venerdì 3 novembre 2006

L’UNIONE DI ANIMA E CORPO


“Centonove” 24 novembre 2006

Quando la danza è meditazione

Come spesso accade a noi siciliani, ho conosciuto Emma lontano dall’isola. Eravamo a Roma, ospiti di amiche comuni: e in quella casa accogliente, crocevia di molte strade, la professoressa ragusana - trasferitasi da anni nelle Marche per amore - mi parlò della sua passione per la danza meditativa. Ne restai talmente colpito da invitarla a darne un saggio nel corso delle “vacanze filosofiche per …non filosofi” che stavamo organizzando per l’estate successiva. Proprio quell’anno il tema di riflessione sarebbe stato “il linguaggio”. Cosa di più opportuno, dovendo trattare della molteplicità dei linguaggi, fare l’esperienza di un linguaggio corporeo? Altrimenti non si sarebbe usciti dalla gabbia: ci saremmo dovuti accontentare delle parole per esaminare persino il linguaggio non…verbale.

I partecipanti agli incontri guidati da Emma, sulle Madonie, rimasero molto contenti e chiesero fotocopia dei testi: perché allora non preparare un libretto che - grazie ad una casa editrice con distribuzione su tutto il territorio nazionale - lo rendesse fruibile ad un pubblico più vasto? Così La poesia del corpo. Spunti di danza meditativa (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2006) è diventato un titolo nella Collana “Prove di dialogo”.
Come suggerisce il nome, la Collana è nata per accogliere testi che contribuiscano al dialogo fra le diverse prospettive culturali, per esempio fra il pensiero cristiano e il pensiero ‘laico’: e quale libro, più di questo della Vindigni, costituisce un ponte fra le ragioni dei materialisti e le ragioni dei testimoni dello spirito? E con ciò siamo a quello che per me è il cuore del libro: senza pretese ambiziose - direi quasi con modestia - vuole offrire il servizio prezioso di aiutare chi vuole riconciliarsi con la propria corporeità.
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Ormai quasi nessuno, infatti, nega che la cultura occidentale ha segnato, per secoli, un’indebita mortificazione del corpo (e di tutto ciò che ne è espressione: il lavoro manuale, la sessualità, le patologie…). Qual è la radice di questa ingiustificabile sottovalutazione? Non è facile rispondere, ma una cosa di può dire: il dualismo cartesiano. Nel XVII secolo il filosofo francese René Descartes - riprendendo ed aggravando un processo iniziato con Platone e proseguito con s. Agostino - ha spaccato in due l’essere umano: res cogitans e res extensa, anima e corpo, spirito e materia…Dando ovviamente il primato alla mente sul fisico. Oggi questo divorzio fra psichico e corporeo viene contestato: sia per motivi scientifico - filosofici che per motivi teologici.
Per motivi scientifico-filosofici, innanzitutto. Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere il libro sulla depressione di uno psichiatra che insegna all’Università pontificia salesiana. Dopo essersi chiesto cosa sia l’umore e perché oscilli (dal ‘buon’ umore al ‘cattivo’), Ludovico Berra scrive che non è facile rispondere perché esso non dipende né solo da fattori psichici (abbiamo fatto cinque al superenalotto) né solo da fattori fisici (ci fa male il pollice) bensì dall’intreccio inestricabile di entrambi: “il nostro stato fisico, di stanchezza o riposo, fattori ormonali, malattie o algie, così come eventi, ricordi, fantasie interagiscono tra loro producendo variazioni nell’umore” (Oltre il senso della vita. Depressione ed esistenza, Apogeo, Milano 2006, p. 8). Ma, secondo lui, per arrivare a capire questo, dobbiamo ammettere che “il nostro cervello non deve essere visto come limitato all’organo posto all’interno del cranio, ma si espande attraverso i nervi cranici, il midollo e i nervi spinali a tutto l’organismo raggiungendo organi interni, vasi sanguigni e ghiandole endocrine” (ivi). Insomma: “tutto il nostro corpo è parte del cervello, tutto il nostro corpo è cervello” (ivi). O, se si preferisce, equivalentemente, “la nostra mente è tutto il nostro corpo, che si organizza in pensieri subendo l’azione di sensazioni proveniente da ogni nostra regione somatica” (ivi).
Ma non è solo la ricerca scientifica e filosofica che spinge per una rivoluzione culturale tendente a non farci più dire “ho” un corpo bensì “sono” un corpo. E’ anche la ricerca esegetica e teologica che ha messo in evidenza come l’uomo nella Bibbia non è mai scomposto in ’spirito’ e ‘corpo’. Quando la Bibbia dice “l’anima mia ha sete del Dio vivente” non indica una ‘parte’ dell’uomo che avrebbe desiderio di Dio, ad esclusione di altre ‘parti’ che se ne fregherebbero: con ‘anima’ sta nominando l’uomo nella sua interezza in quanto animato dal soffio dello Spirito. E quando dice che l’uomo è “carne” lo sta designando sempre nella sua interezza, ma in quanto creatura debole e mortale. Nell’uno e nell’altro caso, nessun dualismo antropologico. Poi la Bibbia è stata letta in ambiente ellenistico, con occhiali filosofici greci e specificamente platonici, e sono nati gli equivoci che ci siamo portati sin quasi ai nostri giorni. Forse l’inculturazione del messaggio biblico in ambiente dominato dal logos greco non è stata così felice come alcuni, anche da cattedre autorevoli, vanno ripetendo…Se mi fermassi a questo punto, potrei suggerire la falsa congettura che Emma Vindigni abbia scritto un libro di filosofia o di teologia. Ma il titolo stesso del libro non è casuale: la poesia del corpo. La ‘poesia’, non la filosofia o la teologia, del corpo. E proprie le righe di una delicata poetessa francese meriterebbero d’essere scelte come sintesi, e suggello, di questo volumetto: “Ti ho troppo amato per accettare che il tuo corpo scompaia e proclamare che basta la tua anima e che essa vive. E poi, come fare a separarli, per dire: questa è la tua anima, questo il tuo corpo? Il tuo sorriso, il tuo sguardo, il tuo comportamento e la tua voce erano materia o spirito? L’uno e l’altro ma inseparabili” (A.Philippe, Le temps d’un supir, Jiulliard, 1963, p. 48).

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