lunedì 18 maggio 2009

Legalità e istituzioni


“Repubblica - Palermo”
9.5.2009

LA VITA ILLEGALE NELLE ISTITUZIONI

Quando si va in giro, soprattutto nelle scuole, a confrontarsi sul tema della legalità, una delle obiezioni più ricorrenti è formulata quasi con le stesse parole: “Ma se è lo Stato a violarla per primo…”. Un’affermazione vera e falsa nello stesso tempo (ma, per fortuna, non dallo stesso punto di vista). Se, infatti, per Stato si intendono quei politici, quei magistrati, quei funzionari pubblici che - anche a rischio della pelle - rispettano e fanno rispettare le regole, si tratta di un’obiezione qualunquistica che serve solo a mascherare la propria indolenza e la propria rassegnazione civica. Non così, però, se ci si riferisce ad altri esponenti dello Stato - né meno numerosi né meno influenti - che, contando sulla disinformazione e sulla distrazione dell’opinione pubblica, infrangono le norme più chiare, certi che dalle violazioni non potranno derivare conseguenze spiacevoli. Anzi, in alcuni casi, la fama di disinvolto trasgressore accrescerà il prestigio sociale e il consenso elettorale: “quello sì che è uno con le palle…”.

La cronaca nazionale non è certo avara di esemplificazioni eloquenti, ma neppure nel microcosmo della nostra provincia si fatica a trovarne. Una delle più recenti è stata segnalata da un’interrogazione “a risposta scritta” che il consigliere dell’Ars Giuseppe Lupo (forse l’unico siciliano chiamato da Franceschini nella direzione del PD) ha rivolto all’assessore per la famiglia, le politiche sociali e le autonomie locali: perché l’attuale sindaco di Alimena - in barba alle disposizioni legislative vigenti - ha nominato cinque e non quattro assessori (percettori ovviamente di relativa indennità economica)? Il caso è ’scoppiato’ già a marzo, grazie ad una lettera ‘aperta’ - indirizzata al prefetto e alle massime autorità regionali e nazionali - dei cinque consiglieri comunali di minoranza del Comune palermitano: in essa sono indicate con chiarezza le normative regionali che vietano cinque assessori in giunte che amministrano cittadine con popolazione inferiore ai 10.000 abitanti e con 12 consiglieri comunali in tutto. Viene riferita la risposta del sindaco - che si appella allo Statuto comunale - ma si obietta che “nessun atto di carattere amministrativo possa derogare ad una norma imperativa di legge”. Si annunzia, infine, la decisione di astenersi - in attesa che le autorità preposte intervengano a ripristinare la legalità - da ogni attività legata al loro ruolo istituzionale.
Non sappiamo, al momento, quale sarà la risposta dell’assessore regionale competente né se si arriverà alla rimozione del sindaco per “grave e persistente violazione della legge”. Sappiamo, però, che un intervento dall’interno dell’amministrazione pubblica - senza il ricorso ormai quasi di routine agli organi giudiziari - sarebbe un segnale promettente: un piccolo passo verso l’autoriforma della politica, in mancanza della quale è davvero da ipocriti lamentare l’azione di supplenza della magistratura. Conseguentemente - e non sarebbe un segnale irrilevante - i cittadini, specialmente le giovani generazioni, avrebbero un argomento in meno per legittimare la convivenza con le illegalità ‘private’ nascondendosi dietro l’alibi delle numerose illegalità ‘istituzionali’.

Augusto Cavadi

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