venerdì 19 settembre 2008

UN ROMANZO SU COSA NOSTRA


Centonove 19.9.08

Quando la mafia è pornografica

Non sono un critico letterario, ma un poveruomo che la sera preferisce addormentarsi con un libro in mano anziché con uno schermo televisivo di fronte. E come tutti i comuni mortali, quando si imbatte in un testo che gli piace - che lo prende emotivamente e magari gli insegna qualcosa o addirittura lo diverte - attiva il passaparola con amici e conoscenti, per condividere la scoperta. Ecco perché, in questi giorni, mi capita di parlare in giro del romanzo di Maurizio Padovano, I pornozombi, edito alla fine del 2007 dall’editore trapanese Di Girolamo. Un romanzo breve, che sembra ancor più breve perché si legge voracemente; un romanzo che sembra scritto con la mano sinistra nelle pause di lavoro serio, ma in realtà calibrato e limato parola per parola; un romanzo divertente (come dimenticare, fra tanti altri passaggi, le “manie pre e post-coitali” della moglie del protagonista a p. 83: “buio assoluto altrimenti non mi rilasso, afonia obbligatoria altrimenti la bimba si sveglia, da mangiare e da bere pronto sul comodino come se bisognasse recuperare tutto e subito di ciò che il coito brucia e disperde. E, io, ora faccio del mio meglio. Ovvero, stare zitto al momento opportuno”?), nonostante parli della piaga più infettante della nostra terra. Già perché, nonostante il titolo, la pornografia non c’entra (quasi) nulla: o, forse, solo come metafora di quella cosa davvero sporca, indecente, che è il sistema di dominio mafioso.

E, come tutte le cose indegne, anche la mafia alligna e prospera solo nel buio e nel silenzio: “Apparentemente la nostra comunità è uguale a tutte le altre. Istituzioni democratiche e civili come in tutti gli altri Comuni del Paese: come per altri cinquanta milioni di italiani. ma tale uguaglianza arriva fino a un certo punto. palazzo municipale, Aula consiliare, Pretura, Commissariato, Camera del lavoro, Scuole pubbliche, Consorzio idroagricolo, Agesci, Pro-loco, Azione cattolica, ArciGiovani - tutte cose che ci vedono, chi più chi meno, coinvolti come liberi cittadini - sono soltanto una faccia della medaglia. Sull’altra faccia non si è cittadini liberi - e forse nemmeno cittadini - ma solo parenti, cugini, amici, vicini di casa, rispettosi e silenziosi, di quelli che contano. Perché non c’è rispetto senza silenzio a oltranza, ed è nel silenzio che gli innominabili reggono di fatto la comunità. Il medesimo silenzio che li fa sembrare uguali agli altri” (p. 33).
La mafia - come mentalità ma anche come concretissima organizzazione di uomini e donne con un volto e una biografia - abita le pagine di questo romanzo: ma, ed è una caratteristica che me le rende pregevoli, le attraversa come in filigrana, in maniera impalpabile. L’autore la fa intravedere, anzi la fa sentire addosso come l’afa dei giorni di insopportabile scirocco (quando ti torna alla memoria la definizione dell’inferno secondo un personaggio letterario di Dacia Maraini: una sorta di Palermo senza pasticcerie), ma con discrezione, direi quasi con eleganza. Forse la sua protesta di ragazzo che non si rassegna all’andazzo dominante (”Sei già sulla strada secondaria di chi starà zitto e buono per tutta la vita, e loro, tronfi, sulla strada maestra, a partire dal tuo silenzio a poco a poco ti toglieranno tutto”, p. 34) è proprio più efficace perché bisbigliata: senza moralismi né proclami retorici. Ed anche perché sincera. Un siciliano che si oppone alla mafia non può far finta di essere nato sotto un cavolo o paracadutato da una cicogna (d’altronde, come ricorda una citazione kantiana in esergo a pagina 37, “l’occhio innocente è cieco, la mente vergine è vuota”) : deve tener presente, costantemente, di portare dentro di sé almeno degli schizzi di quel fango che denunzia negli altri e nelle istituzioni. Per esempio, di condividere con i mafiosi alcuni segmenti del loro codice mafioso, quali il maschilismo più bieco: “La carota in mano scottava. Avrei voluto prenderlo a calci il maledetto pupazzo di neve, tanto per dimostrare che eravamo un po’ più vivi di lui, un po’ meno freddi. E invece mi toccava firmarlo con uno sberleffo vegetale che doveva gridare - a tutti quelli che l’avrebbero visto - che sapevamo bene, noi, ciò che conta davvero per essere uomini: una lunga, sconcia appendice di carne piena di arterie e di sangue, da utilizzare in senso letterale (pisciare), figurato (scopare) e anagogico (perché è simbolo del potere vero, di quello che rende simili a Dio, quantomeno nel dare la morte, non certo nel dare la vita: e infatti, dicono i nostri cattivi, comandare è meglio di fottere !)” (p. 34).
Come tentare di sopravvivere “in mezzo a una guerra non dichiarata, dove il nemico non si riconosceva dal colore delle divise” (p. 91)? Ognuno cerca la sua strada. E qualche volta, la trova. Padovano, giocando sul registro narrativo ambiguamente oscillante fra l’autobiografia e l’invenzione fantastica, suggerisce - involontariamente ? - una possibile via di fuga: la scrittura, la creazione letteraria. E’ così che quasi tutti i grandi scrittori siciliani, da Pirandello a Sciascia, sono riusciti a scrollarsi dalla pelle troppo scomode eredità e a guardare la madre-isola da un punto ad essa esterno. Con Francesco Renda - nel suo ultimo libro a quattro mani in dialogo con Antonio Riolo - possiamo sperare che qualcuno di questi conterranei, tra coloro che sono in vita, riesca a regalarci, dall’angolazione ‘trascendente’ guadagnata, un romanzo utopico: sì, un romanzo dove ci sia concesso di sognare ad ogni aperti come sarebbe la Sicilia senza mafia e senza mafiosi.

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