mercoledì 25 giugno 2008

La ’sicurezza’ è minacciata dai nomadi o dai mafiosi?


“Repubblica - Palermo”
25.6.08

IL RICHIAMO DEI PROTESTANTI SULLA LOTTA ALLA MAFIA

“Assistiamo al ritorno della ricerca del capro espiatorio (una volta i rumeni, prima gli albanesi, sempre i clandestini, oggi i Rom, anche le persone omosessuali, e le prostitute di strada, che sappiamo benissimo essere in gran parte schiavizzate) su cui scaricare la responsabilità delle paure, delle insicurezze diffuse, della estrema precarietà rispetto al proprio lavoro ed al proprio futuro. Si tratta di un orribile regresso ad un livello primitivo del vivere sociale, che nega quanto faticosamente conquistato dopo la tragedia della seconda guerra mondiale”. Così si legge nelle righe iniziali di un messaggio che i rappresentanti delle chiese cristiane valdesi e metodiste del Meridione italiano (presenti, come è noto, anche a Palermo e nell’intero territorio isolano) hanno reso pubblico alla fine della loro “Conferenza” annuale, svoltasi, in questi giorni, a Monteforte Irpino. E’ un appello che queste comunità cristiane rivolgono non solo ai protestanti che vivono nel Sud del Paese, ma anche ai cristiani di confessione cattolica e, più ampiamente, a tutti i concittadini di qualsiasi orientamento ideale.

Esse infatti manifestano, essenzialmente, una preoccupazione di ordine squisitamente civile: “Lo Stato, le formazioni politiche, le agenzie culturali non sempre sostengono con trasparenza e decisione i principi della convivenza, della solidarietà, della accoglienza espressi dal nostro ‘patto’ fondativo, la Costituzione repubblicana”. Anzi, peggio: “lo Stato non interviene quando gruppi di violenti distruggono e incendiano case, baracche, costringono famiglie, donne, bambini a fuggire nel terrore di essere linciati per colpe commesse da altri”. Non un missionario cattolico né un rivoluzionario marxista, ma un compunto osservatore liberale, Tocqueville, lo aveva già notato quasi duecento anni fa:“Quando una nazione chiede al suo governo soprattutto il mantenimento dell’ordine è già schiava nel suo animo” .
In nome della sicurezza si concentra l’attenzione sulla microcriminalità quotidiana, strumentalizzandola per demonizzare intere etnie, dimenticando “la malattia sociale del Meridione”: quei gruppi criminali mafiosi che “pretendono di controllare tutti gli affari e il modo di vivere sul territorio, imponendo, al di fuori e contro le leggi dello Stato, un proprio modello sociale fondato sulla sopraffazione e l’esercizio della violenza anche nelle forme più cruente come le stragi”.
In questo contesto, ognuno è chiamato a scelte nette, inequivoche. Chi è credente nel vangelo di Cristo, deve decidere “da che parte stare: se dalla parte di chi agita la paura dell’altro ed alimenta gli egoismi e le chiusure individualistiche, familistiche, corporative, identitarie; o dalla parte del Signore della vita, che ci ha affrancati affinché fossimo liberi e ci ha insegnato a scorgere nell’altro/nell’altra una sua creatura, fatta a sua immagine e somiglianza e raggiunta dallo stesso amore che ha trasformato le nostre esistenze”. Ma anche le coscienze laiche, che non si riconoscono in nessuna fede e in nessuna chiesa, devono fare le proprie opzioni, anche e soprattutto in una fase in cui le voci dei partiti, dei sindacati e dei movimenti di orientamento progressista sembrano ridotti ad un doloroso silenzio. Spetta anche ad esse, infatti, con parole e gesti concreti, personali e collettivi, esprimere consenso o dissenso rispetto a chi, a livello locale, “esercita il controllo mafioso del territorio, di ogni attività produttiva, dell’esistenza stessa di milioni di esseri umani”; e, a livello nazionale, rispetto a chi “occupa le istituzioni democratiche per asservirle alla tutela di interessi privati”.
Può sembrare sintomo di inguaribile infantilismo sperare, in questo momento di oscuramento degli orizzonti, in un futuro dove alcuni principi elementari di etica sociale possano prevalere sul calcolo dei vantaggi immediati. Ma, una volta tanto, ha ragione la saggezza popolare: non può fare più buio di mezzanotte. La miopia interessata, se oltrepassa certi limiti, diventa autolesionistica. Un organismo sociale in cui tutti arraffano quel che gli capita sotto mano si condanna all’implosione. In greco ‘proprio’ si dice idion: chi insegue il proprio ‘particulare’, con i paraocchi, è dunque - tecnicamente - un idiota. E la cronaca palermitana - anche se ci limitiamo a queste ultime settimane - pullula di casi di idiozia quasi sistemica: come altrimenti definire i reati di cui sono imputati grappoli di impiegati dell’Agenzia delle imposte di Palermo (che sottraevano denaro all’erario pubblico per favorire se stessi ed altri), grappoli di dipendenti del Jolly Hotel (fotografati con le vettovaglie sottratte abitualmente alle cantine), grappoli di spacciatori dell’Acquasanta (attivi nel rione e in mezza città) ? Ma la logica impone che i parassiti possono prosperare solo sino a quando non divorano del tutto il tessuto sano: quando lo dilacerano gravemente, si autocondannano all’estinzione. Prima o poi, si dovrà capire che senza il rispetto di regole ‘oggettive’ si compromette - prima ancora di un domani migliore per chi oggi è in condizioni di sofferenza - il mantenimento di una situazione di benessere per chi attualmente ne gode. Quando l’economia del privilegio e delle clientele avrà mostrato la corda, apparirà evidente ciò che agli occhi di molti resta nascosto: gli utopisti sono i realisti che hanno ragione troppo presto.

Augusto Cavadi

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