sabato 14 aprile 2007

NONVIOLENZA E MAFIA


Repubblica – Palermo 14.4. 2007

Augusto Cavadi
CODICI  ETICI   E  FIACCOLATE  NON  BASTANO ALL’ANTIMAFIA 

Se le associazioni mafiose fossero bande di delinquenti, come ce ne sono in ogni zona del globo, costituirebbero solo un problema di ordine pubblico. Purtroppo sono sotto-sistemi di potere illegale all’interno del più ampio sistema sociale nazionale: per questo costituiscono una tragedia epocale.  Proprio in quanto sistemi di potere, le associazioni mafiose non possono perpetuarsi se non organizzandosi gerarchicamente al proprio interno e relazionandosi fare stabilmente con il mondo esterno. Da quali fasce sociali esse attingono il ricambio dei dirigenti e dei militanti? In quali fasce sociali cercano complicità, appoggi, sinergie? Ancora recentemente, su queste pagine, si è tornati sull’argomento per ricordare che la mafia non è schifiltosa: pesca  (come hanno sostenuto, in successive esplicitazioni, studiosi come Franchetti, Mineo e Santino) tra la borghesia, ma non sottovaluta il consenso sociale degli strati popolari marginalizzati.

Analisi e confronti su questi temi non hanno una valenza puramente teoretica: servono a calibrare meglio le strategie di contrasto. Perché se la criminalità organizzata va facendo capolino nel territorio sotto forma di chiazze, possiamo illuderci che si tratti di bubboni su un tessuto sano; ma possiamo anche convincerci che siano effetti e sintomi di un contesto malato. In una parola: che le mafie non potranno sparire davvero sino a che la nostra società manterrà caratteristiche mafiogene. Che significa, in concreto, questo? Quali sono le idee, le credenze, i complessi simbolici, i comportamenti pratici, ma anche i meccanismi istituzionali e le dinamiche economiche che producono  - e riproducono -  aggregazioni mafiose? Su questi temi ha riflettuto da anni il sociologo Enzo Sanfilippo che giovedì 12 ha tenuto, presso il Liceo Scientifico B. Croce, un incontro pubblico di riflessione a partire dal volume da lui curato Nonviolenza e mafia: idee ed esperienze per un superamento del sistema mafioso (Di Girolamo editore).L’idea centrale è che, come tutte le situazioni di prepotere violento di alcuni su molti (i bianchi sui neri in Sudafrica, gli inglesi sui nativi in India e così via), anche la mafia persiste sin quando la rassegnazione delle vittime consente la spavalderia dei prevaricatori. Cinquemila affiliati alle cosche mafiose siciliane potranno condizionare pesantemente la quotidianità di cinque milioni di cittadini sino a quando ciò apparirà inevitabile ad alcuni, conveniente ad altri, tutto sommato accettabile a molti. E’ illusorio  - se non  ipocrita -  delegare il ribaltamento della situazione ad alcuni organi istituzionali (magistratura, forze dell’ordine) o, peggio ancora, a singoli ‘eroi’. Se non si riesce ad attivare (anche perché, nell’intimo, non si è sicuri di volerlo) un processo  complessivo e duraturo  - all’interno dei partiti, dei sindacati, delle imprese, degli istituti universitari e scolastici, delle amministrazioni pubbliche -  di scardinamento dei privilegi, di rifiuto delle subalternità illegittime, di ripristino delle regole condivise, di trasparenza delle informazioni, ogni scorciatoia risulta deludente. La resistenza contro i mafiosi e i loro fiancheggiatori disseminati nei gangli istituzionali non può correre il rischio della retorica, ma non per questo può rinunziare ad alimentarsi di idealità e di motivazioni di ampio respiro. Chi non si accontenta dei codici etici pre-elettorali o delle fiaccolate da anniversario; chi è davvero convinto che - catturati i Riina e i Provenzano - restano decine di capi e capetti pronti ad ereditarne i ruoli, deve alzare un po’ lo sguardo e misurare le reali dimensioni di ciò con cui intende confrontarsi. Le vicende storiche dei movimenti collettivi suscitati da Gandhi, da Martin Luther King, da Nelson Mandela lo attestano con chiarezza: se ne farebbe volentieri a meno, ma in certi casi non ci si può accontentare di qualcosa di meno di una ‘rivoluzione’.

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