martedì 3 giugno 2008

Parla Nino Miceli, perla preziosa nella melma siciliana


“Repubblica - Palermo”
3.6.08

“Io, ribelle al racket, solo contro tutti”
Dopo anni di fatiche e di rischi, riesci ad avviare una tua azienda. Vendi automobili, anzi sei concessionario della “Lancia Autobianchi” per tutta una zona in espansione economica - pur nel degrado urbanistico e sociale - che, avendo Gela come epicentro, comprende comuni di tre provincie limitrofe (Caltanissetta, Agrigento, Ragusa). All’improvviso cominciano delle visite indesiderate: gente vestita bene, con modi controllatissimi se non proprio educati, ti chiede un forte sconto, anzi qualche vettura gratis, anzi una grossa donazione, anzi una percentuale mensile sugli utili. Che fai? Le statistiche parlano chiaro: negli anni Novanta, così come oggi, la quasi totalità degli imprenditori si piega. Cerca, se può, qualche intermediazione ‘autorevole’ ma, nella sostanza, si piega. Ma la popolazione siciliana non è - secondo i cliché - un’etnia fiera, indomita, con un senso persino eccessivo dell’onore? Sì, forse. Per certi versi. In certi casi. Ordinariamente invece preferisce reagire sulla base di una saggezza veicolata da proverbi arcaici (”Abbassati giunco e sappi attendere fiducioso: non c’è piena di fiume che non passi”), inchiodato alla propria solitudine individualistica: con vera o presunta furbizia, tace e paga.

Ogni regola ha le sue eccezioni. Rispetto allo slogan con cui i giovani palermitani di “Addiopizzo” si sono autopromossi in città (”Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità“), Nino Miceli ha costituito l’eccezione. Inizialmente resiste: gli incendiano i locali (”l’odore di un ufficio bruciato, se ti penetra dentro, non ti lascia più neppure dopo anni”) , poi gli lanciano una molotov contro una serranda, poi di nuovo un secondo incendio. Fa finta di cedere al ricatto, per un anno registra segretamente ogni colloquio, si rivolge ai carabinieri: sino a quando i suoi (mancati) padroni non sono stati catturati, processati, condannati. 49 estortori in gabbia per un totale di 460 anni di carcere duro.
Ogni scelta, anche vittoriosa, ha il suo prezzo. Nino deve vivere con la famiglia in caserme blindate, poi lasciare per sempre l’isola, mutare professione e sin anche identità anagrafica. “Può sembrare paradossale” - racconta col buonumore caratteriale venato solo da una punta d’ironia - “ma, chiusa la battaglia insieme allo Stato contro la mafia, mi aspettava una battaglia meno cruenta ma molto più duratura contro lo Stato. Contro pezzi di Stato che invece di premiare la tua scelta, la penalizzano. Contro funzionari incompetenti, ma anche contro rappresentanti delle istituzioni ammirevoli ed ammirati, politicamente progressisti, che in certi passaggi decisivi, obbediscono a logiche indecifrabili, quasi condizionati da meccanismi perversi “. Proviamo a farci spiegare con qualche esempio il suo calvario burocratico - istituzionale.
Primo esempio sul versante finanziario. Ha dovuto chiudere una concessionaria automobilistica: ma come quantificare il danno? Certificati, documenti contabili, attestati di imposte versate, perizie ufficiali e perizie di parte,… “So che è incredibile, ma quando i due periti arrivarono indipendentemente alle stesse conclusioni, la Prefetura di Caltanissetta mi obiettò che il totale di quei calcoli andava abbattuto del 40%: non avevano tenuto conto del fatto che la forte presenza mafiosa rendeva commercialmente poco appetibile un’attività del genere. Insomma: avevo creato un’impresa che valeva 100 ma, siccome lo avevo fatto in territorio mafioso, in realtà valeva 60! Particolare non del tutto trascurabile: non stavo vendendo di mia iniziativa un’attività commerciale ad un altro privato, stavo chiedendo allo Stato il risarcimento per i danni subiti…”. Tano Grasso contesta il ragionamento della Prefettura, capisce che se si applica su Gela si dovrà applicare per gli imprenditori eventualmente ribelli al racket in ogni altro angolo del Meridione, ma il Comitato deliberante decreta una restituzione addirittura inferiore alla cifra riconosciuta precedentemente. Nino è testardo. Non ha ceduto ai mafiosi, non vuole cedere a chi lo dovrebbe compensare dei danni patiti dai mafiosi: ricorre al Consiglio di Stato e, finalmente, ottiene giustizia.
Secondo esempio sul versante psicologico. Nella località segreta in cui si è trasferito con la famiglia, uno dei suoi ragazzi compie un’ingenuità e rende noto in un certo elenco il suo vero cognome. Nino corre dal maresciallo dei carabinieri per chiedere di intervenire tempestivamente e, con discrezione, far cancellare quel cognome imprudentemente sfuggito. Ma è ora di cena, il maresciallo si infastidisce e sbotta: “Oggi ho già avuto a che fare con trenta delinquenti: abbia pazienza, lei è il trentunesimo”. Quando la Commissione parlamentare antimafia lo convoca, Miceli insiste sulla necessità di dare al più presto anche ai figli una nuova identità anagrafica perché, a metà del guado, non sono più chi erano e non sono ancora nient’altro. Vivono come zombi senza possibilità di accedere ad un concorso pubblico o di stipulare un contratto. Ma tra i parlamentari c’è distrazione; non capiscono la gravità delle richieste; qualcuno esprime persino insofferenza e, dai termini che usa, rivela di confondere il testimone di giustizia che ha davanti con un collaboratore di giustizia; il cittadino che sceglie le ragioni della legalità con il mafioso ‘pentito’ che usa lo Stato come estrema difesa dai suoi ex-complici; la vittima con il carnefice.
A un certo punto, Nino usa la scrittura come autoterapia: ne esce fuori Io, il fu Nino Miceli. Storia di una ribellione al pizzo, delle Edizioni Biografiche di Milano, un libro intenso e vivace come il carattere dell’autore. Alla prima presentazione a Roma, il sottosegretario Minniti propone che il Commisario antiracket ne acquisti alcune decine di migliaia di copie da distribuire, come strategia pedagogica, a commercianti e studenti di tutto il Paese. Il Commissario acconsente e chiede all’editore il relativo preventivo. Ma, passata l’euforia del momento, della proposta non se ne fa nulla. Così Nino accetta di girare l’Italia a discutere il libro nelle scuole e nelle facoltà universitarie. Il 22 maggio è stato anche a Palermo per ricevere dall’associazione di volontariato culturale “Giovanni Falcone” l’VIII Targa destinata a oppositori silenziosi al sistema mafioso. E’ un’occasione - un po’ rischiosa ma preziosa - di spezzare la cappa della solitudine a cui lo hanno condannato la sua condizione ed una recente separazione dalla moglie (che con venti anni di tensioni psicologiche qualcosa da fare ce l’ha). Eppure Nino oggi ha un desiderio profondo: vorrebbe un po’ di normalità. Va bene tentare nuove amicizie raccontando di essere nato e vissuto dove non è né nato né vissuto, ma ha pure bisogno - almeno ogni tanto - di passare una sera a sorseggiare qualche bicchiere di vino siciliano chiacchierando con amici fidati a cui può raccontare verità. Pure e semplici verità.

Augusto Cavadi

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