giovedì 5 luglio 2007

STORIA DEL PRIMO PENTITO DI MAFIA


“Repubblica – Palermo”5.7.07

Augusto Cavadi 

L’EREDITÀ DEL PENTITO VITALE, L’UOMO DI VETRO 

D’accordo: non è un capolavoro. Ma neppure un film tanto brutto da giustificare una sala quasi del tutto deserta nell’unica proiezione domenicale prevista in tutta la città. E, per giunta, in uno dei rarissimi cinematografi di periferia: proprio a due passi dalla casa dove il protagonista  - il giovane Leonardo Vitale - ha vissuto, ha ammazzato, si è pentito sinceramente di aver imbroccato una strada senza senso ed è stato a sua volta ucciso per vendetta dai mafiosi che aveva ‘tradito’ fidando in un sistema giudiziario del tutto impreparato (siamo agli inizi degli anni Settanta) a gestire simili ‘collaboratori’.
Perché i palermitani non fanno la fila per vedere L’uomo di vetro? Vogliamo supporre che il flop sia dovuto principalmente al calendario e che, proiettato in un’arena all’aperto, possa attrarre un numero più significativo di spettatori. Se, infatti, esteticamente è un prodotto artistico per il quale sarebbe esagerato spendere l’aggettivo imperdibile, dal punto di vista storico-culturale costituisce un’offerta coraggiosa e istruttiva. Coraggiosa perché, con i rischi del caso, prova a non usare la storia come pretesto per una fiction e a mostrare come in certi casi essa si snoda in maniera così enigmatica e ingarbugliata da risultare più fantasiosa di molte invenzioni letterarie. Istruttiva perché istruttiva è stata, per molti versi, la vicenda di Leonardo Vitale. Essa infatti, mostrando che se un soggetto racconta davvero cos’è la mafia rischia di essere scambiato per un pazzo, mostra  - per conseguenza logica - che nella vita sociale e politica siciliana si sono svolte e continuano a svolgersi vicende incredibili, assurde, inaccettabili per una coscienza mediamente sana. Vicende - alla lettera - pazzesche. Quando gli storici dovranno raccontare che un presidente del governo nazionale viene osannato dall’opinione pubblica perché in sede giudiziaria si stabilisce che per anni ha trattato con i mafiosi, ma solo sino a una certa data, sì che per quel reato caduto in prescrizione non può più essere condannato; o che un presidente del governo regionale viene rieletto a schiacciante maggioranza quando ancora sono in corso i processi che lo vedono imputato di accuse gravissime riguardanti i suoi rapporti con i mafiosi e i loro referenti politici; quando gli storici dovranno raccontare questi fatti oggettivi alle generazioni di domani, rischieranno anche loro di essere scambiati per folli o per manipolatori? Forse la sentenza shakespeariana sulla storia umana simile al vaneggiamento notturno di un idiota in preda all’ubriachezza, valida per l’Inghilterra elisabettiana e per ogni epoca, in Sicilia lo è un po’  più che altrove.Ma Leonardo Vitale, oltre a essere scambiato per folle perché raccontava cose (vere) pazzesche, non era anche davvero un po’ folle? Pare che su questo non ci fossero dubbi.  Ciò però, lungi dall’inficiarla, accreditava   - meglio: avrebbe dovuto accreditare - la sua testimonianza. Se uno zio ti accompagna quando hai tredici anni ad ammazzare un cane, a quindici un cavallo,  a diciassette un uomo che non conosci e che non ti ha fatto nulla di male; se cinque anni dopo ti suggerisce di ucciderne un altro, senza che tu ne sappia la ragione; se a trent’anni prendi coscienza dell’idiozia di questa condizione esistenziale e sociale, è più ovvio che resti sano di mente o che qualcosa ti si scombussoli? Uno che confessasse tali colpe in perfetto equilibrio intellettuale ed emotivo sarebbe davvero più credibile di uno che - proprio come effetto di esperienze allucinanti realmente vissute - dà segni di sconforto, spaesamento, talora autolesionismo? Uscendo dal cinema, un’amica che ha conosciuto da vicino le vicende narrate si chiedeva  - senza darsi una risposta netta - se il pregio di rendere onore alla memoria di uno dei pochi ‘pentiti’ autentici non fosse controbilanciato, in negativo, dal messaggio di scoraggiamento che può arrivare a chi apprenda, anche dalle didascalie finali, la quasi totale inutilità del sacrificio di Vitale (la maggior parte degli insospettabili da lui accusati furono rilasciati o comunque assolti per mancanza di prove). Capisco l’interrogativo, ma la verità storica  - come ogni altra verità - non dev’essere edificante a tutti i costi. Merita di essere preservata dallo scempio e dall’oblìo per se stessa, indipendentemente dai risvolti morali o dalle ricadute politiche. E, poi, siamo proprio sicuri che decisioni sul momento fallimentari non comportino, nel lungo periodo, conseguenze preziose? In Cose di Cosa Nostra Falcone mostrava di pensarla diversamente: “Leonardo Vitale con le sue rivelazioni del 1973 ci ha offerto due importanti conferme: l’esattezza delle informazioni che avrebbero fornito dopo diversi anni Buscetta, Contorno e Marino Mannoia; l’assoluta inerzia dello stato nei confronti di coloro che dall’interno di Cosa Nostra deecidono di parlare”. Della seconda conferma, ad essere sinceri, saremmo lieti di farne a meno.

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