martedì 1 luglio 2008

COS’E’ LA FELICITA’?


“La luce del faro”
Luglio 2008

Si può essere felici in una società malata?

Nel numero precedente ho avuto modo di presentare, sia pur per sommi capi, la nuova professione del consulente filosofico. Oggi vorrei provare ad esaminare una delle domande più ricorrenti che il filosofo si sente porre da chi bussa alla porta del suo studio per una conversazione: si può essere felici?
Poiché la parola ‘felicità’ è una delle più abusate, inflazionate ed equivoche, bisogna innanzitutto chiarire di volta di volta cosa significhi per noi.

Felicità, infatti, può essere intesa almeno in due accezioni principali: la beatitudine definitiva di chi ha raggiunto la méta e il benessere provvisorio di chi è ancora in cammino. A rigor di logica, è difficile dare torto a sant’Agostino quando diceva (mille e settecento anni fa) che se la felicità non è totale e definitiva non può essere vera felicità: infatti chi può essere davvero felice se gli manca qualcosa o se ha continuo timore di perdere quello che ha? Se mi manca qualcosa, penserò continuamente non alle 99 cose che ho, ma a quell’unica che non ho. E se ho anche 100 cose, ma non ho la garanzia assoluta di possederle per sempre, sarò continuamente in ansia per l’eventualità che mi se ne tolgano 1, 10 o tutte e 100.
Poiché però della Felicità in questo primo senso (pieno e indefettibile) non abbiamo esperienza in questa vita (almeno, personalmente non ne ho), credo sia più saggio ripiegare sulla felicità con la “f” minuscola, la felicità “in progress”, intesa – modestamente – come condizione di benessere dell’homo viator. E’ la felicità cui allude Eugenio Montale in Ossi di seppia: “Felicità raggiunta, si cammina/per te su fil di lama./ Agli occhi sei barlume che vacilla,/ al piede, teso ghiaccio che s’incrina;/ e dunque non ti tocchi chi più t’ama” (Felicità raggiunta). Per quanto rara, questa felicità fragile è sperimentabile in questo mondo: e solo di essa possiamo parlare con cognizione.
Come mettersi in cammino verso di essa? Partirei , come trampolino di lancio, da un invito di Pindaro, ripreso da Nietzsche: “Diventa ciò che sei!”. Come lo capisco io, questo invito equivale a : “Diventa in atto, quanto più pienamente possibile, ciò che sei in potenza. Evita di restare un abbozzo incompiuto. Non voler diventare più di quello che puoi (dimenticare il limite umano, mortale è tracotanza); ma neppure meno. Più in concreto: “Coltiva quelle tue risorse virtuali che, opportunamente sviluppate, ti consentiranno quella costellazione di esperienze intrinsecamente significative che insieme, come tesserine di un unico mosaico, possono fare la tua felicità“.
Quali sono queste risorse segrete che, opportunamente messe a frutto, possono provocare nel nostro animo quello stato sorprendente, e in qualche modo spiazzante, che chiamiamo felicità? Ognuno conosce le proprie.
Come orientamento comune, in generale, possiamo concordare sul fatto che si è felici nella misura in cui non si reprimono le proprie potenzialità di conoscenza (”tutti gli uomini, secondo Aristotele, per natura desideriamo sapere più che possibile”); non si frustra il nostro bisogno di essere amati e di amare (secondo Bertrand Russell, “essere oggetto d’amore è una causa potente di felicità, ma l’uomo che chiede l’amore non è colui al quale viene concesso”); non si mortifica il diritto di scegliere “come mestiere la propria passione” (M. Merleau-Ponty), se è vero - come scrisse una volta Primo Levi - che “l’amore per il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra”. Ma felicità è anche dare corso alle proprie esigenze di libertà e di giustizia: come vivere felici se non abbiamo il diritto di cercare strade nuove, anche a costo di sbagliare e pagare i nostri errori? E come vivere felici in un assetto sociale dove chi ha, ha sempre di più, e chi non ha - o ha di meno - si impoverisce di giorno in giorno?
Ma il paradosso che viviamo è proprio questo: da una parte vorremmo sperimentare una certa felicità in terra, dall’altra non vogliamo affrontare i rischi di chi cerca verità, amore, lavoro, libertà e giustizia. Preferiamo stare in panchina a maledire il destino o il governo, Dio o i genitori. Insomma: preferiamo costruirci una infelicità a misura nostra.

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