venerdì 3 febbraio 2006

VATICANO II


“Centonove”, 3.2.2006
Augusto Cavadi

VATICANO  II,  IL  CONCILIO  DIMENTICATO
Proprio nel dicembre del 1965 si chiudeva a Roma il Concilio ecumenico Vaticano II, ma non sembra che l’anniversario abbia suscitato particolari iniziative in Italia. Dalle nostre parti, poi, ho avuto notizia di due soli appuntamenti (per la verità affollati e di ampio gradimento): una conferenza di Giancarlo Zizola presso la Facoltà di Scienze politiche di Palermo (giovedì 14 dicembre) ed un dibattito a più voci presso l’Istituto di Scienze religiose di Trapani (giovedì 22 dicembre). 

Per quanti erano troppo giovani quarant’anni fa, così come per coloro che erano e sono estranei alle problematiche teologiche, non è facile rendersi conto dei nodi problematici ancora da sciogliere: ma, forse, non è tempo sprecato provare analizzarne qualcuno.Fu davvero una rivoluzione?
Una prima questione, solo apparentemente storica, può formularsi sotto forma di dilemma: quell’assise mondiale di vescovi costituì una frattura nella storia della Chiesa cattolica o fu soltanto una tappa, particolarmente luminosa, di un cammino continuo ed omogeneo? Per la prima interpretazione si sono pronunziati storici del calibro del bolognese Giuseppe Alberigo (che su “Repubblica” parla di “una macroscopica inversione di tendenza rispetto all’orientamento cattolico prevalente da almeno quattro secoli”), ma la seconda ha dalla sua voci autorevolissime come quella di Walter Brandmuller, presidente del pontificio comitato di Scienze storiche, che, facendo eco allo  stesso Benedetto XVI, su “Avvenire” l’ha inserita nella “tradizione unica e totale della Chiesa”. Per la verità, i testi prodotti in quell’occasione – essendo frutto di tensioni, di schieramenti contrapposti, di compromessi diplomatici – prestano il fianco ad entrambe le letture: un po’ come accade con le stesse Scritture, ognuno finisce col trovarvi ciò che cerca. Senza contare che la stessa alternativa frattura/continuità è un po’ schematica, semplicistica: alcune delle posizioni più interessanti dei padri conciliari furono, infatti, di rottura con la tradizione recente della Chiesa (diciamo con la tradizione dal Concilio di Trento del XVI secolo in poi ) e di fedeltà alla tradizione più antica (alcune innovazioni, infatti, non furono che la ripresa e la riattualizzazione di pensieri e comportamenti diffusi fra i cristiani dei primi sei o sette secoli).  Comunque, se si passa dall’analisi filologica dei documenti al vissuto ecclesiale, non c’è dubbio che i contemporanei hanno avvertito il Vaticano II come una sorta di terremoto destinato a fondare la Chiesa cattolica su basi nuove o, per lo meno, radicalmente rinnovate. Tale fu percepito, con entusiasmo irrefrenabile e forse un po’ ingenuo, dai ‘progressisti’: e tale fu percepito, con preoccupazione e in qualche caso angoscia, dai ‘conservatori’. Da testimonianze di prima mano, ho appreso ad esempio quali sentimenti di sconforto l’allora arcivescovo di Palermo, il cardinale Ernesto Ruffini, ebbe a confidare ai più intimi collaboratori in seguito all’approvazione della dichiarazione conciliare Dei Verbum: a suo avviso  -  dichiarando che la rivelazione non avesse due “fonti”, la Bibbia e la Tradizione, ma una “stessa divina sorgente”, Cristo, il cui insegnamento si perpetua nella Bibbia, letta alla luce della Tradizione - i colleghi vescovi, con la complicità dello stesso papa, avevano distrutto la specificità della Chiesa cattolica rispetto alle Chiese cristiane protestanti. Ruffini non era stupido né, ancor meno, ignorante. Come si sarebbero potuti difendere, da quel momento in poi, quei dogmi e quelle norme etiche (dall’immacolata concezione di Maria all’esistenza del purgatorio, dall’obbligo del celibato ecclesiastico all’infallibilità del pontefice quando parla ex cathedra) che la Chiesa cattolica aveva insegnato pur senza poter esibire alcun fondamento biblico? Non significava questo accettare, con quattrocento anni di ritardo, l’istanza di Martin Lutero di liberare la dottrina cristiana di tutte quelle superfetazioni medievali che avevano complicato inutilmente e reso irriconoscibile il messaggio originario del vangelo? Che sotto il linguaggio apparentemente scontato dei documenti conciliari stessero passando  - o, comunque, potessero giustificarsi – delle novità sconvolgenti, non lo denunziarono soltanto cardinali come Ruffini o Siri (allora arcivescovo di Genova): un altro vescovo, Marcel Lefevre, arriverà addirittura a consumare un vero e proprio ‘scisma’ – l’unico del XX secolo ! - fondando una Chiesa alternativa alla cattolica romana (con vescovi, preti, suore, seminari…) per protesta contro le inaccettabili discontinuità in essa penetrate e diventate senso comune.  Il minimo che si possa dire, dunque, è che il Concilio ha rappresentato – se non una rivoluzione compiuta – una possibilità rivoluzionaria per la Chiesa: e che il brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I, il lunghissimo pontificato di Giovanni Paolo II, nonché l’attuale pontificato di Benedetto XVI,  sono concentrati nel tentativo di disinnescare quel deposito di esplosivi. Non certo azzerando la storia (anche perché la Chiesa monocratica e trionfalistica di Pio XII, dunque anteriore a Giovanni XXIII,  non costituisce un modello proponibile neppure per i conservatori di oggi): ma cercando di smussare le punte, di interpretare al ribasso, di normalizzare…Questa operazione di rientro nei ranghi sarà bollata da alcuni come “tradimento del Concilio” (un libro a più mani, curato da H. Küng e N. Greinacher , pubblicato nel 1987  dalla Claudiana di Torino, si intitolava appunto Contro il tradimento del Concilio. Dove va la Chiesa cattolica?); da altri, anche ‘laici’ benpensanti, sarà invece salutata come l’ennesima verifica della saggezza millenaria della Chiesa che accetta – se proprio inevitabile - qualche lifting di facciata, ma che nella sostanza non cede di un millimetro allo spirito dei tempi.E in futuro?
Forse quarant’anni sono ancora troppo pochi per stabilire l’incidenza effettiva del Vaticano II nella storia ecclesiale. Come sosteneva molti anni fa, rispondendo ad una mia domanda, don Carlo Molari, uno dei più acuti teologi italiani contemporanei: “è certo che lo Spirito del Vaticano II non è ancora penetrato compiutamente nelle varie strutture della Chiesa cattolica. D’altra parte processi di questa portata richiedono il contributo di intere generazioni. Il che significa che il valore e il significato del Vaticano II è affidato alle nostre comunità e a quelle dei nostri fratelli di altre denominazioni cristiane. Quello che diventerà vita sarà salvato, il resto passerà negli annali della storia come speranza fallita od occasione perduta” (ho riproposto per intero l’intervista del 1992 in Gente bella , Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2004, pp. 37 – 46).Ma cosa merita di essere salvato dall’oblio del tempo, di diventare patrimonio genetico della comunità cattolica? Ognuno, ovviamente, avrà in proposito le sue preferenze. Anche in considerazione delle vicende contemporanee, mi sembrerebbe particolarmente significativo evidenziare almeno due passaggi. Un primo accenno merita il rispetto da parte della Chiesa cattolica della laicità di ogni Stato, compreso ovviamente la Repubblica italiana. E’ fuori discussione che la Chiesa abbia il diritto – e il dovere – di dare ai propri fedeli delle indicazioni su come formarsi un giudizio riguardo le sempre più numerose, e stordenti, problematiche etiche. Può, ad esempio, dichiarare di non essere d’accordo sull’aborto o sul divorzio o sui pacs o sull’eutanasia. Ma le medesime indicazioni contenutistiche possono essere offerte con due metodi profondamente differenti. O come contributo alla ricerca comune dell’umanità, in forza di argomenti razionali e potenzialmente condivisibili da quanti riflettono senza pregiudizi su ciò che è meglio e su ciò che andrebbe evitato (e, in questo caso, la Chiesa rispetterebbe l’intelligenza dei suoi fedeli e potrebbe interloquire, da pari a pari, con le comunità religiose, filosofiche e scientifiche); oppure come parola inappellabile, derivata meccanicamente da una lettura fondamentalistica della Bibbia, da accogliere in nome di una fiducia cieca (e, in questo caso, la Chiesa esautorerebbe i propri fedeli dall’esercizio della riflessione e si autoescluderebbe dal dibattito pubblico). Se si limita a sentenziare le proprie opinioni, essa non può che incontrare resistenze e dissenso da parte del pubblico laico (intendendo il termine ‘laico’ sia nell’accezione intraecclesiale di battezzato che non ha pronunziato i voti religiosi né assunto un ministero presbiteriale, sia nell’accezione comune, sociologica, di cittadino estraneo a qualsiasi posizione confessionale). In questa ipotesi verticistico-carismatica  scatta per la gerarchia ecclesiastica la tentazione di scavalcare il lungo e faticoso lavoro del confronto con le coscienze: scatta, insomma, la tentazione di ricorrere ai meccanismi politico-istituzionali per imporre con la coercizione della legge ciò che non riesce a proporre al libero convincimento. Esattamente il contrario, dunque, di quanto raccomandato dal Concilio, per esempio nella splendida dichiarazione Gaudium et spes: “ La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge, che trova il proprio compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale” (XVI,b). O, ancora, nella dichiarazione Dignitatis humanae: “A motivo della loro dignità tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità (…). E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze. Ad un tale obbligo però gli esseri umani non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell’immunità dalla coercizione esterna. Non si fonda quindi il diritto alla libertà religiosa su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano all’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito” (2, b).

Se questo atteggiamento dialogico vale per tutti gli uomini, persino per quelli che hanno scelto l’indifferentismo o la superficialità, ancor di più varrà nei confronti di quelle donne e di quegli uomini che fanno della ricerca del senso la ragione fondante della loro vita. E’ molto bello, oltre che assai significativo, il messaggio conclusivo agli intellettuali che inizia con espressioni davvero felici e che segna un livello di autocoscienza della Chiesa cattolica al quale, mi sembra di capire, non ha saputo reggere con la morte di Paolo VI: “Un saluto tutto speciale a voi, cercatori della verità, a voi uomini di pensiero e di scienza, esploratori dell’uomo, dell’universo e della storia, a voi tutti, pellegrini in marcia verso la luce, e un saluto anche a coloro che si sono arrestati nel cammino e stanchi e delusi per una vana ricerca. Perché un saluto speciale per voi? Perché noi tutti, qui, Vescovi, Padri conciliari, siamo in ascolto della verità. Il nostro sforzo, in questi quattro anni, cosa è stato se non una ricerca più attenta ed un approfondimento del messaggio di verità affidato alla Chiesa, che cosa è stato se non uno sforzo di docilità più perfetta allo spirito di verità?”.   

Un secondo passaggio dell’insegnamento conciliare riguarda il tipo di solidarietà che dovrebbe legare i cristiani ai propri fratelli in umanità. Si è visto che, nella sua stessa autointerpretazione, la Chiesa non dovrebbe condizionare la ricerca esistenziale ed etica degli uomini. Ma non basterebbe questa sorta di rispetto liberal per caratterizzare il suo atteggiamento abituale. Essa si ritenne, infatti, chiamata ad impastarsi con il mondo: a non lavorare per i poveri, gli emarginati, gli sfruttati, i disperati, ma con loro. Basterebbe rileggere l’attacco della Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (1). Qui si prendono le distanze da secoli di paternalismo, di assistenzialismo, di moralismo: si prova a immaginare una Chiesa che, ad immagine del suo Maestro, sieda davvero a tavola con i pubblicani e conversi amichevolmente con le prostitute, nella convinzione che i confini fra la santità e il peccato non sono tracciabili istituzionalmente ma passano per il cuore di ciascuno di noi. A maggior ragione si prendono le distanze da ogni favoritismo tribale (stabilito per Concordato o concesso, strumentalmente, da governi ‘moderati’  in campagna acquisti): “La Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove esigenze esigessero altre disposizioni” (Lumen Gentium, 76). Che non è esattamente l’atteggiamento della Conferenza episcopale italiana quando accetta che un governo di centro-destra, a conclusione di una legislatura sbilanciata a favore dei benestanti e a sfavore delle fasce economicamente deboli, stabilisca per i locali ad uso commerciale di proprietà della Chiesa l’esenzione dall’imposta comunale sugli immobili…

Augusto Cavadi

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