venerdì 26 gennaio 2007

I LIBRI DI DANIELA MUSUMECI


Centonove
26.1.2007

FIGURA DI DONNA

Perché si sceglie di leggere proprio questo o quell’altro libro tra la marea di titoli che tracimano dagli scaffali delle biblioteche e dai banconi delle librerie? Nel mio caso, molto spesso, per cause davvero occasionali. Quasi capricciose. Per esempio perché te lo ha regalato una persona - forse l’autore stesso - particolarmente gentile. Così è stato col dittico Doveri di allegria e Devota come un ramo (entrambi per i tipi dell’Ila-Palma di Palermo ed entrambi del 2006) di Daniela Musumeci, una dolce e vispa creatura che, ormai da decenni, raramente manca un appuntamento importante per la vita sociale e culturale del capoluogo siciliano. Come me, anche Daniela è arrivata alla fase dei bilanci esistenziali: in quella fascia d’età in cui si è vissuto abbastanza per doverli fare, ma non tanto da non poterne trarre giovamento.

Daniela è insegnante di filosofia: ma – sorpresa ! – per raccontare a sé stessa, prima ancora che ad altri, il filo della propria storia ha privilegiato il registro poetico. Sia in Doveri di allegria dove raccoglie solo componimenti lirici sia in Devota come un ramo in cui alterna il genere letterario lirico con delle prose di difficile catalogazione dove - quasi per associazione psicanalitica di idee - srotola immagini mitiche, eventi storici, citazioni dotte… a partire da alcune parole fondamentali come acqua, aria, fuoco o terra.
Ma è davvero l’autrice a privilegiare il registro poetico o, piuttosto, come lei stessa si esprime riecheggiando (non so quanto consapevolmente, il persiano medievale Al-Rumi) “la poesia ci è data, donata:/ci attraversa e ci suona./Noi siamo come flauti o conchiglie:/l’aria ci colma e ci percuote”? Come che sia, è in versi che Daniela narra alcune delle tappe più salienti della sua intensa esistenza: i suoi amori (“Tu,nomade mago,/fosti sapienza e passione,/estasi e strazio nelle viscere”); le sue lotte contro i missili a Comiso e contro i mafiosi (“Digiune/abitammo una piazza/abitate da un dolore/per trasformarlo in festa/coi corpi in rivolta”); la memoria delle compagne e dei compagni che “A uno a uno se ne vanno,/le mani ruvide il cuore petroso”, come Isidoro Fogazza, Salvo Restivo e Giuliana Saladino, lasciando i superstiti a tentare di riannodare “i fili rotti”; le sue laicissime preghiere sussurrate all’ombra del doloroso “silenzio/ del dio assente/del dio nascosto”); la sua cittadinanza planetaria (“Sono armena:/la madre di mia madre riarsa di freddo e di fame/tra le rocce della Cappadocia nel 1916./ Sono ebrea: / la donna che mi ha dato la vita/ gasata a Birkenau nel Quarantatre./ Sono hutu: /mia sorella dissanguata/appena fuori le porte di Kinhasa./Sono tutsi … palestinese… curda… afghana… nigeriana … iraquena… bianca… israeliana… americana…. italiana…. / Apolide infine/ e senza nome/non più in volo/mi accascio stremata”). Nel complesso, si staglia la figura di una donna – non certo avara di sentimenti – in cui potranno riconoscersi numerose lettrici, ma anche lettori: “Per vivere, ho vissuto/intensamente/di letto in letto/di casa in casa/di piazza in piazza,/nei nord del sud/nei sud del nord./Amare, ho amato/senza riserve/con qualche errore./Amata, sono stata anche amata,/ finché l’incontro dileguava/in commiato./Per vivere, ho vissuto intensamente./Ora però/sono un poco stanca”. Una figura femminile che i tocchi di amara autoironia rendono ancora più amabile: “Fossi povera,/sarei già in manicomio,/ma siccome ho studiato/posso scrivere libri”.
E’ questa personalità, poliedrica e inquieta, che ha pubblicato anche - prendendone a prestito il titolo da Cristina Campo – la silloge, di prose e liriche, Devota come un ramo. Qui la frequentatrice di saggistica è più presente; se vogliamo, è più presente la filosofa, ma a patto di non associare il termine a personalità esangui e cerebrali: Daniela sta infatti dalla parte della “filosofia delle viscere” di Maria Zambrano e del “pensiero del cuore” di Hillman. Invano si cercherebbe dunque la cogenza delle dimostrazioni logiche: pregio o difetto che sia, la sua è una proposta intuitiva, rapsodica, che procede di lampo in lampo. Quasi la rappresentazione letteraria del “pensiero nomade nonviolento, vicino al pacifismo, al femminismo, all’ecologia e al comunismo libertario” in cui ella sembra riconoscersi. Vari gli spunti, o i pretesti, di questi excursus: ora il velo (“tutto ciò che ci tocca profondamente viene avvolto da un velo, battesimale o nuziale o infine sudario”); l’acqua (nella sua inestricabile “doppiezza”: “sereno gioco di raggi e suoni o triste, oscura profondità”); il fuoco (anch’esso segnato, “come ogni elemento naturale nel mito”, da “duplice valenza: purifica o danna, scalda e protegge o distrugge”); l’aria (che è elemento fisico appena palpabile, ma anche “Psyche, anima, e Pneuma, soffio vitale”); la terra (che “possa divenire un locum amoenum piuttosto che un’orribile cava di rifiuti dipenderà dalle scelte di ciascuno di noi, dalle nostre pressioni sui potenti, da una assunzione di responsabilità etica prima che politica”).
Queste divagazioni sono comunque collegate, come perle, da un filo conduttore: l’intreccio inestricabile, in “ciascuno e ciascuna”, di “Eros e Logos” o, se si preferisce, “il cuore, la testa e le mani”. Ed è un intreccio che viene professato - o più ancora testimoniato – senza futili orgogli intellettualoidi, bensì con la dignitosa umiltà di chi è approdato ad una religiosità “non confessionale”, “in cerca di nessun imprimatur”, ma non per questo meno autentica e vivida. La religiosità di chi, avendo a lungo battuto le strade del mondo, sa riconoscere che “il mistero ci viene incontro sulla soglia, come un dono gratuito che esige consentimento e si rivela gioco amoroso”. E sa, conseguentemente, atteggiarsi – concretamente – di fronte a uomini, animali e cose con tatto delicato, nella profonda convinzione che “tutto può farsi preghiera, la potatura di un albero in giardino come la composizione di una lezione di filosofia o di una poesia, la distribuzione delle ciotole ai gatti come una lettura di tarocchi, poiché l’abito interiore è quello suggerito da Rabindronath Tagore: ”.

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