domande principali.La prima – se ci si possa alimentare senza avvelenarsi – è davvero comprensibile anche al pubblico più vasto. Se le statistiche confermano il moltiplicarsi di tumori, di malformazioni genetiche, di nuove patologie legate a tecniche di coltivazione dei vegetali e di allevamento degli animali sempre più artificiose, ritornare ad un rispetto dei cicli naturali sarebbe non soltanto auspicabile, ma necessario. Lo aveva notato già nel XVII secolo Francis Bacon: la natura non la si possiede se non obbedendole. Lo sfruttamento dissennato dell’ambiente è solo una forma inconscia di lento suicidio.Anche la seconda domanda – se ci si possa alimentare senza farsi fregare soldi – è di rilevanza generale. Grazie ad eccellenti servizi televisivi, quasi tutti ormai sappiamo in seguito a quali rocambolesche traversie il pomodorino di Pachino viene venduto dal produttore a pochi centesimi e acquistato dal consumatore ad alcuni euro.  Da qui la diffusione, anche a Palermo, dei “gruppi di acquisto”    come “Fata zucchina” (via E. Albanese 19, e-mail: luigimennella@libero.it) che provano ad abbassare il prezzo a dettaglio azzerando le intermediazioni parassitarie fra  aziende agricole e cittadini.Forse meno persone hanno ancora la maturità civica e morale per avvertire con la stessa incisività una terza questione dibattuta in questi giorni a Lanzeria: se ci si possa alimentare senza fregare i poveri. Sia vicini che lontani. Si tratta di utilizzare la globalizzazione non per costringere i contadini ad una concorrenza reciproca sempre più spietata (minacciando di comprare le stesse arance o le stesse banane a prezzi sempre più stracciati man mano che ci si allontana dal Nord del mondo), ma per aprire nuovi mercati anche ai produttori della periferia; non per omologare le colture secondo gli standard e gli obiettivi speculativi delle multinazionali, ma per preservare la biodiversità e le tradizioni locali a rischio d’estinzione. Su quest’ultimo tasto ha insistito nel suo intervento Moffo Schimmenti, un contadino che guida con passione un complesso giovanile di musica popolare: ha raccontato il suo progetto (recepito con attenzione dal Comune di Polizzi e dall’Istituto agrario di Castellana) di creare una “scuola di formazione” per operatori locali in grado sia di preservare alcune nostre varietà di ortaggi e di legumi che costituiscono un unicum nell’intero pianeta sia di organizzare una sorta di “banca delle semenze” da custodire, ma per farne dono a chi ne facesse richiesta.

Augusto Cavadi

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