giovedì 6 luglio 2006

IL FESTINO SECONDO UMBERTO SANTINO


REPUBBLICA
6.7.06

ROSALIA: LA SANTA SENZA STORIA

Fervono i preparativi per il festino. Quest’anno si spenderà meno, ma si cercherà di non abbassare i toni. Ogni città non si costruisce intorno ad un mito fondatore - o rifondatore – la cui graduale estinzione costituirebbe una seria minaccia all’identità collettiva? C’è però un problema: il mito va accettato, coltivato e perpetuato come mito. Se si spaccia come fatto storico, si espone a tutte le curiosità scientifiche e le analisi critiche del caso: e allora s’incrina, scricchiola e – prima o poi- si accascia. Nonostante la buona volontà e i molti soldi pubblici.

Il fatto che Rosalia sia venerata dalla Chiesa cattolica rende maledettamente complicate le cose. Se non lo fosse, la sua figura (come Ettore per i Greci o Enea per i Romani) varrebbe come icona senza tempo e senza luogo; ma, dal momento che è considerata una santa, c’è la tendenza a difenderne – come presupposto di ogni possibile devozione – la effettiva esistenza storica.
Allora le questioni inaggirabili sono almeno due: possiamo dare per scontato che sia vissuta una ragazza palermitana dalle vicende biografiche attribuite alla santa canonizzata? E - esistita o meno come personaggio storico – la sua figura simbolica è così eloquente da poter parlare al cuore dei nostri contemporanei?
A queste, e a simili, domande ha provato a rispondere Umberto Santino in un saggio del 1999 che, orami esaurito, viene adesso ripubblicato (in versione aggiornata e ampliata) col medesimo titolo (I giorni della peste. Il festino di santa Rosalia tra mito e spettacolo) e con un nuovo editore (Di Girolamo, Trapani 2006). E le risposte – sia pur modulate su un registro linguistico discorsivo, sottilmente ironico, gradevolmente erudito – sono entrambe negative.
Da fonti scritte sappiamo infatti che nel Medioevo era davvero venerata una santa dal nome Rosalia ma “non sappiamo, da questi documenti, niente di più su chi era, cos’ha fatto, perché è stata fatta santa. Così pure la documentazione iconografica, che comincia con una tavoletta del XIII secolo (…), non ci dice niente di preciso su questa Santa Rosalia. Anzi ci dice più cose, e tutte molto imprecise, vestendola una volta da monaca basiliana, un’altra da benedettina, un’altra ancora da francescana, e poi da laica e poi in cento altre fogge, a seconda delle mode del tempo e del perenne mutare del modello devozionale o femminino”. Non è un caso che monsignor Paolo Collura, dopo aver studiato con strumenti appropriati la questione, ha definito “fantasioso” l’albero genealogico che – sino al 1974, sulla facciata del santuario di Monte Pellegrino - la voleva discendente di Carlo Magno. Né maggior conforto viene allo storico dal culto delle reliquie iniziato nel XVII secolo: nella montagna che sovrasta la città si era per secoli praticata la religione della fecondità, con al centro la dea punica Tanit, “una dea-madre sanguinaria, che chiedeva sacrifici ai bambini”. Nessuna meraviglia, dunque, “se scavando siano affiorate delle ossa”; ma nessuna certezza che siano della santa che sarebbe vissuta quattro-cinque secoli prima.
In epoca di secolarizzazione galoppante, si potrebbe rinunziare a fondare storicamente la devozione alla Santuzza e fruirne solo come modello atemporale di vita umanamente e cristianamente significativa. Ma, almeno secondo Santino (che osserva per così dire dall’esterno le problematiche teologico-religiose), neppure da questa angolazione simbolica, allegorica, si è colto nel segno. Rosalia, la Rosalia della leggenda, ha dalla sua non poche ragioni di successo: “incarna due mondi: nobiltà e povertà (la ricca patrizia che sceglie la grotta e una vita di stenti) e due modelli di santità : l’orientale e l’occidentale (l’eremita antiistituzionale e il santo-nobile)”. Senza contare che può inserirsi felicemente in un’area geografica in cui era diffusissimo il culto della dea Madre e, poi, della Madonna, figure di un sacro più ‘fascinoso’ che ‘tremendo’. Tuttavia l’immagine di donna che veicola non può costituire un modello valido anche per oggi: una che si ritira dall’impegno sociale e persino dal contesto civile; rinunzia ad una relazione affettiva per mortificare la propria sessualità, non – se mai - per sublimarla nella prospettiva di un’esistenza dedicata alla cura dei fratelli più sfortunati. Insomma, si direbbe un tipo di donna ‘datata’, lontana dalla creatività delle esperienze femminili sia nelle prime comunità cristiane (pullulanti di profetesse e diaconesse) sia in alcune organizzazioni delle chiese cristiane contemporanee (dove, pur fra resistenze d’ogni genere, si va riconoscendo l’insostituibilità dell’altra metà del cielo quando si tratta di insegnare teologia o di attuare strategie di promozione umana).
L’opinione di Vincenzo Consolo (che riconosce nella vittoria di questa patrona rispetto ad un concorrente, san Benedetto il Moro, una radice culturale della “mostruosa e infestante pianta che si chiama mafia”) appare, francamente, un po’ eccessiva. Più calzante mi è sembrata, anni fa, l’osservazione di Amelia Crisantino nel corso di una conversazione pubblica sull’argomento: “La peste inizia a Palermo perchè un mercante tunisino compra con doni il permesso del viceré spagnolo e, secondo la convinzione popolare, smette solo quando si aggancia l’ intercessione della santa più adatta. Insomma: per una raccomandazione entra e per un’altra ne esce. Una cifra della storia della città?”.

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