venerdì 9 febbraio 2007

COMUNITA’ STRANIERE A PALERMO


Centonove 9.2.07
IN FESTA CON I TAMIL

Come avviene spesso la domenica, la sala-teatro dell’Istituto “Don Bosco” di via Libertà si è gremito di pubblico. Ma, questa volta, si trattava di un pubblico un po’ speciale: non era bianco di pelle, non era cristiano di religione, non era italiano di lingua. Era infatti la festa dei Tamil palermitani. Una fetta di popolazione che ormai incontriamo quotidianamente sugli autobus o al supermercato ma di cui sappiamo ben poco. Li collochiamo, vagamente, nella categoria geopolitica degli asiatici: in effetti provengono dalla grande isola dello Sri Lanka, nota anche come Cylon, a sud dell’India. Ma una scelta miope del colonialismo inglese li ha consegnati alla convivenza con il popolo cingalese che, maggioranza schiacciante, in questi ultimi decenni ha fatto di tutto per assimilare i Tamil cancellandone l’identità sociale e culturale. Sino all’inizio degli anni Ottanta essi hanno tentato di reagire soprattutto ricorrendo ai metodi gandhiani della nonviolenza attiva, ma , scoraggiati - a torto o a ragione - per la scarsità dei risultati raggiunti, hanno infine deciso di scegliere la lotta armata. I nostri telegiornali parlano dunque, ogni tanto, di terroristi: anche se sottile è la linea che li distingue dai patrioti partigiani.

I Tamil immigrati in Sicilia sono, comunque, dei profughi: tra i più laboriosi, onesti e gentili degli “extra-comunitari” che animano le nostre strade. Accettando l’invito alla loro festa, ho capito che sono anche tra i più ricchi di dignità interiore. Già al momento di entrare mi è arrivato il primo segnale: era previsto un biglietto d’ingresso per tutti, tranne che per gli italiani di nascita. Ho accennato ad una cortese insistenza, ma il ragazzo alla porta è stato deciso: “Voi palermitani siete, oggi, i nostri ospiti”. Poi, una volta dentro il teatro ‘Ranchibile’, è stato un tripudio di colori, di suoni, di movimenti. I primi dieci minuti sono stati dedicati ad una silenziosa cerimonia di omaggio (fiori e lumicini) alle vittime - in particolar modo ai bambini - delle due maggiori sventure che hanno colpito questo popolo mite: la guerra civile e lo tsunami. Poi canti, musiche, danze della loro tradizione. Con l’aiuto di giovani musicisti palermitani (alcuni dei quali impegnati in vere e proprie ricerche di etnomusicologia) si sono alternati sul palco adulti, ragazzi e bambini. Se si pensa che la maggior parte degli ‘artisti’ lavora duramente almeno otto ore al giorno - e dunque ha avuto pochissimo tempo per preparare lo spettacolo- , i risultati sono stati impressionanti: la dolcezza struggente delle musiche, l’eleganza dei passi, la bellezza abbagliante degli abiti hanno inciso profondamente nell’animo degli spettatori. Era come se la performance artistica lasciasse emergere l’anima più profonda di questi nuovi concittadini: e che fosse l’anima di un popolo di re e di principesse.
Difficile non pensare - o per lo meno non sperare - che questa corrente di nobiltà morale possa entrare nelle vene della società siciliana, smussandone certe asprezze di tono e di tratto: per contribuire, con l’ennesimo tassello, al mosaico variegato che una storia millenaria si è divertita a comporre nella nostra bella ma contraddittoria isola.
Augusto Cavadi

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