mercoledì 24 dicembre 2008

UNA PASTORA


“Repubblica - Palermo”
24.12. 08

La donna ‘pastora’ che celebra alla Noce

Perché una ragazza ‘normale’ decide di diventare pastora? L’esordio dell’intervista con Elisabetta Ribet viene disturbato dalla voce del suo collega catanese Francesco che sta preparando il caffé nella cucina dove avviene l’incontro: “Dovresti chiedere ad una ragazza ‘normale’…”. Sorridiamo divertiti e la guida spirituale della chiesa valdese-metodista della Noce prova a rispondere, non senza imbarazzo: “Intanto c’è da considerare che la scelta iniziale è stata per la teologia: volevo indagare l’ambito umanistico, più precisamente storico-sociale, e la teologia per me è anche studio di come l’uomo vive il rapporto con il Trascendente. In particolare - quando ho lasciato il liceo e dovevo optare per una facoltà universitaria era l’anno della Pantera - mi avvertivo fortemente motivata a capire come mai l’Occidente abbia potuto creare tanti disastri planetari nel nome di Gesù Cristo. Poi, quando ho accettato la proposta di essere ‘pastorizzata’ ” (sorride nuovamente divertita) “avrà certamente pesato l’ambiente di provenienza: nella mia famiglia c’è stato da secoli un pastore almeno ogni due generazioni”.

Ma perché pastora a Palermo una piemontese che ha completato gli studi a Parigi? “Sembrerà strano, ma a Parigi ho trovato un ambiente internazionale vivace sul piano culturale come Palermo lo è sul piano delle presenze sociali. Là conoscevo teologi polinesiani, africani, asiatici che sfidavano le mie conoscenze dottrinarie: qui ho conosciuto immigrati, sbarcati clandestinamente, che vengono da quelle stesse terre in cerca di pane e dignità. Poche settimane fa, colloquiando con alcuni ragazzi a cui il nostro centro di accoglienza ha prestato i primi soccorsi, sono stata spiazzata dalla risposta di uno di loro alla domanda se nel suo lungo viaggio dall’Africa centrale, attraverso il deserto e poi il canale di Sicilia, fosse stato sostenuto da un brano biblico: ‘Sì, il salmo dove si legge che, anche se il padre e la madre dovessero dimenticarsi del figlio, Dio non si dimenticherebbe di lui’. Ho sperimentato come Dio può ammaestrare i teologi attraverso le vie più impensate”. A Palermo un forestiero trova qualcosa di particolarmente bello o di particolarmente brutto? “Direi entrambe le sorprese. Intanto il calore con cui la città - o, per lo meno, quel pezzo di città che costituisce la mia piccola chiesa protestante - sa accogliere. E non soltanto i bianchi, istruiti, che come me vengono a svolgere un ruolo di responsabilità sociale, ma anche i neri, che non sanno una parola di italiano e che hanno bisogno di tutto per sopravvivere. Ho vissuto in altre zone d’Italia, per esempio in Val d’Aosta, e ho potuto misurare la differenza abissale a favore di Palermo. Di negativo, invece, ho trovato una certa acquiescenza ad un sistema relazionale di tipo mafioso che mi sembra venga accettato quasi come inevitabile: troppo pochi i cittadini con la schiena dritta, troppi i ‘clienti’. Da cinque anni ad oggi mi pare che, addirittura, la città su questo fronte si stia addormentando”. Le prometto che non farò ricorso a formule volutamente ad effetto, ma erronee, come ‘donna- prete’ o ’sacerdotessa’ : per i protestanti il ‘pastore’ non appartiene ad un ‘ordine’ speciale di cristiani né gli viene impresso un carattere ‘ontologico’ indelebile, ma è un laico che - per un periodo più o meno lungo della sua vita - è chiamato dalla comunità a svolgere un servizio di predicazione e di assistenza spirituale. In cambio della mia sobrietà espressiva, però, le chiedo qualche indiscrezione privata. Per molti cattolici è bene mantenere obbligatorio per i preti la castità celibataria perché - si dice - la gente si scandalizzerebbe se sapesse che il parroco è sposato o, peggio ancora, convivente: come vedono i fedeli di questa chiesa, qui a Palermo, il fatto che la pastora viva con un ragazzo senza essergli unita da un vincolo matrimoniale? “Non so in altre chiese siciliane che cosa sarebbe successo. Qui ho trovato una grande discrezione: non ho ricevuto domande riguardanti la mia sfera privata né io ho fatto niente per sbandierare il mio legame sentimentale con una persona di origine africana che, tra l’altro, non appartiene alla mia chiesa e lavora in tutt’altro ambito. Quanti, poi, vengono ad apprendere più o meno casualmente del mio legame - e magari poi ci invitano a cena o ad una festa in quanto coppia - non sembrano dare alcun peso a questo elemento. Che io sia single o in coppia li tocca quanto a me può importare che il dentista a cui mi rivolgo sia single o in coppia. L’essenziale è che sia un dentista professionalmente valido”.
Che Elisabetta sappia fare la pastora con sobria efficacia lo testimonia l’affetto con cui donne e uomini, adulti e giovani, la circondano e la sostengono. Chi ha curiosità lo potrebbe verificare partecipando una domenica al culto che lei presiede alle undici nella sala di via Noce. Una liturgia in cui la pastora Ribet trova quasi sempre parole stimolanti di commento alla Bibbia, per nulla soporifere. E una liturgia vivacizzata dalla presenza di fedeli non certo freddi, ingessati: in misura ormai preponderante immigrati da tutto il mondo che suonano e cantano e ballano e battono ritmicamente le mani come si usa nei loro Paesi di provenienza. Prima di lasciarci le chiedo un’opinione sul rapporto con i cattolici, ma ecco che il volto le diventa più serio: “A Palermo, ma non solo, il dialogo ecumenico a livello di istituzioni è bloccato da anni. Per grazia di Dio, qui come altrove, ci sono però persone meravigliose, anche cattoliche, che non si arrendono ad un cristianesimo provinciale, confessionale. La più grande speranza di un cristianesimo dagli orizzonti vasti come il pianeta sono gli immigrati e i giovani”.

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