martedì 15 febbraio 2005

CONSULENZA FILOSOFICA


“Repubblica – Palermo”
15. 2. 2005
Augusto Cavadi 

SUL “LETTINO” DEL FILOSOFO

Che cos’è la consulenza filosofica? “Nel contesto generale delle attività di aiuto”, cosa la apparenta – e cosa la distingue – rispetto al compito  specifico dell’educatore e dello psicoterapeuta? Tra i pochi che hanno tentato di rispondere Eckart Ruschmann in un libro del 1999. Rosaria Longo, docente all’Università di Catania, ha pensato bene di far conoscere al pubblico italiano il ‘succo’ della proposta del filosofo tedesco curando, per i tipi di Armando Siciliano, la traduzione della  Prima parte: la consulenza filosofica come “comunicazione esistenziale” che accomuna, consulente e consultante, nella ricerca di un “orientamento” di vita. Il testo originario – secondo la buona tradizione teutonica – non è proprio dei più digeribili, ma il lettore  trova un’utile chiave introduttiva nell’ampio saggio della curatrice che illustra, con chiarezza didattica , La consulenza filosofica nell’orizzonte di senso della filosofia pratica contemporanea (pp. 5 – 38). In più parti del pianeta, riaffiora il bisogno di confrontarsi con la saggezza di un Seneca o di Montaigne.

ECKART   RUSCHMANN
Consulenza filosofica

Armando Siciliano
Pagine 106
Euro 10

mercoledì 9 febbraio 2005

INVERNO A SCUOLA


“Repubblica – Palermo” 9.2.05


Gli studenti, il freddo e la politica

Sabato scorso Maurizio Muraglia (che non è solo un ottimo insegnante, ma il presidente della sezione palermitana di un’ottima associazione di insegnanti) ha evidenziato un dato che – da Napoli in su – si stenta persino a immaginare: quando arriva l’inverno, in molte scuole è arduo lavorare perché battono i denti. Alla sua fotografia si potrebbe aggiungere un particolare paradossale: giornali e televisioni accendono i riflettori su questo o quell’altro istituto in cui il riscaldamento viene a mancare per cause contingenti, ma gli edifici che non cessano di essere riscaldati perché strutturalmente privi di qualsiasi impianto restano nell’ombra. Oltre che nel freddo. Più che la fotografia, è interessante la problematica pedagogica che Muraglia solleva: come insegnare la legalità, il rispetto delle regole, il senso civico in un contesto di illegalità? Come suscitare il senso dello Stato in edifici statali del tutto inadeguati alle normative (igieniche, di sicurezza, di efficienza amministrativa…) stabilite dallo Stato stesso? Gli alunni non sono stupidi: “chi”, “dove” e “come” emette un messaggio è per loro almeno altrettanto significativo del messaggio stesso.

Le analisi risultano convincenti, un po’ meno – mi pare – le considerazioni ‘operative’ finali: “Pronti a occupare le scuole, con impeto sessantottesco, verso tutti i nemici possibili, vicini e lontani, i nostri adolescenti stanno seduti con i berretti di lana nel mese di gennaio quando si avvicina la fine del quadrimestre e non è il caso di perdere giorni di scuola. Pur di arraffare un sei in matematica, mi becco il freddo e faccio finta di niente oppure protesto per un po’ senza graffiare più di tanto. Lo Stato odioso e insopportabile nel mese di dicembre me lo tengo caro per tutto l’inverno perché comunque un pezzo di carta me lo darà e non è il caso di farlo arrabbiare troppo”. Se Muraglia vuole invitare ad una coerenza interna gli studenti, ha ragione da vendere: non si può occupare la scuola prima delle vacanze natalizie e – pur senza risultati concreti - tornare a fare i bravi ragazzi dalla befana a pasqua. Ma è sufficiente questa forma di sollecitazione ad essere coerenti con sé stessi o non si dovrebbe avere il coraggio – educativo e politico – di fare un passo oltre e aggiungere che, comunque, si tratta di una logica complessivamente sballata? Detto altrimenti: all’alunna che batte i denti per il freddo devo rivolgere, in forma più o meno criptica, l’invito a rioccupare la scuola o non piuttosto spiegarle che ci sono modalità ben più efficaci di protesta? Personalmente non ho dubbi: alla scorciatoia della dimostrazione occasionale in piazza (che, nel migliore dei casi, può fare arrivare il metano in quella scuola e per quel mese) preferisco la via lunga della formazione civica. Dobbiamo ricordarcelo noi adulti, dobbiamo insegnarlo ai più giovani: ogni società ha la scuola che si merita. Tu non puoi votare quattro volte (alle comunali, alle provinciali, alle regionali e alle politiche nazionali) per uno schieramento liberista, affaristico, clientelare, serrato nella difesa di interessi privati scandalosi e… stupirti che i tuoi rappresentanti nelle istituzioni  se ne freghino della mancanza di  riscaldamento nei locali scolastici. E’ già tanto che la ministra, memore della battuta di Maria Antonietta di Francia, non abbia ancora dichiarato ai giornalisti: “Se sentono freddo nelle scuole statali, perché non si iscrivono alle scuole private dove avrebbero l’aria condizionata anche in primavera?”. Scandaloso, per me, non è che la ragazza batta i denti e non occupi (sapendo benissimo che ormai l’occupazione incide sulla politica di un governo quanto il solletico di una piuma su un bisonte inferocito): piuttosto che, dopo aver battuto i denti per tredici anni, alle prime elezioni voti per chi difende quello status quo. Oppure non vada neppure a votare.
Lo so: per evitare questo scandalo la strada è lunga, laboriosa e dagli esiti incerti. Si tratta di far rientrare nelle aule scolastiche la cultura politica che ne è stata cacciata fuori insieme agli scontri fisici fra fazioni di opposti fanatismi. Si tratta di usare  in classe – insieme ai manuali – quotidiani, settimanali, mensili: tutto ciò che possa costituire un’alternativa all’imperialismo monocratico televisivo. Si tratta di spiegare agli alunni che votare per uno schieramento piuttosto che per un altro significa non soltanto scegliere fra due volti sorridenti di leader più o meno fotogenici, ma soprattutto fra due progetti di civiltà: dunque, anche di scuola. Si tratta di risuscitare l’educazione civica, la Bella Addormentata  delle scuole di ogni ordine e grado. Si tratta, ancor di più, di evidenziare la dimensione civica di ogni disciplina curriculare: dalla letteratura italiana alla fisica, dalla storia alla biologia, dal greco all’informatica. Si studia il passato per capire il presente: e si vuole capire il presente per immaginare un futuro diverso.

Che i professori di orientamento ‘moderato’ e conservatore non avvertano l’urgenza di tutto questo, lo si può – almeno sino a un certo punto – comprendere. Che non la avvertano i professori progressisti (li si distingue subito: quando scatta l’autogestione immaginaria sono i primi, con ingenua disponibilità, a discutere con i ragazzi di guerra, di droga e di tutti quei problemi di cui dovrebbe essere intessuta la quotidianità della comunicazione in classe), lo si comprende con più difficoltà. Almeno loro dovrebbero ricordare il monito di uno dei guru del Sessantotto: “la banalità, di qualsiasi colore sia, è sempre controrivoluzionaria”.

Augusto Cavadi

sabato 5 febbraio 2005

GLI ULTIMI E LA POLITICA


“Repubblica – Palermo”
5.2.05

I dimenticati dalla politica

La politica deve guardare ai grandi numeri, ai fenomeni macroscopici: non può certo basarsi su singoli casi concreti. Tanto meno se chi è in difficoltà ricorre a iniziative di plateale violenza. In questa necessaria ampiezza d’orizzonti si nasconde, però, un tragico pericolo: fissarsi sulle questioni in generale dimenticando che la loro rilevanza è radicata nella carne di persone vive. E’ il rischio esattamente inverso di chi guarda gli alberi senza vedere la foresta. Ogni tanto mi assale una fantasia: che succederebbe se, per ogni titolo generico (“Cresce la fame nel mondo”, “Si moltiplicano i casi di Aids in Africa”, “Diminuisce l’occupazione in Europa”…), si attivasse una web-camera e, in una sorta di reality-show davvero realistico, si seguisse per due o tre giorni la storia di un soggetto particolare? Ce la faremmo a resistere indisturbati nei nostri – per quanto precari – equilibri socioeconomici da privilegiati del pianeta o avremmo serie difficoltà a vedere agonizzare, in diretta, un bambino brasiliano o una giovane donna congolese? L’inquietudine, il vagabondaggio, l’umiliazione di un solo adulto disoccupato – se monitorati 24 ore su 24 – sarebbero molto più eloquenti di aride percentuali matematiche che, pure, moltiplicano per decine di migliaia  - anzi milioni -  di volte quell’unica storia di dolore.

Tutti abbiamo sentito parlare di “malasanità” in Sicilia. Ma se ci capita di conoscere Anna, la ventunenne figlia di un ciabattino di Alcamo, che chiede una visita oncologica in una grossa struttura ospedaliera del capoluogo di regione e la ottiene per nove mesi dopo, sì che - quando le sarà diagnosticato il tumore, ormai ramificato in numerose metastasi –  si riterrà inutile l’intervento chirurgico, quel ‘problema sociale ’ cesserà d’essere un’astrazione e acquisterà il volto particolare di una donna ‘colpevole’ solo di non aver potuto pagare una visita specialistica privata.

Tutti abbiamo sentito parlare di “povertà” in Sicilia. Ma se ci capita di conoscere la famigliola di Giovanni, quarantacinquenne in cerca di qualsiasi lavoro, la cui moglie non può fare bene la domestica né le due figlie sono in grado di studiare con serenità perché tutte e tre hanno gravi difetti di vista, hanno anche la prescrizione medica in tasca, ma restano per quattro anni senza occhiali (assistendo impotenti all’aggravamento della patologia) per assoluta mancanza del denaro necessario, le statistiche del Censis e le graduatorie del “Sole-24 ore” cessano di risultarci mere occasioni di valutazioni sociologiche generiche: diventano cifre che alludono a drammi quotidiani spesso vissuti con dignità e pudore.

Tutti abbiamo sentito parlare dell’ “immigrazione” in Sicilia. Ma se ci capita di conoscere Nazrul Islam, un giovane del Bangladesh sbarcato in Italia nel 1992, aggredito e reso invalido al 100% da ignoti a Palermo nel 1996, accudito amorevolmente dalle suore di Madre Teresa di Calcutta alla Kalsa; se veniamo a sapere che  si trova in un circolo infernale (in quanto invalido, il suo “permesso di soggiorno per motivi di lavoro” è stato trasformato in “permesso di soggiorno per motivi di salute”; ma, essendo invalido, non può essere ammesso a nessun corso professionale che potrebbe valorizzare le sue capacità intellettive - ultime risorse di una vita spezzata  - e, in mancanza di un nuovo “permesso per motivi di lavoro”, dovrà essere rispedito al suo Paese d’origine), abbiamo la percezione meno vaga di cosa possa significare una normativa nazionale che guarda agli immigrati soltanto come manodopera a basso costo e non come concittadini del pianeta.

Davanti a queste – e simili – situazioni sottrarsi al dovere di ipotizzare risposte è il sintomo della miseria morale di quei cittadini, come noi, che sono stati esonerati dall’esperienza della miseria materiale. Una risposta ad personam, innanzitutto: ed è la missione del volontariato, religioso o civile. (In questi giorni l’Istituto “Arrupe” raccoglie le iscrizioni ad un corso di avviamento al volontariato dell’Università della strada: si può telefonare, entro le ore 13 di lunedì 7, allo 091. 6299744). Ma, contestualmente, una risposta che miri alle cause sistemiche di quella miriade di casi: ed è la missione di ogni cittadino (compresi quelli che prestano opera di volontariato in qualche organizzazione umanitaria, ma anche quanti hanno la possibilità di incidere – ancor di più se associandosi in partiti, sindacati, movimenti - sulle scelte legislative e amministrative con la loro parola, con le loro iniziative pubbliche e con il loro voto). La politica clientelare – come insegna il cuffarismo – è l’arte di risolvere i problemi individuali lasciando inalterate le condizioni strutturali; la politica autentica non può però bendarsi davanti alle piaghe del singolo. Deve avere il coraggio ( e il tempo) per mettere da parte tabulati e censimenti, per chinarsi  - almeno ogni tanto -  su chi è stritolato dai meccanismi anonimi ed ingiusti in modo da impegnarsi – con più convinzione, con più sollecitudine e con ‘com-passione’ – nel riformarli. Se certe storie di disperazione, se certi volti deformati dal dolore restano del tutto estranei alla memoria di chi - nei partiti o nelle sedi istituzionali -  interviene ai dibattiti o partecipa alle decisioni, perché poi stupirsi della crescente difficoltà di distinguere il politico di professione dal burocrate in carriera?

Augusto Cavadi

mercoledì 2 febbraio 2005

VIGILI A PALERMO


Repubblica – Palermo  Febbraio 05
Augusto Cavadi

TRE DOMANDE AI VIGILI URBANI

In questi ultimi giorni “Repubblica” ha cercato di capire perché i vigili urbani a Palermo sono meno presenti che in altre grandi città italiane. Agli elementi raccolti dal cronista (“I mille mestieri dei vigili urbani”), si sono successivamente aggiunte informazioni e considerazioni provenienti dall’interno stesso della Polizia municipale che – con qualche ritocco marginale – confermano la gravità del quadro complessivo. Ed ora? Il rischio è che alla diagnosi (con annesso micro-dibattito) non segua nessuna terapia. Quando alcuni mesi mi è capitato di tratteggiare a grandi linee l’illegalità sistemica in cui versano tre interi quartieri contigui (Acquasanta, Arenella, Vergine Maria), l’unico risultato è stata una telefonata dell’Ammiraglio responsabile delle coste siciliane da Palermo a Trapani che mi preannunziava l’invito alla convocazione di una conferenza di servizio con le autorità civili e militari interessate alla questione. Ma, a tre mesi e passa, non ho ricevuto più notizie.

Se anche questa volta Sindaco, Assessore competente e Comandante dei vigili urbani dovessero adottare la tattica del giunco - che si piega provvisoriamente in attesa di raddrizzarsi a tempesta passata – sarebbe certamente un segno della debolezza del quarto potere: ma non meno delle istituzioni cittadine. Democrazia è anche responsabilità. Alla lettera: capacità di  ‘rispondere’ all’opinione pubblica, alle sue denunzie, alle sue proposte e spiegare perché le si rigetta (quando sono infondate) e come e quando si ritiene di recepirle (quando sono fondate sull’evidenza dei dati oggettivi). Ogni volta che ciò non avviene, una Giunta municipale mette a repentaglio non soltanto la propria immagine (con tutte le conseguenze elettorali che sarebbe logico attendersi in una società politicamente matura), ma la sostanza stessa della convivenza civile: che è rispetto della specificità delle competenze, ma anche sinergia in vista di un bene avvertito come ‘comune’. Dunque nessuna identificazione demagogica fra chi ha il dovere di prendere decisioni (fossero pure impopolari) e chi ha il diritto di scegliere, per un periodo di tempo, gli amministratori: ma questa divisione dei ruoli può non comportare la disgregazione del patrimonio civico solo se rappresentanti e rappresentati alimentano un confronto pubblico, continuo, leale e costruttivo.
Nello spirito di questo confronto sarebbe interessante che, a parole e meglio ancora con i fatti, si avessero risposte precise a tre o quattro domande.
Prima: è vero, come mi ha confidato un operatore interno, che rientra nella programmazione ordinaria della Polizia municipale l’assegnazione di vigili nelle borgate marinare solo nei tre mesi estivi? E che dunque la loro assenza da lunghe fasce di territorio (compreso uno dei due più frequentati cimiteri cittadini) non costituisce un’eccezione occasionale ma la regola? E che dunque decine di migliaia di cittadini, forse centinaia di migliaia, possono con certezza contare sull’impunità permanente rispetto al codice stradale?
Seconda: è vero che, oltre ad un problema di quantità di uomini e mezzi, va registrato il problema della qualità e dell’efficenza? Il centro della città è costantemente presidiato. Ma perché ciò non impedisce che nell’arteria viaria principale (che dal Politeama arriva alla Stazione ferroviaria centrale) negozianti, commessi e clienti posteggino indisturbati ai due lati della carreggiata nonostante il divieto di sosta aggravato dalla minaccia di rimozione forzata? In alcuni tratti di via Maqueda - per esempio in prossimità dei Quattro Canti – i pedoni, indigeni e turisti, saremo costretti per tutta la vita a dovere non solo abbandonare il marciapiede (da anni occupato per interminabili lavori di restauro dei palazzi prospicienti) ma anche spostarci verso il centro della corsia automobilistica per evitare automobili e  motorini sfrontatamente posteggiati?
Terza: è noto ai responsabili dell’ordine pubblico che il rispetto delle regole, non sempre gradevole, viene reso ancor più pesante in regime di palese disuguaglianza di trattamento? Quando la mattina si ha fretta di raggiungere il posto di lavoro o la scuola dei propri figli, non è piacevole mettersi in coda per centinaia di metri – talora per chilometri – ai semafori. Ma l’attesa paziente diventa irritante, umiliante, insopportabile psicologicamente se alla tua destra e alla tua sinistra vedi sfrecciare nelle due corsie preferenziali decine di automobili che – in pochi secondi – superano i ‘fessi’ disciplinatamente incolonnati. Dei privilegiati del sorpasso, alcuni sono autorizzati ufficialmente (e ci si è chiesti, anche qui vanamente, se sia giusto che non soltanto magistrati o ambulanze godano di simile autorizzazione, ma anche uscieri del Comune, segretari della Provincia, portaborse della Regione…): e tutti gli altri? Non si venga a dire che sono difficoltà insormontabili. Anni fa segnalai, con una lettera pubblica al Comandante della Polizia urbana del tempo, di aver assistito direttamente alla scena –  più grottesca che patetica – di un vigile che, all’incrocio fra via Roma e via Cavour, invece di multare le auto provenienti illegalmente dalla corsia preferenziale ne agevolava il rientro nella corsia regolamentare! Non passarono più di due giorni e mi fu possibile constatare gli effetti strepitosi della mia denunzia: nessun vigile aiutava più i trasgressori a rientrare in corsia. Perché nessun vigile fu più destinato, per molto tempo, all’incrocio imbarazzante…   
Se davvero la Polizia urbana è strutturalmente inadeguata al compito, al di là delle possibili opzioni degli attuali responsabili e delle inevitabili manchevolezze degli operatori, perché il Prefetto stesso – in quanto massimo rappresentante del Governo nel territorio – non esercita il potere di predisporre, in sintonia con le Forze dell’ordine, un piano straordinario di ripristino della legalità? L’obiettivo – lo sappiamo bene – non è dei più in voga. Ma se dopo qualche settimana si riducessero le infrazioni, si liberassero le corsie dei bus e dei taxi, diminuissero le doppie e triple file di auto posteggiate che rendono più lunghe le code e più asfissianti i gas scaricati (sto parlando di piccoli rimedi tattici che hanno senso solo come anticipo di ben più drastici provvedimenti strategici), persino i palermitani si convincerebbero che maggiore rispetto delle regole significa, di norma, migliore qualità della vita. Nonostante l’autorevole parere in contrario dei maestri di riferimento della nostra cultura, da Riina a Provenzano, la legalità, alla lunga, conviene.

Augusto Cavadi