sabato 19 luglio 2008

DISAGIO SOCIALE, FESTEGGIAMENTI, RELIGIONE E POLITICA


“Repubblica - Palermo”
19.7.08

LA RELIGIONE DI UN SINDACO

Il fatto è noto (il sindaco Cammarata non partecipa alla processione della patrona della città e non grida “Viva Palermo e santa Rosalia”), anche per gli echi polemici e i commenti - di segno opposto - suscitati. Se può servire una riflessione un po’ più distaccata dall’emotività del momento, proporrei di distinguere due aspetti che mi pare siano stati indebitamente intrecciati.

Il primo aspetto è l’assenza del primo cittadino considerata in sé stessa. Se devo essere franco, mi pare un passo avanti verso la civiltà. Segna infatti la discontinuità con una tradizione di commistione fra politica e religione, fra Stato e chiesa, fra istituzioni pubbliche e devozioni private di cui c’è bisogno sempre più impellentemente. Infatti un’amministrazione più laica significa un’amministrazione più ‘amichevole’ nei confronti di tutti i cittadini: anche dei cittadini a-religiosi o di religioni diverse dal cristianesimo (pensiamo alla presenza di palermitani islamici e induisti) o di chiese cristiane diverse dal cattolicesimo (pensiamo alle decine di migliaia di cristiani protestanti di vari indirizzi). E, ne sono sicuro, più simpatica anche ai cattolici adulti, consapevoli, che non vogliono identificare la loro professione religiosa con nessun campanile (memori anche di quanto i mafiosi siano affezionati al “cattolicesimo municipale” come supporto ideologico di una criminalità politica senza idee e senza sentimenti).
Un secondo aspetto della questione, da distinguere bene dal precedente, tocca i motivi della scelta di Cammarata. Legata, pare, alla volontà di non esporre il fianco alle dimostrazioni rumorose dei senza-tetto palermitani. In linea di principio, non si dovrebbero che deplorare delle manifestazioni di protesta in grado di minare incontri collettivi solenni e più o meno intensamente partecipati dai concittadini. Ma va subito aggiunto che, sempre in linea di principio, chi vive un disagio clamoroso - come la mancanza di un alloggio - dovrebbe avere, in democrazia, diversi canali per far sentire la propria voce e ottenere giustizia. Di fatto avviene così? O non si preferisce prendere spunto da alcuni casi (che ci sono) di senza-casa che in vario modo tentano di speculare sul proprio disagio per criminalizzare intere famiglie, con genitori disoccupati senza loro colpa e bambini esposti ai quattro venti? Le proteste nel giorno del festino sono un’anomalia: ma un’anomalia che risponde ad un’altra anomalia. Entrambe - le urla di chi non riesce a farsi ascoltare altrimenti e la sordità di chi non ascolta se non quando si urla in occasioni cruciali - sono il sintomo di una città malata: di una città dove chi ha, cerca (già col voto) di ampliare i propri privilegi; e chi non ha, o ha poco, trova difficile lavorare per i propri diritti (talora votando per i partiti sbagliati, talora votando per quelli giusti che però contano sempre meno in fase deliberativa, talaltra ancora astenendosi colpevolmente dal votare) viene emarginato e ghettizzato implacabilmente.
Palermo sarà una città civile quando il sindaco non sarà aspettato perché salga su una scala a gridare verso un simulacro, ma sino al giorno prima del festino - e dal giorno immediatamente ad esso successivo - sarà nel suo ufficio a ricevere i cittadini in più gravi condizioni, a consigliarsi con i propri collaboratori e a controllare che le risposte politiche concordate con la sua giunta si traducano, in tempi certi, in fatti concreti ed evidenti. Sarà il modo migliore per onorare l’incarico - indubbiamente impegnativo - ricevuto dalla maggioranza degli elettori e, se si trattasse per caso di un cristiano credente e praticante, il modo migliore per testimoniare la sua fede nel messaggio evangelico.

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