martedì 13 maggio 2008

LA SOCIETA’ SICILIANA TRA CONSERVAZIONE E TRASFORMAZIONE


Repubblica - Palermo 13.5.08

PSICOLOGIA DELLA CONVIVENZA PER CAPIRE I SUCCESSI POLITICI

Molti di noi hanno vissuto un segmento della storia occidentale (dal ‘68 al ‘77) di forte ideologizzazione della cultura: un trattato di astrofisica o una poesia venivano valutati, prevalentemente, per le incidenze politiche (reazionarie o progressiste) rilevabili. Per contrasto, comprensibile ma non condivisibile, gli ultimi tre decenni sembrano caratterizzarsi per la tendenza opposta ad ignorare la dimensione politica della produzione intellettuale. Un recente volume a cura degli psicologi Di Maria, Di Stefano e Falgares (Psiche e società: la polis siciliana tra conservazione e trasformazione, Franco Angeli, Milano 2007) costituisce un tentativo di riequilibrare la direzione di marcia: quasi nella convinzione che, se non è vero che tutto è politica, è vero che tutto ha anche una valenza politica. Tutto: dunque anche la psicologia. Castoriadis, genio poliedrico, l’ha saputo dire bene: “Non vi è politica della scienza e nemmeno scienza della politica, salvo, nei due casi, come mistificazione o pseudotecnica manipolatrice. Vi è soltanto, vi deve essere, politica pensata e pensiero politico, ed è questo che i tempi domandano”.

Idee come questa - ricordata a un certo punto del volume dai curatori - implicherebbero, se inculturate nel contesto siciliano, un totale ribaltamento di prospettive: dalla politica spensierata (perfettamente compatibile con il pensiero impolitico ossia con la tendenza degli intellettuali a farsi i fatti propri, paghi dello specialismo accademico e degli eventuali apprezzamenti dei colleghi altrettanto isolati) ad una politica che cerchi consensi sollecitando consapevolezza e senso critico, non soltanto emozioni ed interessi privati. In particolare ciò significherebbe che “la psicologia possa e debba, sulla base di una lettura attenta delle dinamiche sociali, trovare uno spazio all’interno della politica (non certamente sostituirsi ad essa) ,sia nei suoi contributi conoscitivo-esplorativi, nella misura in cui il buon funzionamento della democrazia non può prescindere da come le persone pensano e agiscono, sia nelle sue funzioni operative, attraverso dispositivi di apprendimento della competenza socio-affettiva alla relazionalità“.
In questa direzione, la psicologia - che nell’immaginario collettivo è spesso una disciplina limitata alla terapia individuale di disagi clinici - mostra un volto molto diverso: diventa analisi e promozione dei gruppi sociali; diventa “psicologia della convivenza”. Non si tratta, ovviamente, di rinunziare all’autonomia scientifica in nome di interessi di parte, per quanto nobili: non dunque di piegarsi ad “una psicologia serva”, bensì di elaborare “una psicologia che serva”. Nel nostro contesto regionale questo programma disciplinare significa cercare di capire perché “in Sicilia, tranne un breve periodo storico, i risultati delle consultazioni elettorali di questi ultimi cinquanta anni abbiano visto sempre la maggioranza della popolazione manifestare il proprio consenso ai partiti conservatori, segno tragico di un bisogno di ‘assoggettamento collusivo’ ai poteri forti (a partire da quelli mafiosi), segno tragico di come nei siciliani sembra essere assente ancora oggi uno spazio mentale capace di pensare il cambiamento”.
Come si può inferire da questi rapidi accenni, il libro tocca questioni che si evocano a catena, per le quali un solo angolo d’osservazione è troppo ristretto. Auspicabile, dunque, che, in futuro, simili indagini possano essere promosse in sinergia con sociologi e storici, antropologi e filosofi: se è vero, come è vero, che nessun approccio disciplinare è stato mai in grado di affrontare da solo la complessità dell’antroposfera. Neppure - con tutti suoi meriti - la psicologia.

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