giovedì 23 ottobre 2008

L’isola che c’è e si ribella


“Repubblica - Palermo”
Martedì 14 ottobre 2008

L’ISOLA CHE C’E’ E SI RIBELLA.
L’ETICA CONTRO IL MALAFFARE

La lotta alla mafia è certamente questione di leggi nazionali e di normative, calibrate su misura, regionali e comunali. Però gli strumenti giuridici hanno costituito, da sempre, condizione necessaria ma insufficiente: sono le armi della democrazia, ma ci vuole chi abbia il coraggio di impugnarle ed usarle. E il coraggio non si produce, in una società, con la stessa facilità con cui si producono le leggi. Come dare, dunque, vitalità e incidenza storica al diritto infondendo in noi cittadini energia etica? La risposta non è per nulla facile. Ma la difficoltà di trovarla non può esimerci dal cercarla. Insieme.
Da che mondo è mondo, una delle vie attraverso cui si è propagato il senso civico - dalle sue manifestazioni minimali ai gradi massimi di impegno sino al sacrificio della propria vita - è stata la testimonianza personale: pochi linguaggi comunicativi riescono più persuasivi delle proprie scelte, dei propri gesti, delle proprie opere. In direzione positiva avviene esattamente come nella direzione opposta della negatività: i comportamenti di ciascuno manifestano una lenta, ma inesorabile, capacità di contagio. Per una sorta di ecologia morale, la piccola canagliata perpetrata in Giappone può avere conseguenze disastrose per una popolazione della Selva Amazzonica; ma, per fortuna, vale anche l’inverso e un atto di coerenza a New York può avere effetti positivi sul comportamento medio di una scolaresca in Polonia.

Queste dinamiche, pur obbedendo a logiche sociologiche un po’ enigmatiche, possono essere facilitate dai mezzi di comunicazione. Sappiamo però quali siano i modelli di esistenza veicolati dalla maggior parte dei programmi radiofonici e, soprattutto, televisivi. E’ perciò estremamente urgente che almeno la carta stampata - per quanto molto meno frequentata rispetto agli apparecchi audiovisivi - dia una mano a far conoscere le testimonianze civili di chi, senza clamori ma con l’eloquenza silenziosa dei fatti, si mette dalla parte giusta. Due libri recentissimi sono stati pubblicati proprio con questo intento e, nonostante le dimensioni minuscole delle rispettive case editrici, meriterebbero una diffusione capillare attraverso tutte le agenzie educative (a cominciare dalle scuole, dalle associazioni socioculturali e dalle chiese delle varie confessioni religiose). Il primo di questi due libri (sono entrambi maneggevoli, fruibili anche senza un grande livello di istruzione, tipograficamente gradevoli) è di un giovane giornalista catanese, Filippo Conticello, è stato edito a Roma dalla Round Robin con una bella prefazione di Tano Grasso e si intitola L’isola che c’è. La Sicilia che si ribella al pizzo. Sono storie documentate di siciliani ‘normali’ che, per le ragioni più diverse, a un certo punto hanno deciso di non piegarsi più al racket delle estorsioni: dai casi più noti di Capo d’Orlando agli inizi degli anni Novanta, passando per vicende meno conosciute come la storia del gelese Nino Miceli (grazie al quale 47 stiddari sono stati condannati a 450 anni di carcere in totale), sino alle cronache di questi giorni con personaggi come Andrea Vecchio e Vincenzo Conticello. Nel secondo libro i protagonisti di questa fase di riscatto (ancora iniziale, ancora parziale: la maggioranza degli imprenditori continua a ‘mettersi a posto’ e, comunque, la mafia non si limita certo a condizionare l’economia siciliana solo attraverso la riscossione del ‘pizzo’) prendono direttamente la parola grazie all’intelligente proposta di Gabriella De Fina. No al pizzo. Imprenditori siciliani in trincea, edito dalla casa editrice palermitana Thor con una presentazione di Ivan Lo Bello, lascia che tredici cittadini si raccontino con agio, senza la fretta incalzante delle interviste giornalistiche, soffermandosi anche sui risvolti umani delle loro vicende in qualche misura ‘pubbliche’. Emergono non solo storie ormai esemplari (come l’eroismo di Libero Grassi evocato dalla vedova Pina), ma anche storie ‘minori’ (come quelle dei gelesi Renzo Caponetti e Rosario Amarù o del nisseno di adozione Marco Venturi) per lo più sconosciute al grande pubblico. Ed emergono - questo mi pare che vada sottolineato - con tutti i limiti della loro personalità e della loro visione politica. Insomma, non si tratta di una rassegna di ’santini’ da venerare, ma di uomini e donne come noi che cercano, con fatica e non senza errori, una via di liberazione dalla dittatura mafiosa. La troveranno? Una cosa sola è certa: avranno più probabilità se non saranno lasciati, come altre volte è capitato nella storia siciliana, da soli.

Augusto Cavadi

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