giovedì 23 agosto 2007

LO STUDIOSO CATANESE FONDATORE DEL PCI


“Repubblica – Palermo” 23.8.07
CONCETTO MARCHESI: IL LATINISTA CHE ACCUSO’ GENTILE

Augusto Cavadi

La storia è zeppa di personaggi scomodi su cui è difficile chiudere i conti: meriti e colpe, infatti, si bilanciano (e si sbilanciano) a seconda dei punti di vista da cui li si soppesa. Anche ‘oggettivamente’ risultano personalità complesse sino alla contraddizione. Eppure questa fatica del giudizio non può essere evitata con la mera rimozione. Destino che sembra incombere, invece, sul siciliano Concetto Marchesi (di cui ricorre proprio quest’anno il cinquantenario della morte), reo forse di aver dedicato la vita a due ideali - lo studio della civiltà classica e la militanza attiva comunista - che risultano in progressivo declino (per quanto su due crinali del tutto indipendenti).

In quanto antichista di vaglio (intere generazioni, come la mia, hanno studiato sulla sua nitida storia della letteratura latina) non lasciò inesplorato nessun autore di qualche rilievo. Senza farsi bendare da pregiudizi ideologici, lui ateo non nascose l’ammirazione per le opere di sant’Agostino e ne discusse con passione e con garbo, tutte le volte che ne ebbe occasione, con studiosi cattolici (anche preti, come don Primo Mazzolari) che ne avessero adeguata competenza.
A differenza di molti studiosi di cose antiche, non ritenne di chiudersi in gabbie filologiche ed archeologiche che lo difendessero dalle sfide della contemporaneità. Il 9 novembre 1943, da rettore dell’università di Padova, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico ebbe il coraggio civile di lanciare un appello a tutti i giovani italiani perché si impegnassero con le armi a liberare l’Italia dall’occupazione nazi-fascista: lui stesso, emigrato per poco tempo in Svizzera, diede l’esempio ritornando clandestinamente e arruolandosi come partigiano nelle Brigate Garibaldi. Già tra i fondatori nel 1921 del Partito Comunista, dopo la Liberazione fece parte della Costituente e, successivamente, sino alla morte nel 1957, della Camera dei Deputati. E’ proprio la sua figura di protagonista della vita politica a suscitare le polemiche più accese, le valutazioni più contrastanti. Tre gli esempi più clamorosi.
Quando Giovanni Gentile, filosofo molto osannato durante il regime mussoliniano, ebbe a proporre una sorta di riconciliazione nazionale, Marchesi reagì nel gennaio del 1944 con una lettera aperta durissima. Ripubblicata due mesi dopo con una chiosa ancora più dura (di cui si discusse la paternità) e con un titolo che non lasciava molto spazio alla fantasia (”Sentenza di morte”) , di fatto precedette di poche settimane l’assassinio di Gentile. Difficile non mettere in relazione di causa ed effetto - almeno dal punto di vista morale e politico - la lettera e l’assassinio. Qualche anno dopo, in sede di discussione sulla Costituzione, prese vistosamente posizione contro Togliatti e si pronunziò a sfavore dell’inserimento dei Patti Lateranensi nell’articolo 7: dunque contro la ricezione, da parte della Repubblica democratica, del Concordato stipulato con la Chiesa cattolica da un governo dittatoriale. Nel 1956, infine, quando il suo partito si orientò ad approvare le clamorose denunzie nei confronti del periodo staliniano, ancora una volta Marchesi remò controcorrente: “Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma - disse in un memorabile intervento all’VIII congresso del PCI - trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Krusciov”.
Questi rapidi cenni, per quanto telegrafici, bastano a intuire che personaggi come Concetto Marchesi difficilmente passano inosservati. Può stupire dunque solo sino a un certo punto che ci siano persone come l’avvocato siciliano Matteo Steri che, a Cardano al Campo (in quel di Varese), ha fondato recentemente un “Archivio Concetto Marchesi” e dedica - senza nessun finanziamento pubblico - tempo, energie e risparmi alla pubblicazione di volumi (fuori commercio, in distribuzione gratuita) che raccolgono pagine dell’illustre conterraneo o anche studi su di lui e sul suo ambiente. Di particolare rilievo la grossa antologia di inediti Altri scritti (546 pagine pubblicate nel novembre del 2006 a cura dello stesso Steri) e la biografia completa di Francesco Lo Sardo (314 pagine pubblicate nel dicembre del 2006 a cura di Daniela Brignone) , dalle prime esperienze negli ambienti anarchici e socialisti messinesi sino al suo martirio nelle carceri fasciste.
Che la lotta politica interna al nostro Paese non implichi, oggi, scontri armati né spargimento di sangue è certamente un dato positivo. Ma dietro la relativa calmierizzazione delle tensioni cova, altrettanto certamente, il rischio di una omologazione generale delle idee e dei progetti sociali: il rischio dell’assuefazione alle ingiustizie strutturali da parte non solo delle minoranze privilegiate (il che è sin troppo comprensibile) ma anche di larghe fasce della popolazione (inoccupati, disoccupati, precari, lavoratori in nero, operai esposti al rischio di incidenti mortali, anziani con pensioni del tutto insufficienti alla sopravvivenza…) che, senza più speranza di soluzioni mediante la partecipazione politica, oscillano fra la rassegnazione qualunquistica e l’accattonaggio clientelare.

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