sabato 23 giugno 2007

FREUD A PALERMO


“Repubblica - Palermo” 23.6.07

Augusto  Cavadi 

LA PALERMO FELICISSIMA DI FREUD

Nel 1995 Giancarlo Ricci pubblica, con la Jaca Book di Milano,  Le città di Freud. Per vie traverse me ne capita una copia in mano solo in questi giorni e, con una certa sorpresa, scopro che il fondatore della psicoanalisi ha visitato la Sicilia nel 1910. “Palermo è stata un’orgia inaudita, che non bisognerebbe concedere a sé soli”, scrive il 15 settembre di quell’anno alla compagna Martha. E, poco dopo, specifica le ragioni di quell’espressione almeno singolare: “Non avevo ancora osservato tutto insieme tanto splendore di colori, tanti panorami, profumi e anche tanto benessere”. Scritta da uno che aveva girato l’intera Europa e, l’anno precedente, si era spinto sin negli Stati Uniti, la dichiarazione dà da pensare. Sia in direzione positiva (forse Goethe non aveva esagerato quando aveva definito il monte Pellegrino “il più bel promontorio del mondo”) sia in direzione problematica: quali itinerari seguiva Freud, e quali spazi urbani si precludeva dalla vista o rimuoveva dalla memoria, quando si trovava in giro per una città? Che all’inizio del XX secolo Palermo potesse impressionare per l’ingente “benessere” è possibile crederlo solo per quei turisti che non si discostavano dal viale della Libertà (costellato di ville da manuali di architettura) e raggiungevano la stazione ferroviaria di piazza Giulio Cesare costeggiando  il teatro politeama “Garibaldi”, il teatro Massimo, piazza Pretoria, gli stupendi palazzi baroccheggianti della via Maqueda. Ma cosa c’era alle spalle delle due fila di palazzi, chiese, monumenti? Un groviglio vitale esplosivo, certamente: se Freud vi avesse appena messo dentro una punta del suo nasone, avrebbe fiutato  - geniale com’era - molti motivi per confermare le sue teorie psicanalitiche e qualcuno per rimettere in discussione alcune sue idee sulla città.

Probabilmente anche Agrigento e Siracusa saranno da lui ammirate con l’occhio selettivo di chi - attratto da “pezzi veramente unici della grecità scomparsa” - non si accorge della miseria materiale (e non solo) della stragrande maggioranza della popolazione. Comunque sia, lascia Palermo con un senso di intensissima gratificazione: al punto da temere di “risvegliare l’invidia degli dei”. Né, alla fine del tour, dà segni di delusione. Il 24 settembre scrive infatti a Jung: “Il viaggio è stato molto più ricco e sostanzioso e ha portato diversi appagamenti di desiderio, ormai necessari da lungo tempo per l’economia interiore. La Sicilia è la regione più bella d’Italia…”. Perché a tanta bellezza naturale, a tanta ricchezza artistica, corrisponde negli indigeni una sorta di compulsione allo sfregio, un’adattabilità camaleontica alla sporcizia? Come possono gli eredi di alcune delle più nobili civiltà del pianeta (greca classica, ebraica, greco-bizantina, islamica, cristiana…) avere così poca cura della propria memoria e del proprio habitat? E’ possibile che la fame di accumulazione privata di denaro sia tanto forte, e tanto diffusa, da offuscare gli occhi di chi deturpa abusando e da tappare le bocche di chi  - pur assistendo allo scempio speculativo - non osa denunziare? Forse la psicoanalisi avrebbe potuto darci delle ipotesi di risposta. Ma, sfortunatamente, il Selbstdenker (”pensatore indipendente”)  ripartì alla volta del nord dell’Europa dall’isola pullulante di “reminiscenze infantili” e non vi fece più ritorno. Peccato.

Verso la fine della vita, comunque, in Analisi terminata e interminabile del 1937, Freud lascerà una considerazione (opportunamente ripresa da Carlo Sini nella Prefazione al libro di Ricci) che, pur se formulata in termini universali, può essere letta anche come preziosa avvertenza per chi dalla Sicilia (sia che ci sia nato sia che ci sia arrivato da luoghi lontani) non intende partire: “Non bisogna dimenticare che la relazione analitica è fondata sull’amore della verità, ovvero sul riconoscimento della realtà, e che tale relazione non tollera finzioni né inganni (…). Sembra quasi che quello dell’analizzare sia il terzo di quei mestieri ‘impossibili’ il cui esito insoddisfacente è scontato in anticipo. Gli altri due, noti da molto più tempo, sono quelli dell’educare e del governare”. 

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