venerdì 18 aprile 2008

SCUOLA E FORMAZIONE


“Centonove” 18 aprile 2008

Il mondo della scuola e la carta stampata

Con una tavola rotonda su scuola e stampa si è concluso a Messina, sabato 5 aprile, il convegno nazionale dei Licei di scienze sociali organizzato, in maniera puntuale e accurata, dal Liceo cittadini “Emilio Ainis”. Qui di seguito uno stralcio dell’intervento di Augusto Cavadi, docente e pubblicista.

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Poiché sono in gioco due poli dialettici - il mondo della scuola e il mondo della comunicazione pubblica - potrebbe essere comodo, per evitare alla discussione esiti dispersivi, distinguere le due opposte angolazioni: come si rapporta la stampa con la scuola? E come si rapporta la scuola con la stampa?

Dalla prima angolazione, sarebbe sterile - oltre che ingeneroso, - pretendere di generalizzare. Comunque, con le debite eccezioni, mi pare di registrare due tendenze abbastanza caratterizzate. I cronisti si occupano della scuola con l’occhio del…cronista: di chi cerca la notizia, l’evento extra-ordinario, l’episodio curioso o piccante. E siccome non sempre un fatto è abbastanza extra-ordinario, curioso o piccante, ci pensa la fantasia del cronista a dargli il tocco dell’esoticità. (Per la verità, la quotidianità ordinaria presenta degli aspetti paradossali, surreali, che superano di gran lunga ogni fantasia: ma qui la penna del giornalista, per quanto abile, non è sufficiente. Ci vogliono gli occhi - e le labbra - dello scrittore, del narratore, come Starnone o Lodoli).
Una tendenza diversa mi pare di registrarla nel caso degli opinionisti. Essi - che non di rado sono uomini e donne di scuola - non hanno bisogno di enfatizzare i dettagli morbosi: possono andare alle questioni di fondo che sono già gravi di per sé. Il rischio, se mai, nei casi in cui si riflette sulla politica scolastica del governo o sulle mode pedagogiche, è di lasciarsi influenzare oltre l’inevitabile dalle proprie posizioni ideologiche o addirittura partitiche: il pubblicista, allora, abdica al ruolo che ritengo prioritario del maieuta che sollecita la riflessione critica del lettore per sbilanciarsi sul versante cattedratico, dottrinario, dell’opinion leader. Per carità: forse ci vogliono pure questi maestri del pensiero, ma se non si ha la stoffa intellettuale ed etica adatta si cade nel ridicolo della retorica da comizio scritto.

Ma non ci sono solo cronisti e opinionisti che si occupano della scuola: ci sono anche insegnanti e dirigenti scolastici che vorrebbero trovare ospitalità nei mezzi di comunicazione pubblica.
Una domanda preliminare s’impone: perché, sempre di più, gli istituti scolastici cercano audience? Lo dico subito e con tutta la sincerità necessaria: spesso la motivazione è banale, se non addirittura disdicevole. E’ il desiderio di farsi pubblicità a costo zero. E’ la volontà di ritagliarsi uno spazio nel mercato delle offerte formative private e statali. Qui vorrei essere chiaro. A me l’idea di una competizione fra le diverse strutture scolastiche non dispiace: ci sono scuole che meriterebbero di essere ampliate e rafforzate con finanziamenti pubblici e privati così come scuole che andrebbero lasciate marcire sino all’estinzione. Ciò che mi dispiace è che la competizione non venga giocata sul piano delle cose ma, soprattutto e certe volte esclusivamente, sul piano dell’immagine. Così ho conosciuto scuole (private e statali) in cui dal dirigente all’insegnante, dal genitore all’alunno, nessuno era interessato alla qualità della formazione culturale ordinaria, ma tutti - invece - si eccitavano all’idea di trovare méte originali per le gite scolastiche o amicizie per finire in tv: scuole in cui la promozione o la non-promozione dei ragazzi dipendevano dal calcolo demagogico del giudizio della gente, non da valutazioni oggettive sulla preparazione effettivamente raggiunta.
Tuttavia la propaganda mistificatoria non è certo l’unico motivo che spinge le scuole a cercare una visibilità attraverso stampa e altri mezzi. C’è, più o meno consapevolmente, la convinzione che la scuola (statale o privata) è sempre una scuola pubblica: ha cioè un legame con il territorio, un debito verso la società. Deve svolgere un servizio alla cittadinanza: non solo mettendo a disposizione della comunità locale (e delle sue articolazioni sociali) locali, attrezzature, personale tecnico, ma - prima e più radicalmente - giocando il ruolo di coscienza critica. E’ allora comprensibile, legittimo ed auspicabile che la scuola voglia parlare alla città: voglia raccontare che cosa va elaborando, per denunziare ciò che non funziona e soprattutto per proporre percorsi innovativi. Purtroppo non sempre alla bontà delle intenzioni corrisponde la competenza comunicativa: un articolo giornalistico non è una relazione didattica né, tanto meno, il capitolo di un manuale. E’ impressionante constatare come insegnanti che da anni propongono, fra le tipologie possibili per la prova scritta d’italiano, l’articolo di giornale (con annesso invito a specificare se si tratta di un quotidiano, di un settimanale o di un mensile), quando tocca a loro scriverlo producono cose imbarazzanti: anche se si tratta solo di una letterina al direttore…(Non oso immaginare come abbiano corretto e valutato il compito redatto da un alunno! Una volta una collega mi porse trionfante l’elaborato stranamente brillante di un’alunna perché lo ammirassi. Risposi che avevo solo un dubbio: se fosse copiato dall’ “Espresso” o da “Panorama”. L’alunna, con disarmante sincerità, confessò - pensando di aver compiuto un’operazione di creatività meritoria: “La prima metà dall’Espresso, la seconda parfte da Panorama”).

Per chiudere, una notazione autobiografica. Quando ho avuto l’occasione, mi è sempre piaciuto pubblicare le mie opinioni su fogli stampati (o, da qualche anno, su siti web). Per alcuni versi, essendo sia un docente che un pubblicista, la mia condizione è ideale: da docente posso parlare della scuola senza le smanie scandalistiche di certe cronisti, da pubblicista posso parlare alla città delle questioni scolastiche con una certa vivacità espressiva. Però. Proprio perché ritengo che noi insegnanti dovremmo incarnare lo spirito critico della società, sono convinto che occorra iniziare ad essere critici con sé stessi e con la propria categoria professionale. Ma qui scatta l’ipersensibilità dei colleghi docenti che sono pacificamente, intimamente, convinti che i panni sporchi si debbano lavare in famiglia. Invece di controbattere con altre argomentazioni razionali, che ovviamente le tesate con cui collaboro sarebbero liete di ospitare preferiscono gridare al tradimento della corporazione e - secondo i casi - darsi all’invettiva o alla lamentazione. Allora il privilegio di essere anfibi si capovolge in iattura: non ti dicono più che sei bravo perché sei e docente e pubblicista, ma che non ci si poteva attendere di meglio da uno mezzo docente e mezzo pubblicista.

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