domenica 5 novembre 2006

IL SACERDOZIO E IL CELIBATO


“Repubblica - Palermo” 5 .11. 06

SACERDOTI SPOSATI.
L’ESEMPIO DI PIANA

In attesa del mio turno in panetteria ho ascoltato uno scambio di opinioni - in forma di certezze - fra una casalinga del quartiere e un pensionato di passaggio. La signora: “Ma perchè non permettono a questi benedetti preti di sposarsi invece di farli ammattire moltiplicando le amanti o peggio molestando i bambini?”. E, di rimando, l’anziano signore: “Sarebbe logico. Ma il papa non può cambiare la Bibbia dove c’è scritto chiaro e tondo che chi vuol fare il sacerdote deve fare voto di castità perenne”. Non so se la chiacchierata estemporanea fosse stata del tutto casuale o suggerita ai due simpatici avventori dalla cronaca locale di questi giorni o dagli allarmi, altrettanto attuali, del papa su fenomeni di portata mondiale. A me, comunque, ha suggerito due o tre considerazioni che - sollecitato con lo sguardo ad intervenire nella discussione - ho potuto solo accennare (senza - mi è parso almeno sul momento - notevole successo di pubblico).

La prima considerazione è, per così dire, sociologica: l’obbligatorietà della castità celibataria urta contro il senso comune. Sappiamo che non sempre il ‘buon senso’ coglie nel segno: ma, nelle questioni di cuore e di sesso, ha minori probabilità d’errore che in tutti gli altri campi.
La seconda considerazione, strettamente collegata, attinge l’ambito teologico: non solo la massaia dell’Arenella, ma anche la Sacra Scrittura diffida da certi divieti. Nella Prima lettera a Timoteo - che fa parte del Nuovo Testamento - san Paolo raccomanda di eleggere come vescovo qualcuno che sia stato “marito di una sola moglie” (3, 2) e che abbia dato prova di “ben governare la propria famiglia e tenere con grande dignità i figli in sudditanza” (3, 4): infatti, aggiunge immediatamente dopo, “se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?” (3,5). Forse potremmo nutrire qualche riserva sullo stile un po’ patriarcale-maschilista di questa figura genitoriale: ma quel che è fuori dubbio, e che ci interessa in questo momento, è che sin dall’inizio del cristianesimo - e per diversi secoli - non solo non vi è stato nessun divieto di matrimonio per presbiteri ed episcopi, ma se mai una sorta di obbligo. Come si sia potuti passare nella tradizione cattolica - è noto infatti che da Lutero in poi, dunque dal XVI secolo in poi, questa tendenza sia stata invertita - dall’obbligo di essere dei buon padri di famiglia al divieto di sposarsi sarebbe intrigante, ma troppo complesso, indagare.
Una terza ed ultima considerazione riguarda da vicino il nostro territorio. In provincia di Palermo, infatti, è ospitata l’eparchia di Piana degli Albanesi: una delle poche, ma non esigue, diocesi cattoliche di rito orientale sparse nel mondo. Esse, in parole povere, sono delle comunità con un proprio vescovo che riconoscono il primato del papa ma che hanno ottenuto di poter continuare a seguire le norme liturgiche e giuridiche in vigore nelle chiese greco-ortodosse. Dunque alcune parrocchie siciliane, come altre diffuse nei vari continenti, sono affidate a preti cattolici sposati. Per la precisione: a fedeli sposati che sono stati - successivamente - ordinati preti. E proprio a Piana degli Albanesi, qualche mese fa, si è tenuto il primo convegno cattolico dedicato tematicamente all’approfondimento del caso del sacerdozio “uxorato”. Particolare risonanza ha avuto in questo convegno la relazione del teologo don Basilio Petrà (autore del recente volume, edito dalle Edizioni Dehoniane di Bologna, significativamente intitolato: “Preti sposati. Per volontà di Dio?”). Nella relazione - resa pubblica in questi giorni dall’agenzia di stampa “Adista” - l’autore lamenta la tendenza a considerare questo modello di sacerdozio “abusivo” o, almeno, “minore, meno perfetto”. E osserva, con amara ironia, come persino l’insegnamento magisteriale cattolico alimenti la tesi paradossale che l’amore di Cristo sposo della sua chiesa sia rappresentato più efficacemente da un prete celibe e solitario che non da uno coniugato che viva un rapporto di comunione con la sua donna… La conclusione cui arriva il docente di teologia morale presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale è tanto chiara quanto poco nota negli ambienti cattolici come in quelli ‘laici’: il credente sposato che viene ordinato prete non cancella la grazia del matrimonio ma, aggiungendo un’ulteriore grazia, rende ancora più preziosa la sua testimonianza di marito e di padre. Non è confortante poter constatare che, qualche volta, le conclusioni degli intellettuali si sintonizzino con l’intuizione delle casalinghe al mercato?

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