giovedì 1 maggio 2008

LE ULTIME ELEZIONI


“Repubblica - Palermo”
1 maggio 2008

L’identità ambigua dei progressisti

Sul perché il fronte nominalmente progressista abbia perduto le elezioni si è detto molto (e sarà bene approfondire l’analisi). Ma, intanto, perché non avviare una riflessione prospettica su come evitare di perdere anche le prossime?
Innanzitutto una premessa: le votazioni sono un epifenomeno, un gesto sintomatico. Scegliere una lista (e, quando possibile, un candidato) è un atto che sintetizza ed esprime un modo di vivere: un modo di vivere maturo quando è una scelta ponderata, un modo di vivere superficiale quando si tratta di una opzione emotiva. La qualità del proprio voto misura, in ogni caso, il grado di consapevolezza del proprio modo di essere nel mondo.
Se la premessa è - almeno in larga misura - condivisibile, ci si potrebbe chiedere che livello di consapevolezza media si possa ragionevolmente presupporre nell’elettorato italiano e, in particolare, siciliano. Non mi risultano, sull’argomento, studi sociologici aggiornati, ma un’attenta osservazione condotta da anni in più ambiti della società può suggerire qualche ipotesi analitica.

Innanzitutto c’è il sottogruppo consistente degli astensionisti (oscillante fra il 20% ed il 30% degli aventi diritto): tra questi solo una percentuale trascurabile decide di non decidere in maniera lucida, meditata. Molto più della metà, invece, si astiene per pulsioni viscerali, senza un ragionamento complessivo, strategico. Chi - e come - si rivolge a questi milioni di concittadini per invitarli a rivedere criticamente la propria propensione a non prendere posizione e a restare - più o meno ’schifati’ - fuori dall’agone? A questi non-elettori occorrerebbe poter mostrare almeno alcuni esempi di politici puliti e laboriosi che si impegnano con serietà, senza sfruttare per sé e per la propria tribù i privilegi del potere. Sappiamo che questi volti puliti ci sono - in tutti i partiti e soprattutto nei partiti progressisti - ma proprio per la loro serietà restano in seconda fila, considerati dagli stessi compagni di partito degli ingenui destinati a restare ‘mediani’ sino al pensionamento. Eppure costituiscono una risorsa tanto preziosa quanto nascosta: valorizzarli, esporli, sarebbe strategicamente - oltre che moralmente - opportuno.
Ma che ne è del 70% - 80% dei votanti? Una metà vota - a destra come a sinistra - sapendo per chi e perché. Sono i fedelissimi che difficilmente cambiano bandiera. Votano in coerenza con i propri principi e soprattutto con i propri interessi. E’ l’altra metà che vota, quasi sempre a favore del moderatismo e del già-visto, per motivi umorali: per conformismo, per tradizionalismo, per fiducia in promesse elettorali riguardanti piccoli benefici immediati, per paura di schieramenti che vengono ad arte dipinti come diabolici e così via. Ed è questa metà dei votanti - tra il 35% ed il 40% dell’elettorato - che decide, alla fine, l’esito delle votazioni. Per catturarne il consenso ci sono essenzialmente due strade.
La prima è la strategia del paternalismo: partiti e singoli esponenti di partito si offrono come protettori, come benefattori, come accompagnatori nella giungla della burocrazia e del mercato. E’ la strategia dell’uovo oggi al posto di una gallina - denigrata come utopica - domani. E’ la politica ad personam basata sulla risposta alle domande private in cambio del silenzio sulle richieste generali, sulle esigenze del bene comune. Questa strategia, in cui in ogni parte del mondo i conservatori sono maestri (dunque anche i partiti di sinistra là dove detengono da tempo il potere e dove sono perciò impegnati a ‘conservarlo’), parla il linguaggio dell’immediatezza e non presuppone nell’elettore un’elevata maturità etico-politica: anzi, funziona meglio con un basso tasso di senso civico. Differente la strategia della progettualità condivisa: partiti e singoli esponenti di partito si astengono dal curare gli interessi individuali dei propri elettori per concentrarsi sulle priorità pubbliche, collettive. E’ la strategia della gallina domani anche a costo di rinunziare all’uovo (o a mezzo uovo, o alla sola illusione del mezzo uovo) oggi. E’ la politica ad omnes in cui si stabiliscono delle regole “a occhi bendati”, senza sapere prima se il loro rispetto favorirà sé stessi e i propri elettori o non piuttosto altri più meritevoli. E’ una strategia che combatte il clientelismo immediato per favorire un’equità sociale; che combatte l’abusivismo sulle coste per favorire la qualità della vita di tutti e il turismo; che combatte le camarille mafiose per dare ai cittadini la pari dignità. E’ una politica della lungimiranza che può essere capita e condivisa solo se la gente trova dei luoghi per informarsi correttamente, per riflettere, per confrontarsi democraticamente.
Il fronte sedicente progressista non può illudersi di continuare ad andare avanti intrecciando, a seconda dei momenti e dei contesti, la politica paternalistica e la politica progettuale: deve operare una scelta. Non può candidare sotto lo stesso simbolo il ras che controlla appalti ed assunzioni pubbliche e private nella sua provincia e la donna che spende la maggior parte del tempo a organizzare formazione politica per altre donne; non può candidare la figlia del sultano che avanza diritti d’eredità e il giovane animatore sociale che apre centri di aggregazione volontaria per i bambini dei quartieri disagiati. Con questa incertezza strategica continuerà ad illudersi di pescare da bacini opposti: in realtà sarà abbandonato sia dagli elettori maturi , in quanto critici verso i suoi metodi ‘vecchi’, sia dagli elettori socialmente deboli che trovano nella prassi di altri schieramenti politici un apparato assistenzialistico molto più organizzato.

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