venerdì 13 aprile 2007

L’EUTANASIA SECONDO POHIER


“Centonove” 13 aprile 2007

Augusto Cavadi 

LA DOLCE MORTE 

Sull’eutanasia (e dintorni) si torna - periodicamente - a dibattere. Ma spesso con una serie impressionante di pregiudizi, disinformazioni, mistificazioni. L’associazione italiana che si occupa di sensibilizzare l’opinione pubblica (e il ceto politico) alla questione, Exit-Italia, ha promosso la traduzione dal francese di un libro prezioso, La morte opportuna. I diritti dei viventi sulla fine della loro vita (Avverbi, Roma 2004, pp. 283, euro 14,00). Prezioso perché chiaro nel dettato, documentato dal punto di vista informativo, pacato dal punto di vista argomentativo: ma prezioso, ancor più, perché nasce da una lunga esperienza di vita dell’autore, Jacques Pohier, che - dopo anni di docenza in teologia e di interessi psicoterapeutici - è approdato alla militanza nell’Admd (“Associazione per il diritto ad una morte dignitosa”) sino a raggiungere i vertici della Federazione mondiale delle associazioni consimili.
Con lucidità aristotelico-tomista, Pohier procede scandendo con chiarezza le tappe di un itinerario intellettuale su cui, non di rado, s’ingarbugliano tematiche diverse. Schematizzando brutalmente, si potrebbero distinguere cinque ambiti problematici: cure palliative, accanimento terapeutico, consenso informato sulle cure mediche ordinarie, eutanasia, suicidio assistito. Su ciascuna di queste problematiche si può maturare un giudizio specifico, nel senso che non costituiscono un blocco unitario da accettare o rifiutare tout court : si può avere una posizione di assenso su una questione e di dissenso su un’altra. Vediamole dunque, rapidamente, una ad una.Cure palliative (che non significa cure illusorie, ma rimedi effettivi per attenuare il dolore provocato dalle malattie o da certe terapie): sono lecite? Ormai è difficile registrare voci in contrario. Chi sostiene, per motivi teologici o filosofici o clinici, che il dolore va accettato senza reagire - perché espressione del volere divino o perché rafforza il carattere o perché aiuta a monitorare il decorso della malattia - si trova sempre più in minoranza. Purtroppo all’evoluzione culturale non corrisponde una pratica coerente: moltissimi medici di base stentano a ricorrere agli oppiacei e, per pigrizia mentale o per evitare complicazioni burocratiche, ritengono quasi un optional lussuoso preoccuparsi di lenire i dolori del paziente (se non in casi eccezionali o in prossimità della morte). Comunque, anche se dovessero trovare la diffusione capillare che meritano, restano un rimedio per brevi tratti di tempo e lasciano irrisolti tanti interrogativi: per esempio la condizione psico-fisica dell’invalido cronico o dell’anziano colpito da processi degenerativi.  Accanimento terapeutico: anche su questo punto sembrerebbe che – in teoria – non debbano persistere dissensi. Non va sottovalutata l’influenza positiva di alcune posizioni del magistero cattolico che, per esempio, nella Dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede sull’eutanasia del 5 maggio 1980, riprendendo delle felici intuizioni di un Discorso di Pio XII del 22 novembre 1957, dichiara: “In mancanza di altri rimedi è lecito ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio. Accettandoli, l’ammalato potrà anche dare l’esempio di generosità per il bene dell’umanità. E’ anche lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi” (per il prosieguo della citazione, vedi p. 258). Anche qua, però, la teoria e la prassi procedono su piani paralleli. Chi avverte davvero l’ammalato di ciò che lo attende? Senza questo ‘consenso informato’, chi decide – se non il medico – se un certo intervento chirurgico o una certa chemioterapia vanno considerati come trattamenti ordinari o non piuttosto come accanimento terapeutico? Cure mediche ordinarie: per logica, dunque, anche su questo il malato deve avere diritto di essere informato e di decidere liberamente. Anche perché  - in mancanza di questo diritto ‘allargato’ o ‘pieno’ – potrebbe essere sottoposto a terapie invasive o dolorose per il solo fatto che in un determinato ospedale non vengono più considerate eccezionali come può avvenire in un altro ospedale o come poteva avvenire venti anni prima nello stesso luogo. E’ in questo contesto che appare in tutto il suo rilievo l’opportunità del “testamento biologico” o comunque si voglia denominare una dichiarazione scritta (e in qualsiasi momento revocabile anche verbalmente) in cui il cittadino fissa, per quanto possibile, i paletti alle terapie cui dovesse essere sottoposto in caso di bisogno. Un simile strumento giuridico sottrae certamente potere decisionale ai medici, ma nello stesso tempo li alleggerisce di responsabilità onerose: “nell’attuale situazione, infatti, un medico che non prescrive una cura perché il malato gli ha comunicato di volerla rifiutare non ha alcuno strumento per proteggersi dai rimproveri che la famiglia del paziente, i colleghi, l’amministrazione ospedaliera e l’Ordine professionale potrebbero muovergli” (p. 101).   Con la conseguenza disastrosa che, nel dubbio, si preferisce eccedere: sfiorando o superando la barriera fra cure ordinarie ed accanimento terapeutico.Eutanasia: è la questione che scatta quando, debitamente informato, il paziente rifiuta delle cure (ordinarie o straordinarie) senza le quali la sua vita non s’interrompe, ma prosegue in maniera troppo gravosa (almeno ai suoi occhi). Non c’è dunque solo il malato di cancro che rifiuta la chemioterapia, ma anche il giovane affetto da sclerosi multipla che sa di avviarsi ad una paralisi totale o il vecchio che si accorge di perdere progressivamente la memoria: di fronte a casi simili è lecita l’eutanasia? Pohier non vuole farsi il gioco facile sfruttando analogie ed equivoci e propone, per chiarezza, di abolire l’espressione “eutanasia passiva” per “l’eccellente ragione che l’eutanasia è un atto e dunque non può essere passiva” (p. 110).  Dunque “alcuni atti medici o astensioni di atti medici” (“interrompere un trattamento, ad esempio, oppure impiegare certi farmaci, in particolare gli antalgici, più a lungo e a dosi più elevate”) , non sono “atti di eutanasia, anche se eseguiti sapendo che possono anticipare il momento della morte” : eutanasia è sempre “un atto volto a procurare una morte dolce e priva di sofferenze” (p. 110). Tanto è vero  - si potrebbe notare fra parentesi – che mentre gli atti medici che hanno la morte come effetto secondario sono ammessi dall’etica cattolica e dal diritto penale degli Stati, l’eutanasia propriamente detta (dunque né imposta da estranei né richiesta da un soggetto gravemente depresso e incapace d’intendere e di volere) è condannata dalla Chiesa cattolica e da quasi tutti i sistemi giuridici (anche se, di solito, la si fa rientrare nella fattispecie dell’omicidio del consenziente o dell’omicidio volontario). Impossibile riprendere la miniera di considerazioni (a mio sommesso avviso illuminanti) proposte su questo tema da Pohier. Mi limito dunque a qualcuna delle più pertinenti. La prima - in risposta a chi chiede “dove si andrebbe a finire se ogni medico, ogni infermiere, ogni familiare o amico potessero decidere della morte di qualcuno?” - riguarda “la linea di demarcazione molto netta fra la morte procurata a una persona dietro sua richiesta informata, cosciente e reiterata, e la morte procurata senza tale richiesta”: “nell’ipotesi che venga riconosciuta una qualche legittimità alla prima, sembra indispensabile doverla negare alla seconda” (p. 113). Un’altra considerazione di Pohier potrebbe far riflettere coloro che si oppongono in nome della sacralità (religiosa o ‘laica’) della vita: “l’eutanasia volontaria non è una scelta fra la vita e la morte, né una scelta della morte contro la vita, è una scelta fra due modi di morire” (p. 118). Una terza considerazione di Pohier riguarda la necessità di de-medicalizzare questa problematica: “l’eutanasia non è un problema principalmente medico”, ma da una parte “sociale” (“la società intende o no riconoscere ai suoi membri il diritto all’eutanasia volontaria?”) e, dall’altra, “personale” (di “coloro che intendono esercitare per se stessi tale diritto, una volta riconosciuto”). Al medico resta il ruolo, importante ma circoscritto, di “consigliere nella misura in cui può fornire al paziente chiarimenti sulla durata e sulle condizioni del periodo che gli rimane da vivere” (p. 116).Suicidio assistito: è il punto di arrivo dell’escalation. Una sorta di test decisivo perché porta alla chiara esplicazione numerosi aspetti che, nelle questioni precedenti (cure palliative, accanimento terapeutico, consenso informato, eutanasia), restavano in qualche modo sepolte: ciò che si arriva a pensare in proposito può retrospettivamente rafforzare, o indebolire,  di molto le posizioni pregresse. Infatti se nell’eutanasia volontaria si assegna al medico un ruolo secondario e strumentale, che cosa la distingue – nella sostanza – da un suicidio “medicalmente assistito”? Dal punto di vista concettuale non c’è nessuna differenza: in un caso come nell’altro, si tratta di non lasciarsi intrappolare dalla suggestione dei vocaboli (eutanasia richiama le pratiche naziste che, invece, negavano la volontarietà dell’atto da parte della vittima [cfr. p. 106], suicidio evoca quei casi di “condizioni socio-economiche estremamente difficili” o di “gravi problemi psicologici” [144] che ovviamente sono esclusi da ogni possibile assistenza sanitaria) e di andare dritto al cuore della questione. Il cui “vero nucleo centrale” non è - come risulta abitualmente - “la relazione del medico con il paziente e la sua malattia”, quanto “la relazione del malato stesso con la propria malattia” (p. 104). Disporre dei modi e dei tempi della propria morte è lecito o no? Sapienti, poeti, filosofi e teologi si sono spesso schierati su fronti opposti, passando dal rifiuto radicale di un sant’Agostino a posizioni possibiliste di un san Tommaso Moro (impressionante il brano da Utopia riportato a p. 179)  sino all’esaltazione da parte di un Seneca. Solo una concezione di Dio come Padrone assoluto, più che come Padre amorevole, può stroncare il dibattito in maniera dogmatica (e, perciò, vincolante solo per cerchie sempre più ristrette di cittadini). Non si tratta di cedere al post-modernismo, all’agnosticismo rispetto al destino dell’uomo dopo la morte, al relativismo etico: ciò di cui si è alla ricerca, attraverso il confronto lucido e sereno delle argomentazioni, è una risposta che sia ‘vera’, cioè conforme alla struttura e ai limiti dell’essere umano. La risposta di Pohier è affermativa: con Jean Baechler egli è convinto che “il suicidio” ( operato nel pieno possesso delle proprie facoltà: “dove la coscienza si è dissolta, non vi è suicidio”)  possa rivelarsi, in determinate circostanze, l’estremo modo per affermare  “la libertà, la dignità  e il diritto alla felicità” del soggetto (la citazione dalla ricerca sociologica  Les Suicides del 1975 è a p. 153).  Si tratta di soppesare criticamente questa risposta e, nel caso che la si trovi convincente, rivedere sia eventuali presupposti metafisici con cui entrasse in conflitto sia quelle norme legali che, allo stato dei fatti, la contraddicessero.

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