venerdì 26 settembre 2008

LA TRATTORIA DEL COMPROMESSO STORICO


Centonove 26.9.08

DOVE PRETI E COMUNISTI MANGIANO INSIEME

Verso la fine degli anni Ottanta mi capitò di fissare un incontro con un giornalista svedese, all’ora di cena, presso una trattoria che un gruppo di ragazzi gestiva nel cuore della Palermo antica. L’ospite arrivò con un po’ di ritardo, mi spiegò di aver trovato difficoltà ad orientarsi nel dedalo di viuzze e vicoletti, ma che un anziano del quartiere gli aveva dato alla fine le indicazioni esatte: “Ah, è proprio quasi davanti la chiesa di San Francesco Saverio, dove preti e comunisti mangiano insieme…!”. L’indicazione, ingenuamente spontanea, ci fece sorridere. Ma anche riflettere.

In realtà, quando esattamente venti anni fa la trattoria “Al vicolo” veniva aperta da una cooperativa di giovani del quartiere Albergheria, rappresentava la cifra di una stagione palermitana: una fase di grandi ferite collettive, di immensi dolori pubblici (dall’assassinio di Dalla Chiesa in poi), ma proprio per questo di insofferenza generalizzata e di mobilitazione diffusa. Niente da mitizzare, ovviamente: minoranze erano state e minoranze rimanevano i cittadini che si associavano, a vario titolo, per tentare di porre una diga qualsiasi alla barbarie. Né sempre, tra queste minoranze, la lucidità progettuale e la maturità strategica tenevano il passo con l’emotività dello slancio. Qualcosa però si muoveva: Falcone, Borsellino, Di Lello, Ayala ed altri (meno esposti mediaticamente, non necessariamente meno impegnati nel quotidiano) restituivano alla magistratura un prestigio troppo a lungo compromesso, mentre Leoluca Orlando mostrava la capacità di catalizzare le energie, raccogliendo dove non aveva seminato ma lasciando sperare in nuove semine e in nuovi raccolti.
Poi sappiamo come è finita: le stragi del ‘92, la sordina legislativa sui collaboratori di giustizia, il tramonto elettorale di Orlando sempre più innamorato del proprio ruolo di cavaliere solitario, l’ascesa ai governi regionale e nazionale di personaggi quasi mai adatti a rappresentare la voglia di verità e di equità delle “minoranze morali” operanti in maniera sotterranea ma caparbia. Anche la trattoria dei ragazzi di Ballarò, da buon termometro, ha conosciuto le sue parabole: notorietà nazionale e internazionale (dal “New York Times” al “Frankfurter Allgemeine”, sino al “Venerdì” di “Repubblica”), ma anche ‘normalizzazione’ gestionale (non più cooperativistica, bensì privata da parte di una famiglia del quartiere: Benedetto Morici, l’affabile moglie Mimma, gli splendidi figliuoli). Pure il pubblico è diventato, con gli anni, meno colorito: raramente si incontrano extraparlamentari in jeans pronti ad accalorarsi per divergenze di tattica politica o don Cosimo Scordato che, dopo la cenetta con gli ospiti, afferra la chitarra e coinvolge con il suo entusiasmo i presenti. In compenso, però, qualità del cibo e accuratezza del servizio sono cresciute, mantenendosi in rapporto ragionevole col prezzo. Per sincerarsene, il ventesimo anniversario dalla fondazione può costituire un’occasione propiziane: in queste settimane, infatti, la trattoria della piazza san Francesco Saverio prepara dei menù particolari (e prevede uno sconto speciale a chi esibirà il ritaglio di questo articolo).
Torneranno altre stagioni fervide di iniziative? Il superamento delle gabbie ideologiche porterà a inventarsi nuove modalità di trasformazione della società o piuttosto a ristagnare nell’acquitrino del qualunquismo? Nonostante lo scenario attuale, non lo si può escludere. La storia è abituata a sorprendere: e non sempre in negativo. Anche oggi, d’altronde, lontano dai riflettori, migliaia di cittadini palermitani e siciliani tengono duro: fedeli ai loro impegni di lavoro professionale, di volontariato culturale e sociale, di ricerca di una polis un po’ meno corrotta ed un po’ più equa. Fedeli sino al punto da sopportare - sino a quando riescono sopportabili - le prepotenze e le stupidità dei compagni di strada, talora più attaccati ai riconoscimenti personali che ai risultati oggettivi della loro azione. Troppo pochi rispetto a cinque milioni di isolani, troppo deboli rispetto all’ondata di arrivismo rampante che soffia dal Nord e di ‘alegalità‘ dominante che impera nel Sud (tornano i versi di Lucio Battisti: “Come può uno scoglio arginare il mare?”), ma abbastanza per mantenere in vita una memoria e uno spiraglio sul futuro. Secondo lo storico Francesco Renda non si può per nulla escludere che un’utopia forte - l’idea di un Meridione liberato dalla mafia e dai mafiosi - possa suscitare, come altre volte nel passato, una fase di riscossa popolare e un piccolo ma qualificato gruppo dirigente. Se così sarà - anzi: quando così sarà - sarà bello sapere che, in un vicolo prossimo alla chiesa di san Saverio, una trattoria (dove hanno sostato il regista iKrzysztof Zanussi, il teologo della liberazione Leonardo Boff, il menestrello Francesco De Gregori il filosofo Luigi Lombardi Vallauri, il sociologo Arnaldo Nesti, gli antropologi Jane e Peter Schneider, il critico cinematografico Enrico Ghezzi, il guitto Paolo Rossi, il giornalista Marco Travaglio…) è pronta ad accoglierci per festeggiare.

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