venerdì 23 marzo 2007

ECUMENISMO A PALERMO


Centonove  23.3.07

Augusto Cavadi

“GUARISCI, DIO, LE NOSTRE CHIESE”

Non capita tutti i giorni, ma qualche sera fa è avvenuto. Alcuni frati francescani, a Palermo per un convegno, hanno convocato intorno a un tavolo i rappresentanti delle principali chiese cristiane operanti in città per fare il punto sui loro rapporti reciproci. Così si sono alternati al microfono del convento di S. Antonino  - a due passi dalla stazione centrale - un laico cattolico, un vescovo cattolico di rito ortodosso, un prete ortodosso, un membro della chiesa avventista, una signora della chiesa anglicana, il pastore della chiesa valdese di via Spezio e la pastora della chiesa valdo-metodista della Noce (l’unica donna, tra i presenti, alla guida di una comunità, “non senza resistenze” - come ha precisato - “neppure all’interno del nostro ambiente”).

Diciamolo subito: è stato un incontro stimolante non solo dal punto di vista religioso, ma anche socio-culturale. Lo si è notato sin dalle battute introduttive  - sobrie nei toni ma dirompenti nei contenuti -  del padre francescano che ha gestito la regia: ciò che imprigiona gli individui, così come le comunità, è il senso di autosufficienza. Ciò vale sul piano teologico, ma prima ancora antropologico: le chiese, i gruppi, le civiltà  che ritengono di avere il monopolio della verità e della morale si chiudono sprezzantemente e non imparano niente da nessuno. Solo chi ha coscienza dei limiti del proprio punto di vista sul mondo può aprirsi davvero con curiosità all’altro, al diverso. Solo chi avverte la propria povertà smette di provare diffidenza e inizia a sperare nella positività nascosta nelle esperienze differenti dalla propria. Gli ha fatto immediatamente eco il vescovo della eparchia di Piana degli Albanesi: il vangelo ci proibisce il giudizio e la condanna degli altri, ci chiede solo di farci testimoni della benevolenza di Dio per l’umanità in generale e per ciascun essere in particolare. E’ stato il tasto su cui hanno insistito un po’ tutti gli altri esponenti delle diverse confessioni: evangelizzare non dev ‘ essere fare proselitismo, ma testimoniare una ricchezza interiore che possa eventualmente contagiare chi è oppresso da sensi di colpa o alla ricerca di motivazioni all’ esistere e all’agire.

Questa testimonianza dei credenti nel vangelo è incrinata, a Palermo come nel resto del mondo, da due ferite. Una interessa maggiormente gli addetti ai lavori: è lo “scandalo” (come lo ha definito la portavoce della comunità anglicana)  della mancanza di intesa, di cooperazione, tra le chiese delle varie confessioni cristiane. E Bruno Di Maio, l’ingegnere che da decenni promuove il dialogo interconfessionale in città, ha sottolineato la scarsa circolarità delle informazioni. Non si tratta, infatti, di mirare all’uniformità che livelli le identità differenti, ma di farle convergere verso una sinfonicità orchestrale: in cui ognuno continui a suonare il proprio strumento specifico, ma in accordo con gli altri strumenti. Una seconda ferita tocca più incisivamente il tessuto civile: è la mancanza di una strategia organica nella ‘diaconia’, cioè nel servizio ai cittadini più deboli, soprattutto agli stranieri bisognosi. Dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa dell’Est arrivano incessanti flussi migratori: come possono le comunità che si riconoscono nel vangelo delle beatitudini non convogliare energie umane e risorse finanziarie  nell’accoglienza di questi pellegrini del XXI secolo, indipendentemente dalle loro idee religiose? Qualche gesto significativo è stato già realizzato: per esempio la Curia diocesana ha offerto ad un presbitero del Patriarcato ortodosso della Romania la bella chiesa di san Giorgio dei Genovesi per le celebrazioni liturgiche della nutrita comunità rumena (cinquemila immigrati circa). Ma resta ancora molto da fare, anche dal punto di vista del soccorso materiale immediato: cibi, vestiti, medicine, abitazioni. E opportunità di lavoro. Né, d’altronde, ci sarebbe altro modo per dare veridicità alla preghiera comune con cui si è concluso questo momento di autocritica e di progettualità: “Guarisci, Dio creatore, le nostre chiese dalla loro sordità affinché, insieme, possiamo udire il suono della tua voce nel silenzio dei poveri e dei sofferenti”.

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