martedì 6 novembre 2007

LA NASCITA DEL PARTITO DEMOCRATICO


Repubblica – Palermo 6.11.07
Augusto Cavadi

MISSIONE DEL PD SICILIANO: FORMARE DI PIU’ I CITTADINI

Il Partito democratico è partito con un passo più allegro del previsto. Le riserve avanzate sulla sua natura e sulle modalità della sua genesi appartengono al passato: sarebbe mero disfattismo qualunquistico continuare a brandirle come una clava, ma imperdonabile superficialità non tenerne conto quali indicazioni prospettiche e costruttive.
In primo luogo va chiarita la necessità di un funzionamento effettivamente democratico del nuovo partito. Sappiamo come è andata a finire sino ad ora nelle vecchie organizzazioni: formalmente è la base ad eleggere i dirigenti locali e sono questi ad eleggere i dirigenti regionali e nazionali; sostanzialmente sono i dirigenti di rango superiore a nominare dall’alto i dirigenti locali distribuiti sul territorio a titolo di luogotenenti cooptati in virtù della loro provata fedeltà.

Per le primarie si sono portate varie e, credo, solo parzialmente convincenti ragioni per spiegare come mai più che di elezioni si dovesse trattare di una specie di referendum confermativo delle decisioni romane: ma, chiuso il periodo costitutivo, sarà il momento di praticare all’interno del PD quella democrazia partecipativa che - a parole - si auspica all’esterno? Se questa innovazione non dovesse realizzarsi, il PD si distinguerebbe dalla Casa delle libertà solo per un particolare: la minore coerenza rispetto a quelle formazioni di destra che si basano sul leaderismo e hanno, almeno, il pudore di non autodefinirsi eredi di tradizioni democratiche come il socialismo, il cattolicesimo popolare e il liberalismo progressista. A giudizio di un gruppo di partecipanti alla prima assise nazionale di Roma ancora non ci siamo. In una lettera aperta a Walter Veltroni contestano che la votazione finale si sia svolta “a sorpresa, su un documento letto in fretta, mai discusso in precedenza e senza alcuna possibilità di discuterlo”, 
”senza alcuna garanzia di democrazia (nessuna verifica dei votanti, dei favorevoli e dei contrari)”.
Contestano, inoltre, “una nomina delle commissioni per quote di liste contraddicendo le dichiarazioni che non ci sarebbero state correnti”; “la votazione per un vicesegretario non prevista in alcuna norma del Regolamento e presentata con una palese forzatura dello stesso regolamento”; 
”la decisione di far eleggere i Coordinatori provinciali (da nessuna parte si dice provvisori) dagli eletti nelle Assemblee Costituenti regionali e nazionali con uno straordinario percorso di autoleggittimazione dall’alto verso il basso”; “la decisione di costituire il partito democratico nei territori, secondo le modalità decise congiuntamente dal Segretario Nazionale e dai Segretari Regionali, con un metodo che definire verticistico è un eufemismo”. Tra pochissimi giorni avremo, in Sicilia come nel resto del Paese, la prima assemblea regionale: assisteremo a procedure altrettanto disinvolte, con forzature interpretative e adattamenti fantasiosi?
In secondo luogo va chiarita la necessità di un radicamento culturale della nuova aggregazione politica. Con entusiasmo un po’ infantile, si è ripetuto da più parti (soprattutto da chi ha creduto dogmaticamente ad alcuni sistemi ideologici del XIX - XX secolo) che il PD nasce come partito “post-ideologico”: ma questo significa che va oltre le ideologie del Novecento o che navigherà a vista, pragmatisticamente, senza idee orientative? Non si tratta ovviamente di ricostruire le vecchie “scuole di partito” che avevano il pregio di fornire criteri interpretativi ma con le modalità dell’indottrinamento catechistico: si tratta piuttosto di programmare, con convinzione e serietà, dei luoghi di alfabetizzazione politica in cui a tutti i cittadini (dunque non solo a iscritti e simpatizzanti del PD) venga offerta la possibilità di un’istruzione - semplice, chiara e per quanto possibile obiettiva - sui principali meccanismi istituzionali e sulle principali proposte alternative riguardanti la politica internazionale, i sistemi economici, la sanità, la scuola, i diritti civili. In questo campo Palermo, insieme a Milano, può vantarsi di aver avviato i primi spazi in cui si è provato ad offrire, in maniera pressoché gratuita, un’offerta di formazione civica a cittadini di varie età e di vari orientamenti personali: ai nuovi organismi direttivi del PD decidere se valorizzare questo patrimonio (accentuandone, dove il caso, laicità e pluralismo) o fare del post-modernismo l’alibi di una politica senza idee e senza valori.
In terzo luogo - abbastanza conseguentemente - va chiarita la necessità di una organicità programmatica. Che all’interno di una aggregazione partitica pluralistica ci sia un dibattito continuo, spregiudicato, autentico non può scandalizzare se non chi è abituato a ricevere “la linea” dalla dirigenza centrale o dal padrone del vapore. Ma questo dibattito, a trecentosessanta gradi, non può ignorare alcuni punti fermi. Non avere un’identità rigida, sclerotizzata, non significa essere privi di dna. E’ troppo facile bollare come “antipolitica” ogni richiesta, più o meno rumorosa, di moralità elementare e di legalità minima. Dalle nostre parti questo significherà non solo vigilare attentamente sulla pregiudiziale antimafiosa nel reclutamento interno e nella stipulazione delle alleanze esterne, ma anche lavorare affinché il PD nazionale assuma la lotta alla mafia con una determinazione di cui, sinora, non si è notato alcuna traccia di rilievo. Una cosa, infatti, è attendere il giudizio della magistratura prima di condannare questo o quell’esponente partitico (attendere il giudizio di primo grado, senza necessariamente differire il proprio al termine di una scalata quasi infinita…) e tutta un’altra cosa è denunziare con forza la responsabilità oggettiva di quei politici che nella mentalità, nel modo di esprimersi e soprattutto nel modo di agire, mostrano di saper convivere troppo bene con i mafiosi e con i loro complici. Deve essere chiaro che nessuna dote elettorale più o meno limpida può trasformare un politico di questa risma in un alleato tatticamente utile per spostare le maggioranze. O, per lo meno, chi non è d’accordo su questo criterio dovrebbe mostrare un minimo di decenza e spiegare pubblicamente perché, a suo parere, il PD in Sicilia potrebbe ospitare nel suo mini-pantheon - senza contraddirsi - anche il totem andreottiano .

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