mercoledì 2 aprile 2008

COSA NOSTRA E CHIESA


Repubblica - Palermo 2.4.08

MAFIA E FESTE RELIGIOSE: UN INTRECCIO DA DENUNCIARE

L’ostentazione della fede religiosa da parte dei mafiosi costituisce una questione dai risvolti davvero molteplici. L’ennesimo spunto è stato offerto dalla relazione con cui la Procura della Repubblica di Catania ha reso note le conclusioni di una lunga inchiesta riguardante gli anni 1999 - 2005, dalla quale è risultato che alcune cosche mafiose hanno esercitato un controllo strettissimo delle celebrazioni del festino di sant’Agata, condizionandone gli aspetti anche secondari: “tempistica dei festeggiamenti (soste della processione, tempi e luoghi dell’esplosione dei fuochi d’artificio, orari del rientro del fercolo in cattedrale)”; dislocazione delle bancarelle, in considerazione della conseguente disparità degli introiti economici; gestione dei flussi finanziari sia legali (compensi per i portatori delle ‘candelore’, per i fuochi d’artificio, per ceri e ceroni) sia illegali (come le scommesse). La regia ha avuto come quartier generale il Circolo di sant’Agata, presieduto da un signore che - nonostante il cognome rassicurante (Pietro Diolosà) - è imputato di associazione mafiosa insieme ad altri sette soci del Circolo, fra cui il tesserato n° 1 (Antonino Santapaola , nipote del più celebre boss Nitto) ed il tesserato n° 2 (Vincenzo Mangion).

A queste notizie (per la verità non proprio inaspettate: tra gli addetti ai lavori non ci si è dimenticati delle credenziali mafiose dell’autista incaricato di guidare l’automobile di Giovanni Paolo II nel corso della sua prima visita a Palermo), non risulta che la Curia arcivescovile di Catania o altre istituzioni cattoliche siciliane abbiano trovato qualcosa da commentare. Con due eccezioni (tanto più meritorie quanto più isolate e dunque esposte a possibili ritorsioni): la vivace comunità parrocchiale catanese “Santi Pietro e Paolo” di Catania e la Commissione “Giustizia e pace” della Provincia italiana dell’Ordine dei predicatori (più noti come padri domenicani). Entrambe le organizzazioni cattoliche hanno voluto prendere pubblicamente posizione sottoscrivendo e diffondendo una Lettera in cui, fra l’altro, si legge: “Come cristiani non possiamo restare indifferenti nel momento in cui veniamo a sapere che questo forte condizionamento violento e mafioso pesa su questa festa che per tutti noi ha un fortissimo significato di fedeltà a Cristo. Ma non c’è nessuna testimonianza di fedeltà a Gesù, non c’è nessun annunzio di festa, quando il contesto della stessa viene gestito, organizzato, asservito dalla volontà di altri che hanno ben altri scopi che di annunziare la pace evangelica”. Da qui l’invito, rivolto a tutti i cristiani, a “non rimuovere l’inchiesta giudiziaria in corso”; a “riflettere su come il condizionamento mafioso incida sulla nostra libertà di testimoniare Cristo”; a “non lasciar passare dentro le famiglie, le scuole, i quartieri, le parrocchie, il messaggio che la mafia è un male così naturale che conviene restare in silenzio”. “Chiediamo” - conclude il coraggioso documento - “a tutta la Chiesa di esprimersi non solo con parole ma anche con azioni di pace, non solo con azioni singole ma anche con azioni partecipate e collegiali”.
Se la vicenda riguardasse solo Catania, la questione sarebbe già abbastanza grave. Ma poiché - come ha voluto ricordare il padre domenicano Giovanni Calcara, docente all’Università “Maria Ausiliatrice” di Palermo, in un intervento sul periodico dei Dehoniani “Settimana” - non riguarda solo una città dell’isola, bensì “tutto il Meridione d’Italia”, la questione è gravissima. Questo “modo di concepire e di gestire le feste religiose” - nonostante riveli un “condizionamento immorale” - è “diffuso”: ne sanno qualcosa quei pochi preti che hanno tentato di troncare tali ambigui intrecci mafiosi nel proprio territorio. Farebbe dunque male il mondo cattolico meridionale (comunità parrocchiali, associazioni, movimenti) a non recepire e rilanciare la Lettera aperta indirizzatagli da Catania. In modo che l’appello, così amplificato, raggiunga le stanze ovattate delle autorità religiose e civili e provochi reazioni proporzionate alla gravità delle denunce.

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