venerdì 2 settembre 2005

IL CONSULENTE FILOSOFICO


Augusto Cavadi
“Centonove” del 2.9.05

FILOSOFIA & FUTURO

La consulenza filosofica: più filosofia che storia della filosofia

Per la Facoltà di scienze della formazione dell’Università di Catania sta diventando una tradizione: dedicare una giornata di studi a chiarire i contorni della figura professionale del consulente filosofico, il bagaglio culturale che gli è necessario e le possibili prospettive di lavoro. Quest’anno sono stati invitati, insieme a tre precursori della “consulenza filosofica” (Gerhard Achenbach, Andrea Poma e Neri Pollastri),  due prestigiosi esponenti del gotha filosofico nazionale (Enrico Berti e Carmelo Vigna). E uno degli interrogativi cruciali ha riguardato, proprio, il rapporto fra il filosofo (nel senso tradizionale, o meglio convenzionale) e il consulente filosofico: quali affinità e, soprattutto, quali differenze?In un certo senso, è una falsa questione. O, per essere meno provocatori, una questione sociologica. E molto contemporanea. Da Socrate a Voltaire, anzi a Kant (il quale si proponeva di rispondere essenzialmente a tre domande: che cosa possiamo conoscere, come dobbiamo agire e che cosa possiamo sperare), sarebbe stata poco intelligibile: per i primi ventitré secoli della sua storia, infatti, la filosofia è stata non un’attività accademica ma un servizio intellettuale. A imperatori, a principi, a papi, a riformatori religiosi, a rivoluzionari politici, a borghesi. Si pensava per chiarire i problemi a sé stessi, certamente, ma – più o meno esplicitamente – al resto della società.

Con l’Ottocento questa funzione sociale della filosofia si riduce e si trasforma. Gradatamente, per filosofo si intende il professore di filosofia che ‘professa’ la filosofia altrui o, in casi di particolare genialità o di particolare presunzione, la propria. Hegel è in questo senso paradigmatico: si convince, e convince mezzo mondo (gli italiani Croce e Gentile compresi), che il filosofo è essenzialmente uno storico della filosofia. Come noteranno con stupore e disappunto Feuerbach, Kierkegaard, Marx, Nietzsche (tutti intellettuali che, non a caso, non sono stati filosofi di professione!), la filosofia perde il contatto con l’uomo in carne ed ossa, affamato di pane di sesso e di amore, condizionato dalla storia collettiva e dalla biografia individuale.

Ma se fare il filosofo significa essenzialmente discutere le idee dei filosofi precedenti e contemporanei per addestrare i filosofi del futuro (che, a loro volta, ricominceranno a discutere le idee altrui e ad addestrare nuove leve), la filosofia si autolimita a storiografia della filosofia: che è un’attività nobile, anzi necessaria, ma certamente strumentale rispetto alla filosofia vera e propria.

Così il ragazzo che vuole capire che cosa ci sia di vero nella morale sessuale dominante o l’anziano che vuole capire che cosa ci sia di credibile nelle promesse teologiche della sua chiesa o l’adulto che vuole capire quali siano le differenze effettive fra le diverse proposte politico-ideologiche dei partiti in lizza…non hanno persone di riferimento con cui confrontarsi. Il filosofo resta nella biblioteca a produrre monografie raffinate sui filosofi precedenti ad uso e consumo dei filosofi successivi; la gente comune vaga nel regno del “si dice” e del pressappoco.

Senza poter tacitare del tutto la propria sete di senso.

Siamo dunque a un bivio. O lasciamo che a questa esigenza di capire provino a rispondere (per motivi non sempre disinteressati) esclusivamente preti, politici e psicoterapeuti o coinvolgiamo anche dei professionisti della filosofia che – riprendendo la tradizione da Socrate agli Illuministi – siano disposti a mettersi in gioco. Saranno certamente professionisti non ignari della dimensione teoretica della filosofia né asciutti in filosofia pratica: ma particolarmente attenti alla phronesis dei Greci, alla prudentia dei Latini, alla capacità – insomma – di applicare i princìpi etici alle situazioni contingenti, mutevoli e ogni volta irripetibili.

La consulenza filosofica: più alleata che concorrente della psicoterapia
Se concordiamo sulla convinzione che consulenza filosofica e filosofia coincidano (e che la differenza seria si dia invece fra il filosofo-consulente e lo storico della filosofia – professore) potrebbe meglio delinearsi la specificità di questa relazione d’aiuto rispetto a tutte le altre (ovviamente non meno legittime né utili). Quando si parla di questa attività, infatti, non c’è solo da smontare i pregiudizi dei professori di filosofia (che, dall’alto – e dal comodo – delle loro cattedre vedono nella consulenza un affare di clandestini tendenzialmente abusivi), ma anche la diffidenza degli psicoterapeuti (che vedono, invece, in essa un espediente per esercitare concorrenza sleale e togliere fette di mercato). La mia esperienza personale attesta che tanta diffidenza si registra più per ignoranza che per preveggenza. Dico solo che è capitato non solo a me di praticare per decenni la filosofia come consulenza (potenziale e indiretta, ma anche attuale e personalizzata) e di averne  preso coscienza solo quando alcuni psicoterapeuti glielo hanno fatto notare. Quando alcuni medici dell’anima (come racconto anche nel mio Quando ha problemi chi è sano di mente, Rubbettino, 2003) mi hanno confidato di essere contattati da persone esenti da qualsiasi patologia, ma desiderosi di essere aiutati a cercare da sé un orientamento esistenziale: ‘clienti’, dunque, e non ‘pazienti’, che formulavano domande a cui nessun corso di laurea in psicologia prepara a rispondere.Si sa che la realtà è sempre un po’ più complicata delle nostre distinzioni concettuali. Nessuno può escludere che un ‘consultante’ sia anche bisognoso di terapia: Freud sbagliava nel ritenere nevrotica ogni richiesta di senso ma ciò non significa, all’opposto,  che basti – eventualmente – trovare un senso alla vita per liberarsi dalle nevrosi. Ecco perché – quando è possibile – penso che l’assetto ideale per una relazione d’aiuto efficace (e ciò è particolarmente agevole in caso di sedute di gruppo) comporti la compresenza di un filosofo e di uno psicoterapeuta: affinché, mentre l’intelligenza cerca di chiarirsi la strada, il cuore non faccia brutti scherzi e metta fra le ruote ragioni e sragioni che la ragione non conosce.                                                                  

Augusto Cavadi 

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