mercoledì 13 dicembre 2006

PAPPALARDO VESCOVO PROGRESSISTA


“Repubblica – Palermo”
Mercoledì 13.12.06

Le speranze e le attese di un vescovo imprevedibile

Spetterà agli storici fare un bilancio del venticinquennio di governo pastorale del cardinale Pappalardo. Nell’attesa si può solo contribuire, con qualche ricordo personale, a ricostruire un puzzle per nulla lineare. Quando nel 1970 - dopo la ferrea ‘dittatura’ ruffiniana e la breve, grigia parentesi di Francesco Carpino – arrivò a Palermo il neoarcivescovo fu come una ventata d’aria fresca. Sapeva essere diretto, arguto, disinvolto: ci raccontava divertito quando, da giovane prete, girava per le piazze dei paesini in compagnia di qualche collega ad imbastire delle dispute teatrali a scopo apologetico. Uno dei due faceva l’apostolo del Signore, l’altro il diavolo tentatore. E lui, di solito, preferiva il secondo ruolo.
Per tutta la chiesa cattolica erano tempi di contestazione del passato, di sperimentazione del nuovo: i formidabili anni del post-concilio Vaticano II, quali non si erano vissuti dall’inizio del cristianesimo e non si sono vissuti dall’incoronazione di Wojtyla ad oggi. Per pragmatismo, ma anche - mi pare di poter dire – per convinzione sincera, Pappalardo asseconda il vento del rinnovamento. I frutti si registrano sul piano culturale (con la moltiplicazione di scuole di teologia per laici in varie zone della diocesi) come sul piano sociale (con la moltiplicazione di centri di promozione umana nei quartieri più disagiati: con formula un po’ paradossale, rispetto alla mentalità colonialista, Palermo diventava - da soggetto - ‘oggetto’ di “Missione”).

In questo fervore, però, non tutto quadra. Quando emerge la sperequazione scandalosa fra parroci dei rioni-bene della capitale (che, grazie alla facoltosità dei fedeli, guadagnano tanto da comprare per sè stessi auto e ville) e parroci dei piccoli comuni di campagna (i cui proventi non consentivano, in taluni casi, neppure di sostentare gli anziani genitori a carico), Pappalardo emana una circolare in cui chiede - in nome della trasparenza – la pubblicazione dei bilanci parrocchiali annuali ed un conseguente travaso dai più floridi a favore dei più esigui. Passano i mesi e non succede nulla. Gli chiedo, in un momento di confidenza, come mai questo silenzio disobbediente e lui, allargandomi le braccia, mi risponde: “Che posso fare? Non gli posso mandare certo i finanzieri in canonica”. Rimasi perplesso: non era lo stesso pastore che, per la messa di fine d’anno a Palazzo delle Aquile, denunciava le omissioni delle autorità civili nell’adempimento dei loro doveri di giustizia?
La notte di capodanno tra la fine del 1983 e l’inizio del 1984 ebbe, per me, un significato illuminante. Partecipai in cattedrale ad una veglia per la pace e rimasi stupito, piacevolmente stupito, della presenza di tanti giovani di sinistra che avevano raccolto l’invito del cardinale di Palermo. Monsignor Bettazzi , vescovo di Ivrea, ebbe parole vibranti per spiegare il senso della manifestazione. Era come la realizzazione di un sogno coltivato per anni: cristiani, marxisti, laici (mi pare ci fosse persino Pannella in chiesa) finalmente accanto in nome di un ideale comune. Ma quando prese, infine, il microfono Pappalardo - proprio il vescovo senza la cui apertura mentale non sarebbe stato possibile il piccolo ‘miracolo’ cui assistevo – scese come uno strato di gelo sottile: “Siamo in tanti, ma non ci illudiamo di essere uniti. La pace è un dono di Dio: noi cristiani abbiamo avuto il privilegio e la responsabilità di questo dono, non possiamo ridurlo ad un valore puramente terreno”. Questa sua capacità di spiazzare gli interlocutori, quasi di scompaginare le carte nel bel mezzo del gioco, sarebbe stata altre volte manifestata. Troppo nota, per ritornarci adesso, la svolta un po’ brusca dalla denunzia ‘contro’ la mafia alla ricerca di riconciliazione del tessuto civile ad ogni costo. Si potrebbero citare molti episodi, meno noti, in cui preti e laici cattolici avvertirono come ingiustificate delle sue decisioni imprevedibili (magari accompagnate dal sorriso diplomatico) implicanti l’emarginazione dai gangli dell’organizzazione ecclesiale. Ma sarebbe indelicato nei confronti dei protagonisti che, forse, preferiscono stendere un velo sulla loro memoria.
Posso solo confermare che non fui il solo credente ad orientarmi, gradualmente ma inesorabilmente, in direzioni diverse rispetto ad un modello di chiesa sempre più verticistico e burocratico. Per venti anni mi impegnai, con amiche ed amici di varia formazione politica, nell’attivare un centro sociale all’Albergheria. Nonostante tra noi ci fosse, a tempo pieno, un prete, Pappalardo non ci fece mai né una visita né un dono. Ma quando lessi, in una sua intervista ad un magazine nazionale, che la nostra esperienza costituiva uno dei fiori all’occhiello della chiesa cattolica palermitana, non riuscii ad adirarmi: sorrisi tra me e me, sicuro che lui per primo si era divertito all’idea di citare come prova della sua sensibilità per gli emarginati un centro sociale di cui aveva appena sentito parlare da terzi.

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