martedì 29 maggio 2007

SULLA SCONFITTA ELETTORALE


Repubblica – Palermo 29.5.07

Augusto Cavadi

L’EFFETTO BOOMERANG DEL VOTO CLIENTELARE

Che noi, gli sconfitti del centro-sinistra, ci si interroghi sulle ragioni dell’ennesimo scacco elettorale è opportuno. Ma proprio riflettendo un po’ più a fondo si potrebbe scoprire - alle spalle, o meglio alle radici, della contrapposizione fra i due schieramenti - una questione più grave: nell’intero corpo elettorale manca, o difetta gravemente, la convinzione condivisa che vivere in uno Stato di diritto (”il governo delle leggi”) sia meglio che vivere in uno Stato di relazioni intersoggettive (”il governo degli uomini”). Che sia preferibile vivere nella Prussia del mugnaio che cerca (e trova) un giudice a Berlino anziché nella Palermo dove una ragazzina, alle Poste di piazza Sturzo, sorpassa una fila di 18 persone con la candida dichiarazione: “Ma l’impiegata è cugina di mia madre!”.


Sul primo corno dell’alternativa mi ha fatto riflettere in questi giorni un caro e stimatissimo amico liberale, Livio Ghersi,  passandomi dei suoi fogli in corso di pubblicazione: “per ‘Stato di diritto’ si intende quello in cui tutti i governanti e tutti i pubblici amministratori sono sottoposti alla Costituzione ed alle leggi ed ogni potere va ricondotto strettamente alle funzioni che istituzionalmente devono essere esercitate”.

Sul modo opposto di intendere e di gestire la cosa pubblica è stato, invece, illuminante un passaggio dell’omelia che il vescovo di Ragusa, mons. Angelo Rizzo, tenne a Caltanissetta il 7 agosto del 1976 ai funerali dell’on. Calogero Volpe (suo “cugino di sangue”) e che è stata riedita in questi giorni da Davide Romano nel suo La pagliuzza e la trave (La Zisa). Dopo essersi rivolto al politico democristiano defunto per evidenziargli la circostanza d’essere spirato a Roma, proprio in “quel Policlinico Gemelli in cui molti tuoi amici, delle più diverse categorie sociali, da te aiutati per le difficoltà del ricovero, hanno riacquistato la pienezza della salute”, spiega ai presenti che, “a prescindere dalle buone leggi sociali” (cioè: “ove queste mancassero o tardassero a venire”), ogni “deputato - nella sua qualità di servitore del popolo - ha il dovere di spendersi in favore del prossimo bisognoso a misura delle sue possibilità“. E aggiunge un particolare ringraziamento “all’infaticabile dott. Algeri suo fraterno collaboratore più che suo segretario” perché “le decine di migliaia di pratiche passate per quelle mani e regolarmente schedate non sono stati degli anonimi casi pietosi ma hanno avuto un volto e un nome, stabilivano autentiche relazioni umane nel senso più bello della parola”.

Su questa contrapposizione di ottiche ci sarebbe molto da riflettere. Sinteticamente cinque considerazioni. La prima: la politica di abbracci, baci, piccole elemosine occasionali e assunzioni clientelari è mafiogena; perciò chi sostiene che “la mafia fa schifo” dovrebbe attenersi religiosamente  - se per lui questo avverbio ha un senso minimamente accettabile - all’articolo 3 della Costituzione (”tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”). La seconda: le comunità religiose (cristiane o islamiche, induiste o buddiste) potranno contribuire a liberare la Sicilia dai sistemi di potere mafiogeni in mille modi, ma preliminarmente dovranno rinunziare ad atteggiamenti di ostilità, o anche solo di estraneità, rispetto ai princìpi dello Stato democratico. Come fa qualche parroco che, il giorno della cresima, dopo la funzione in chiesa, accompagna i giovani dal sindaco del paese per fargli consegnare una copia della Costituzione italiana. La terza considerazione: in linea teorica, questa battaglia a favore dello Stato di diritto converrebbe al centro-destra quanto al centro-sinistra. Aristotele od Hegel, Croce o Sonnino non sono stati pericolosi estremisti rivoluzionari, ma persone serie e preoccupate  - con tanti, inevitabili errori di valutazione - dell’assetto sociale meno iniquo possibile. Quarta considerazione: sino a quando, di fatto, non si arriverà a convincere la maggioranza della popolazione che la situazione attuale è conveniente a pochi e nell’immediato, ma un boomerang per quei pochi nel lungo periodo e un danno per molti sia ora che in futuro, le elezioni saranno vinte da chi è più bravo nel distribuire arbitrariamente risorse e prebende. Quinta (e ultima) considerazione, con cui ritorniamo all’inizio: se il centro -sinistra vuole vincere un giorno le elezioni deve uscire dall’attuale ambiguità e decidersi se competere col centro-destra   sul piano delle relazioni interpersonali  o provando a incarnare una logica del tutto diversa. Allo stato, invece, c’è un po’ di tutto: il tentativo di promettere favoritismi in caso di vittoria (ma nella partita su come accalappiare il voto di disoccupati, aspiranti consulenti, organizzatori di corsi professionali fantasmagorici, gestori di cliniche private…è difficile che la squadra dilettanti batta la squadra professionisti) così come il tentativo di instaurare un regime davvero trasparente e democratico (ma allora si deve rinunziare ad imbarcare nelle liste chi è convinto che la tessera di partito o di sindacato serva, anche nell’area progressista, ad accelerare le promozioni in banca, a stipulare una convenzione in più o far vincere il concorso per dirigenti scolastici).

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