venerdì 27 ottobre 2006

IL CONVEGNO


“Centonove” 27 ottobre 2006

EUTANASIA E FORMAZIONE

A che conclusioni è arrivato il seminario sull’eutanasia organizzato qualche settimana fa a Petralia Sottana dalla scuola di formazione “G. Falcone” ? Ai lettori interessati potrebbero riuscire istruttive alcune considerazioni - sia pur telegrafiche - emerse dalla discussione.
Una prima considerazione, attestata dai medici presenti, riguarda l’iter formativo universitario: agli studenti si parla di diagnosi, prognosi e terapie ma si tace rigorosamente sulla morte. L’evento cruciale nella vita del malato viene rigorosamente tabuizzato: come si poteva diventare magistrato in Sicilia senza aver studiato neppure per un’ora la mafia, così si può diventare operatore sanitario (medico o paramedico) senza essere preparati a rapportarsi con l’esito infausto. Non si tratta, ovviamente, di un deficit puramente nozionistico: a mancare è un’alfabetizzazione emotiva così che ogni singolo terapeuta è costretto ad improvvisare il proprio modo di comunicare con il malato terminale e con la famiglia. Da qui la necessità, insistentemente evocata, di attivare luoghi e modalità per una duplice formazione: all’accompagnamento dei morenti sino al passo estremo e all’accompagnamento di chi - per professione o per legami di parentela o per scelta di volontariato – esercita tale accompagnamento.

Una seconda considerazione riguarda la prassi quasi unanime del “consenso informato”. Nonostante la normativa vigente, lo si riduce a pura formalità burocratica: nel Meridione - ma, a quanto pare, anche altrove in Italia - al paziente non vengono spiegate né la gravità della malattia né la gamma delle possibili terapie (con relativi effetti collaterali). In ossequio alla cultura dominante, che ha eletto la tecnologia a valore indiscutibile, si dà per scontata la disponibilità del malato ad ogni tipo di intervento meccanico invasivo pur di prolungare la vita biologica: poi, quando la spina è stata inserita, ci si pone il problema se staccarla o meno (e di chi debba assumersi la responsabilità di una scelta così drammatica). Ma se si ribaltasse l’impostazione? Se si desse per scontato che ognuno di noi vuole vivere e morire ‘naturalmente’, sì da sottoporre a terapie straordinarie solo coloro che ne facessero – a voce o per “testamento biologico” – esplicita richiesta? Nonostante il buon senso di queste prospettive, esse potrebbero entrare nella mentalità e nella pratica quotidiana solo a costo di spodestare i medici dal ruolo attuale di padroni del destino dei malati: una detronizzazione che toglierebbe loro il potere monopolistico di disporre del corpo sofferente altrui, ma li alleggerirebbe di ogni eccessiva responsabilità morale.
Questi princìpi orientativi appartengono alla cultura (più diffusa in ambienti confessionali) della “sacralità della vita” o (più diffusa in ambienti laici) della “qualità della vita”? Come è facile constatare, si tratta di criteri di giudizio e di comportamento che precedono ogni comoda ma fuorviante contrapposizione schematica. In realtà, quando non si usano le formule come manganelli ideologici per battaglie elettorali del tutto indifferenti alle tragedie personali, si scopre - è stata questa una terza considerazione emersa dalla discussione a Petralia – che credere davvero alla ‘sacralità’ della vita non è appannaggio esclusivo delle coscienze religiose e, soprattutto, che ciò non esclude - ma al contrario implica – un’attenzione alla ‘qualità’ della vita. Se la vita è sacra, lo è dappertutto ed interamente. Lo è dappertutto: nel caso dei malati di tumore, ma anche dei soldati mandati a combattere in nome della democrazia e dei civili falcidiati dai bombardamenti; ma anche delle madri africane prive di medicine contro l’Aids e dei bambini che non hanno cibo né acqua per sopravvivere; ma anche dei bovini allevati in condizioni disumane in vista della macellazione e dei volatili sterminati per passatempo…Sarebbe dunque, anche politicamente, opportuno chiedersi quanto sia giusto investire risorse finanziarie pubbliche affinché un ottantenne arrivi – zeppo di tubi ed aghi - a ottantadue anni senza preoccuparsi, prioritariamente, di evitare che una ragazza attenda dieci mesi per l’asportazione (tardiva) di un tumore maligno perché non ha il denaro per pagarsi la visita privata presso lo studio del primario ospedaliero. E se la vita è sacra, lo è in tutte le sue dimensioni: quando un soggetto ritiene di essere mortificato irreversibilmente nella sua esigenza di pensare, di esprimersi, di relazionarsi affettivamente al prossimo, di esercitare autonomamente le proprie attività fisiologiche, chi ha il diritto di imporgli la sopravvivenza in nome di princìpi teologici o etici o politici? Perché sarebbe sacra l’intangibilità materiale di un cuore che batte e non l’intangibilità spirituale di un cervello che ragiona e decide? E’ davvero paradossale: ci si aspetterebbe che a difendere ad oltranza la durata fisica della vita fossero, soprattutto, quanti pensano che l’uomo sia solo un grumo di materia destinata a dissolversi; invece sono, soprattutto, quelli che dichiarano di credere in una dimensione spirituale della persona e in suo futuro ultraterreno. E l’illogicità della mentalità comune arriva al punto da ritenere lecito alleviare con l’eutanasia ‘attiva’ le sofferenze di un cane perché è ‘solo’ un animale, ma illecito liberare un soggetto umano dalle stesse sofferenze con un’eutanasia anche solo ‘passiva’ perché, in virtù della sua dignità spirituale, è ‘più’ di un animale.
Insomma: siamo in un campo in cui il dialogo fra esseri ragionevoli è inquinato da pregiudizi e chiusure fanatiche. In questo scenario si aprono, però, spiragli di luce (e siamo ad una quarta ed ultima considerazione): un papa che, a un certo punto, rifiuta di sottoporsi ad accanimento terapeutico e grida il suo diritto di morire in pace; teologi cattolici che, prendendo le distanze dai monsignori telegenici, assumono un atteggiamento mentale molto elastico in fatto di eutanasia (almeno passiva); chiese cristiane, esterne al recinto cattolico, che vanno moltiplicando le prese di posizione ufficiali a favore di una libertà di dibattito sulla base non di diktat dogmatici quanto di argomenti razionali.

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