sabato 11 ottobre 2008

Onore a un martire dell’antimafia quasi sconosciuto


“Centonove”
10.10.08

QUEL VIGILE UN PO’ SPECIALE

I cittadini che non vogliono cedere al lento, inesorabile avanzamento dell’oblio su quanti si sono mantenuti fedeli alle proprie responsabilità professionali sino alle estreme conseguenze, pur di resistere alla dittatura dei mafiosi, trovano quasi ogni giorno un’occasione di commemorazione. Anche la data del 26 settembre è coincisa con un anniversario, ma abbastanza singolare: il trentesimo anno dall’assassinio di un martire pressoché totalmente dimenticato (solo l’Agenda dell’antimafia curata dal Centro “Impastato” lo ricorda, sia pur con l’inevitabile laconicità), il vigile urbano Salvatore Castelbuono. Totò, come lo chiamavano in famiglia, era nato a Palermo nel 1932, ma era cresciuto a Bolognetta dove si era anche sposato con Rosaria da cui aveva avuto tre maschietti e una femminuccia. Nel 1958 si realizza un suo antico sogno: viene assunto dal Comune di residenza come vigile urbano. Si fa notare per la correttezza con cui svolge le proprie mansioni, ma non gli basta: senza riserve mentali, accetta che il suo servizio leale alla legalità democratica lo induca ad intrecciare rapporti sempre più stretti con i Carabinieri di Bolognetta e con i loro colleghi del reparto di Polizia Giudiziaria di Palermo.

Proprio a questi ultimi non ha esitato a fornire preziosi informazioni inerenti noti latitanti mafosi: in quanto conoscitore del territorio e degli ambienti, riusciva a raccogliere, con meticolosità, notizie importanti che mai gli organi inquirenti ufficiali avrebbero potuto conseguire senza il suo contributo. L’obbedienza alle direttive delle autorità istituzionali, e prima ancora alla propria coscienza civile, ne ha purtroppo decretato la condanna a morte (nell’ipotesi più probabile, conseguenza di una vendetta da parte dei Corleonesi che in quel periodo orbitavano nel territorio di Bolognetta). Il 26 settembre del 1978 viene assassinato con 5 colpi di una P 38 all’interno della sua autovettura nel territorio di Villafrati, sulla strada provinciale che da Palermo raggiunge Agrigento. Castelbuono, al momento del delitto, indossava la propria divisa. Tre giorni dopo una telefonata anonima di rivendicazione al reparto operativo dei Carabinieri di Palermo della caserma Carini, alle spalle del teatro Massimo, scioglieva ogni possibile dubbio: “Carabiniere, dica al comandante del nucleo investigativo che i suoi uomini hanno sfiorato da vicino l’uomo che cercavano: perciò la banda che ha suonato per il vigile urbano suonerà pure per i Carabinieri”.
Il silenzio di questi trent’anni ha fatto sì che le nuove generazioni di Bolognetta non sanno neppure che la loro cittadina ha contribuito alla lotta più che secolare contro il dominio mafioso con una vittima illustre. Ieri i familiari hanno organizzato nella chiesa-madre di Bolognetta una celebrazione eucaristica in memoria ed è significativo che, insieme a rappresentanti dell’associazione dei parenti di vittime della mafia, vi abbia preso parte una delegazione del comando provinciale dell’arma dei Carabinieri. Ma i partecipanti alla cerimonia liturgica si sono chiesti se questo omaggio morale può bastare; se non sia il caso, anche alla luce dei recenti successi repressivi e delle conseguenti vicende giudiziarie, che pure lo Stato riapra il fascicolo. Affinché la magistratura, incrociando deposizioni spontanee e acquisizioni dibattimentali, possa provare anche in questo caso a gettare luce su ciò che è avvenuto, far pagare i debiti dei colpevoli e restituire una sia pur tardiva giustizia ai servitori fedeli. E affinché, per i più onesti fra gli attuali amministratori e dipendenti degli Enti locali, la storia di Totò Castelbuono possa riuscire non da deterrente, ma da incentivo a mantenere le mani pulite e lo sguardo dritto.

Augusto Cavadi

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