mercoledì 14 dicembre 2005

IL CONCILIO VATICANO II E LA SICILIA


REPUBBLICA - PALERMO

14.12.05

QUARANT’ANNI DI CONCILIO NELL’ISOLA DELLE MADONNA

Proprio nel dicembre del 1965 si chiudeva a Roma il Concilio ecumenico Vaticano II: dunque la più solenne e impegnativa riunione dei vescovi di tutto il mondo che la Chiesa cattolica possa convocare. Si trattò di uno di quei sommovimenti tellurici le cui ondate si propagano lentamente ma inesorabilmente dall’epicentro alla più lontana periferia (Enzo Di Natali, ad esempio, ha pubblicato l’anno scorso con il Centro culturale agrigentino “Pier Paolo Pasolini ” un interessante volume su Il dopo Concilio ad Agrigento e i cattolici del dissenso con ampi riferimenti ai contrasti intraecclesiali a proposito del referendum contro il divorzio). E la propagazione non avviene solo nello spazio: a quarant’anni esatti, non si cessa di registrare gli effetti dirompenti di quell’esplosione teologica.

Forse, a occhio – per così dire – nudo, il profano non avverte la drasticità della svolta. E ciò per almeno due ragioni. La prima è che la Chiesa cattolica è maestra di diplomazia e sa nascondere, dietro il velo della continuità, le rotture più sconvolgenti (per evitare che il “popolo di Dio”, avendone coscienza, resti smarrito e perda fiducia nella guida di piloti capaci di manovre tanto spericolate). La seconda ragione è che la radicalità e la pericolosità della brusca inversione di rotta operata dal Concilio sono oggi presenti allo sguardo preoccupato di chi le contrasta (i conservatori, più o meno dotti, che papa Wojtyla ha piazzato nei posti chiave della gerrachia) più di quanto lo siano alla coscienza di chi le condivide: non si spiegherebbe uno solo dei discorsi, ad esempio, di Benedetto XVI se non li si leggesse come tentativi  - forse disperati forse destinati al successo – di reinterpretare il messaggio conciliare in chiave di normalizzazione teorica e disciplinare. Insomma: sulla memoria del Vaticano II si gioca il presente, e in una certa misura anche il futuro, della Chiesa cattolica.

Se non si tiene nel debito conto questa problematica niente affatto archeologica, non si può apprezzare adeguatamente l’iniziativa che oggi (alle ore 16, in via Maqueda 324) viene offerta alla città dall’associazione “Dialoghi dal Concilio” e dalla Facoltà di Scienze politiche: una conferenza, seguita da pubblico dibattito, su “Magistero della Chiesa e laicità dello Stato” tenuta dal giornalista  - uno dei più autorevoli “vaticanisti” italiani ed autore di numerosi studi -  Giancarlo Zizzola. Come si può intuire sin dal titolo, infatti, sarebbe miopia culturale ignorare che si tratta di tematiche non certo esclusivamente ‘interne’ alla comunità credente: i dibattiti recenti attestano, con preoccupante vivacità, che sono in gioco delicati equilibri sociali e istituzionali.

Ma qual è il cuore della questione?  Un’indicazione preziosa possiamo trovarla nel recentissimo volume La Chiesa oltre la cristianità che don Carmelo Torcivia, noto anche ai lettori di questo foglio, ha pubblicato con le Dehoniane di Bologna. Molto in breve: se con la parola ‘cristianesimo’designiamo una religione e con ‘cristianità’ ogni sistema sociale che, storicamente, si è impregnato di cristianesimo, oggi assistiamo al tramonto della cristianità. Si è spezzato il vincolo fra trono ed altare, fra potere politico e potere ecclesiastico. La Chiesa è dunque di fronte a un bivio: o tentare l’impossibile ritorno ai bei tempi andati, al trionfalismo invadente della “religione di Stato”, o accettare – con serenità – di essere ormai una minoranza numerica che deve giocare la sua battaglia ad armi pari con le altre minoranze (religiose, ma anche culturali) distribuite nel Paese. La prima impostazione produrrebbe nuovi concordati, più o meno palesi, fra esponenti della gerarchia cattolica e uomini di governo (disposti, come Benito Mussolini, a firmare accordi strumentali nonostante la personale, totale estraneità ai dettami evangelici); la seconda condurrebbe, invece, in tempi più o meno brevi, a rinunziare ad ogni patto precedente che comporti ambigui privilegi (per giunta pagati al prezzo di silenziare ogni critica della comunità ecclesiale nei confronti di chi ha la responsabilità della cosa pubblica). Il presbitero e teologo palermitano non sembra avere dubbi su quale delle due strade intraprendere (mantenendosi fedele alla “figura di Chiesa disegnata dal Concilio Vaticano II, che si è posta in linea di discontinuità con il modello di Chiesa offerto dalla cristianità e in continuità ideale con quello offerto dalla Chiesa delle origini”): “innanzitutto, il rispetto  profondo della laicità dello Stato e delle sue istituzioni e, più in generale, l’apprezzamento dell’idea della laicità. La Chiesa non ha nulla da temere da una giusta concezione della laicità, ben distante dai vari laicismi. Essa stessa, anzi, se ne deve fare garante e promotrice, senza minimamente cedere alla tentazione di non osservarne alcune caratteristiche, seppure a fin di bene”. Parole chiare, ma dure da comprendere in una regione in cui il presidente in carica può ritenersi abilitato a consacrare l’isola alla Madonna senza incorrere nella divertita presa di distanza dei vescovi deprivati di una competenza per così dire professionale ed in cui, al contrario, una candidata alla presidenza può essere accusata di estremismo anarcoide solo perché – nonostante una fede convinta e praticata -  ritiene che la campagna elettorale non si fondi su promesse di contributi alle parrocchie e di finanziamenti alle scuole cattoliche.

Augusto Cavadi

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