sabato 23 settembre 2006

Una improrogabile revisione di priorità


ADISTA 23.9.2006

Una improrogabile revisione di priorità

In Italia vige ancora un patto non scritto: papa e vescovi possono pronunziarsi quando e come vogliono su come va organizzata la società ‘civile’, ma - per reagire, appunto, civilmente e dare l’esempio - il mondo ‘laico’ si astiene rigorosamente dal mettere il naso nelle faccende intraecclesiali. Ed è un ‘peccato’. Perché come sarebbe più povera una società senza il pungolo ‘profetico’ delle chiese cristiane (il pungolo non è però esattamente equivalente alle briglie né tanto meno al giogo), così rischiano di afflosciarsi in sé stesse - in un lento ma inesorabile sbadiglio – le chiese che s’illudono di volare al di sopra di ogni critica e di ogni suggerimento proveniente dagli uomini (e ancor più dalle donne) di mondo. In quanto abitante al confine fra il regno di Cesare e la sovranità pontificia (al confine? No: forse piuttosto tanto dentro la secolarità da potermi interrogare liberamente sul vangelo, anzi da poter provare persino a lasciarmene impregnare nelle opzioni quotidiane), mi sento autorizzato ad infrangere il tacito patto di non-interferenza fra le autorità del Palazzo e i gestori del Tempio. E a chiedere alla chiesa cattolica italiana autoconvocatasi a Verona di farsi il regalo di riflettere su due o tre ipotesi operative.

La prima è di provare a far cadere il velo, resistente ma trasparente, fra sapere teologico e credenze popolari. So, per confessione di tanti presbiteri impegnati nella pastorale ordinaria, che essi temono di scandalizzare il “gregge dei fedeli” (e in qualche caso di subirne le vivaci reazioni) se provano a comunicare le nuove acquisizioni in campo biblico e, soprattutto, le conseguenti ricadute dottrinarie sia dogmatiche che morali. E’ una paura nobile ma sterile. Anzi controproducente. Le altre chiese (europee ed extra-europee) hanno imboccato, pur fra corse in avanti e brusche marce indietro, la via della trasparenza, della franchezza: hanno spiegato - o hanno consentito che i teologi più informati e meno preoccupati di far carriera spiegassero - che nei venti secoli di cristianesimo il seme originario del vangelo è stato incistato in una costruzione faraonica di ‘pronunciamenti’ e di norme; e che questa costruzione ha apparentemente esaltato ma in effetti soffocato quel seme originario gettato dal Predicatore di Nazareth. Come nelle piramidi egiziane, il faraone intorno a cui sono state pazientemente elevate si è incartapecorito. Meglio, molto meglio sarebbe dichiarare l’errore plurisecolare: la gente, la più valida intellettualmente e moralmente, capirebbe e tirerebbe le conclusioni. Alcuni se ne andrebbero, altri resterebbero: ma senza perpetuare l’inganno ipocrita dello “scisma sommerso” di cui ha scritto, purtroppo invano, Pietro Prini qualche anno fa.
Strettamente legata a questa prima ipotesi operativa, una seconda: rifocalizzare il ‘cuore’ dell’identità cristiana. Assumere con serietà i risultati esegetici e storici significa, tra l’altro, ripensare radicalmente l’evangelizzazione. Vogliamo continuare a far supporre – sin dalla catechesi infantile – che si è cristiani se si accettano formulazioni dogmatiche mirabolanti come l’uni-trinitarietà divina o se si vive l’avventura storica mondana in attesa del paradiso futuro o se ci si adegua alla morale sessuale (un po’ sessuofobica) del magistero ordinario (e tutto sommato recente)? O non vogliamo piuttosto metterci nuovamente in ascolto del Maestro che invita ad aprire le porte individuali e sociali all’avvento del “regno di Dio”, cioè a sostituire i potentati attuali (governi bellicisti, multinazionali sfruttatrici, banche speculative parassitarie, mafie e massonerie deviate, centrali terroristiche…) con la signoria di un Dio liberatore, per il quale la vita di un solo bambino, di un solo anziano, di una sola donna, di un solo peccatore vale più di tutti i prodotti interni lordi del pianeta? Oh, certo, se la chiesa italiana a Verona affermasse con chiarezza questa revisione di priorità, molte parrocchie si svuoterebbero degli attuali fedeli: ma chi può escludere che si riempirebbero, subito dopo, di adulti e giovani assetati di verità e giustizia?
Ma se il ‘cuore’ del vangelo è il primato della cura di Dio per l’uomo, come evitare di porsi una terza ipotesi operativa? La conversione dalla logica della mediazione alla pratica della condivisione. Personalmente sono un fautore della mediazione, del riformismo graduale, della cautela strategica. Ma ciò che è doveroso in politica e nella quotidianità delle relazioni interpersonali può essere disastroso nell’ottica dell’evangelizzazione. La chiesa cattolica, come in genere le chiese cristiane e forse tutte le aggregazioni sinceramente religiose, non possono cercare sempre e comunque d’interporsi fra ricchi e poveri, fra chi si arroga il privilegio di comandare e chi deve obbedire, fra chi progetta il futuro dell’umanità e chi deve subire i progetti dall’alto. Come il suo Signore e Modello, deve prendere posizione netta: non solo dichiarandosi a favore del più debole, ma schierandosi effettivamente e praticamente dalla sua parte. Non si può essere equidistanti fra i giudici di Tangentopoli e i corruttori da loro imputati; fra i poliziotti delle Questure meridionali e i mafiosi da loro ricercati; fra gli xenofobi della Padania e i clandestini del Canale di Sicilia; fra i genitori (islamici, ma anche cattolici) che impongono alle figlie veli e segregazioni e le figlie che cercano identità e autodeterminazione; fra i politici che votano puntualmente l’incremento delle spese militari e i politici che vorrebbero dirottare quelle risorse finanziarie verso la cooperazione internazionale a favore dei Paesi indigenti…Ad essere sinceri, l’equidistanza fra il potente e il manipolato sarebbe già un risultato: troppo spesso le gerarchie ecclesiastiche e i cattolici di punta sono già posizionati, ma dalla parte sbagliata! In nome del vangelo - e del buon senso – vorrei pregarli di capovolgere lo schieramento: nel rispetto dei diritti di tutti, anche dei più abili e dei più fortunati, scegliere di farsi compagni di strada di chi arranca, zoppica o addirittura si arrende. Sul momento potrebbe sembrare una follìa autolesionistica: ma la storia potrebbe dimostrare che sperimentare il paradosso del chicco di grano che si lascia seppellire sarebbe l’unico modo per portare frutto e non scivolare nell’irrilevanza del fico sterile.

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