sabato 14 ottobre 2006

IL CONVEGNO DI VERONA


La Repubblica – Palermo
14.10.2006

I desideri dei cattolici siciliani

Dopo il Concilio Vaticano II (1963 – 1965) nella chiesa cattolica si è riaffacciata l’esigenza di momenti assembleari ‘allargati’ rispetto alle riunioni periodiche riservate ai cardinali (Concistori) o, se mai, ai rappresentanti dei vescovi (Sinodi). In Italia questa domanda di partecipazione democratica alla riflessione - se non ancora alle deliberazioni – della chiesa istituzionale si è concretizzata, sinora, in tre Convegni nazionali (aperti non solo, come di solito, ai vescovi delle trecento diocesi, ma anche a rappresentanti del clero, dei frati, delle suore e dei laici battezzati e praticanti). L’ultimo di questi tre Convegni nazionali è stato celebrato a Palermo nel 1995 e si è allora concluso con una visita di Giovanni Paolo II: il prossimo, dopo più di dieci anni, si svolgerà a Verona dal 16 al 20 ottobre sul tema “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”. Anche la Sicilia ha preparato un documento i cui principali contenuti saranno esposti e messi in circolo dai delegati affinché contribuiscano, nella dialettica complessiva, ad una sintesi di ciò che la chiesa cattolica italiana vuole essere, e vuole fare, nel prossimo decennio.

Il documento, che esprime – almeno ufficialmente – gli umori e le opinioni di 18 diocesi e di 1797 parrocchie, meriterebbe qualche momento di attenzione.
Un primo motivo di interesse è il nome del ‘testimone’ che, come ogni altra regione italiana, anche la Sicilia è stata chiamata a indicare quale modello emblematico: non un prete (per esempio don Pino Puglisi) ma un laico (il giudice Rosario Livatino). Uno che è morto ‘martire’ (sappiamo che questo vocabolo greco significa appunto ‘testimone’) non per difendere ‘valori cristiani’ in senso confessionale ma - più elementarmente e fondamentalmente – per rispettare sino in fondo i propri impegni professionali. Mi pare che la scelta della comunità ecclesiale siciliana parli chiaro: nessuna ostentazione di fedeltà al vangelo o di appartenenza alle organizzazioni cattoliche può esonerare il battezzato credente (soprattutto se esponente della Cosa pubblica) dal dovere di essere, prima di tutto e radicalmente, un cittadino esemplare.
Un secondo motivo d’interesse è che Rosario Levatino è caduto combattendo non l’illegalità e la corruzione in generale, ma il potere mafioso. Che - come illustra efficacemente il film Il giudice ragazzino - è anche killers e kalashinkof, ma prima di tutto combutta fra mandanti, dunque fra colletti bianchi e boss. Dunque il messaggio ‘ufficiale’ dei cattolici siciliani non è per nulla vago: la lealtà verso la Cosa pubblica non può non comportare l’estraneità rispetto a Cosa nostra, ai suoi capi e ai loro amici. Una tesi che comporterebbe molti interrogativi ‘pratici’ su come votare quando un candidato sotto processo per mafia (per quanto presunto innocente dal punto di vista giudiziario sino al momento della sentenza) risulta, già in sede di dibattimento e per sua stessa ammissione, legato con molti fili a imprenditori, funzionari regionali, poliziotti, medici e amministratori d’indubbia affiliazione mafiosa.

Da queste due indicazioni scaturiscono altri punti qualificanti del documento preparatorio: per esempio che, nella realtà siciliana, “dove permangono gravissimi problemi, come la disoccupazione e la sottoccupazione, le disfunzioni nei servizi sociali e sanitari, l’infiltrazione in tutti i territori di poteri mafiosi”, l’annuncio e la testimonianza evangelica “non possono avvenire in astratto, ma – rivolgendosi all’uomo nel suo vissuto quotidiano – devono aiutarlo a relativizzare le sue autosufficienze e risanare le sue ferite, favorendo ogni impegno per il bene, ed in particolare per il bene comune, ravvivando la speranza”. Intento, aggiunge il testo, che è condannato a restare velleitario qualora “la comunità cristiana” nel suo insieme non si sforzi “di capire ciò che accade, di confrontarsi al proprio interno e con tutti gli uomini di buona volontà, di cercare strade nuove e occasioni di dialogo con tutti”.
Su altri passaggi ci sarebbe da porre qualche obiezione ma già sarebbe tanto se vescovi, preti e fedeli-laici della nostra Isola provassero a trarre le conseguenze operative di questi loro stessi desideri. E seguissero il suggerimento biblico da cui uomini e donne di ogni orientamento ideologico sembriamo ancora distanti: “Non essere rivoluzionario con la lingua e poi fiacco ed inerte nell’azione” (Siracide, 4, 29).

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