venerdì 20 ottobre 2006

CUBA-SICILIA. PARAGONE IMPOSSIBILE?


Centonove 20.10.06

CUBA-SICILIA. PARAGONE IMPOSSIBILE?

La ragazza nera, molto bella, che ci guida per le stanze della caserma Moncada a Santiago di Cuba ci spiega perché il luogo in cui ha avuto inizio la rivoluzione castrista contro il regime di Batista sia diventato un museo. Con orgoglio racconta che qui ogni nuova generazione deve avvicendarsi per sapere quanto fosse crudele il fascismo e quanto sangue sia costata la liberazione da un regime dittatoriale che affamava la maggior parte degli abitanti pur di preservare i privilegi di pochi. All’uscita, aspettando il pullman all’ombra benefica di un albero, mi abbandono a sognare ad occhi aperti: ci sarà un giorno in cui, laggiù in Sicilia, una ragazza dai capelli neri potrà parlare al passato remoto di un sistema di potere mafioso che ha assassinato centinaia di sindacalisti, carabinieri, giudici, poliziotti, giornalisti, politici pur di difendere i privilegi delle cosche e della loro cerchia di ‘amici’? Magari, come da anni propone invano all’amministrazione comunale il Centro “Impastato”, accogliendo turisti e studenti isolani in una “Casa della memoria” dove venga riproposta, con serietà documentale, la più che secolare storia della mafia e dell’antimafia (dai Fasci siciliani di fine Ottocento alle associazioni antiracket operanti nel XXI secolo)?

Questi vagheggiamenti mi passeggiano per la mente nel resto della giornata. A sera accetto l’insistente offerta di uno spostamento dall’albergo al centro storico della città in risciò-bicicletta. Per i primi cinque minuti è più rilassante e istruttivo di quanto supponessi, come andare a piedi ma senza stancarsi; poi, nelle salite soprattutto, è troppo duro vedere un giovane trentenne pedalare con tutte le forze per portare due passeggeri quasi sulle spalle. Gli confidiamo il nostro disagio, ma lui risponde - con l’immancabile sorriso caraibico – che se gli avessimo risparmiato la fatica, per quella sera non avrebbe portato nulla da mangiare alla moglie e al figlioletto di cinque anni. Parla benissimo l’italiano, come molti suoi coetanei che - invece di spezzarsi le reni con le biciclette importate negli anni Novanta dalla Cina – preferiscono ronzare intorno ai turisti per offrire sigari contraffatti e ragazzine spigliate. A un certo punto, per caso, mi comunica che ha la patente di guida automobilistica. “Perché allora non provi a fare il taxista?” “Decide lo Stato chi ha questo diritto. E senza padrino, non si ottiene l’autorizzazione”. “Perché hai detto proprio ‘padrino’?” “Non si dice così? Voi avete i mafiosi, noi abbiamo i padrini”. “Ma se va a questo modo – obietto – la democrazia rivoluzionaria di Fidel Castro non è una vera democrazia!”. Altro sorriso sornione: “Di queste cose io non parlo”. Paura o piuttosto deferenza assoluta verso un mostro sacro?
Lo invito a fare una pausa al bar con una birra, gli accenno all’ “Associazione per l’amicizia Italia – Cuba” che ha organizzato il nostro viaggio e sposto la discussione su altri argomenti: dell’embargo statunitense verso il suo paese può parlare. Come si può parlare della catasta di frigoriferi sovietici dismessi per far posto ai più ecologici modelli giapponesi. Ma quando ci salutiamo non mi viene facile cancellare il passaggio della conversazione su padrini e mafiosi. Non c’è dubbio che la condizione media dei cubani sia migliore rispetto a cittadini di stati vicini (la povertà dei campesinos è intrisa di dignità e direi quasi di signorilità: nulla di comparabile, per quello che ho potuto constatare personalmente, con la miseria dei ‘senza terra’ brasiliani) e che non si notino, fra una classe e l’altra, le differenze abissali che anche da noi risultano offensive. Come non c’è dubbio che la Sicilia attuale sia mille miglia avanti rispetto al ventennio fascista e agli anni del secondo dopoguerra, quando – con un anno di anticipo sulla stessa Costituzione italiana – venne varato lo Statuto regionale. Ma è proprio inevitabile che ogni rivoluzione si fermi a metà? Forse - pur a partire da storie diverse e, dunque, con strade diverse davanti - Cuba e Sicilia hanno un compito assai simile: far diventare effettivi, e per tutti, quei diritti sociali che sono stati soltanto enunciati nelle loro Carte fondamentali.

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