venerdì 5 giugno 2009

LA BARBARIE


“Centonove”
5 giugno 2009

MILLE AUSCHWITZ

Un recente viaggio ad Auschwitz e Birkenau (per accompagnare un gruppo di sindacalisti della Filca-Cisl in qualità di consulente filosofico-politico) mi ha indotto a riprendere in mano due libri istruttivi. Il primo - “Il flauto d’osso. Lager e letteratura”, La Giuntina, Firenze 1996 - è stato scritto da Stefano Zampieri e, a dodici anni dalla pubblicazione, non ha perduto una pennellata di smalto. Con uno stile personalissimo, che attraversa e scompiglia i generi letterari abituali, consente al lettore di entrare nel mondo inimmaginabile dei campi di concentramento e di sterminio in compagnia di alcuni degli autori che ne sono usciti vivi, anche se segnati indelebilmente nell’anima (cioè nell’intimo del corpo): Primo Levi, Erich Wiesel, Robert Antelme, Aldo Carpi, Paul Celan, Jean Améry, Victor Frankl, Liana Millu, Bruno Bettelheim.

A parte la fruibilità - anzi la godibilità - delle pagine, si tratta di un’operazione preziosa perché è una sorta di salvataggio al quadrato: la testimonianza degli autori - che hanno scritto per evitare che quegli eventi affondassero nel mare dell’oblio - va adesso, a sua volta, preservata dall’oblio. E non soltanto per pietas nei loro confronti. Quando si assiste allo smembramento progressivo dei legami sociali, allo sfaldamento delle organizzazioni partitiche e sindacali, come non “vedere il Lager come un estremo” piuttosto che “come una eccezione”? “La realtà che in esso si è prodotta è un effetto di coerenza radicale della società nazista la quale, a sua volta, non fu un semplice errore della storia, non fu la follia collettiva di milioni di uomini, ma un frutto sempre possibile (magari sotto altra veste) della società occidentale. Nel Lager, si è tentato un esperimento: la produzione d’un uomo artificiale, l’uomo obbediente, l’uomo ridotto a numero, l’uomo macchina destinato al lavoro, qualche che sia, anche il più improduttivo, il lavoro come dimensione puramente simbolica, privato della sua naturale capacità di produrre il necessario, di riprodurre l’uomo stesso, il lavoro come semplice esercizio di morte. Ma la condizione prima perché un simile esperimento potesse riuscire era proprio la condizione dell’isolamento individuale: che l’uomo fosse tagliato fuori da ogni relazione con gli altri uomini, che abdicasse alla sua naturale condizione di essere-con-altri, perché solo così l’uomo diviene soggetto, nel senso passivo di carne morta, di atomo ubbidiente nel grande organismo della società“. Insomma: “il problema dei testimoni” è “il nostro problema, e non è semplicemente problema teoretico, è la realtà stessa del nostro sapere, che si deve sapere fondato su quell’evento distruttivo, perché dopo di esso tutto è stato diverso, tutto è diverso. L’oblio qui è delittuoso, l’oblio è porsi fuori dalla storia stessa, nel campo della menzogna e della falsificazione”.
Meno originale nella scrittura, ma non meno chiaro ed efficace in obbedienza agli intenti palesemente didattici, è la monografia recentissima di Luigi Mozzillo “Pensare la barbarie con Levi e Herling”, Su Ali d’Aquila, Capua 2008. L’autore si propone - come recita il sottotitolo di questo Quaderno dell’Istituto Superiore Scienze Religiose “San Roberto Bellarmino” di Capua (Caserta) - di offrire “Appunti di lettura per ‘Se questo è un uomo’ e ‘Un mondo a parte’ “. Chi sia Primo Levi e cosa racconti in “Se questo è un uomo”, è noto a molti. Meno numerosi, senz’altro, quanti sanno invece chi sia Gustaw Herling-Grundzinski e che il suo “Un mondo a parte” è il racconto di due anni di prigionia nei gulag di Stalin. L’originalità del libro sta proprio nel tentativo, in gran parte riuscito, di mettere a confronto (dall’angolazione storico-oggettiva) gli orrori del nazionalsocialismo e del socialismo sovietico e (dal punto di vista della personalità dei due scrittori) la prospettiva tendenzialmente sociologica di Levi con la prospettiva tendenzialmente psicologica di Herling.
Circa la prima questione, si tratta di una comparazione che ha qualcosa di grottesco: come se si volesse stabilire se è più letale la cicuta o l’arsenico. Alcune differenze sono innegabili (nei campi di concentramento staliniani non c’erano camere a gas costruite per sterminare sistematicamente i prigionieri), ma altre somiglianze sono altrettanto innegabili (in alcuni gulag come Kolyma i prigionieri venivano intenzionalmente decimati mediante lavori forzati e angherie di ogni genere: proprio come nei lager nazisti). Circa la seconda questione, ho trovato interessante la sottolineatura delle angolazioni da cui scrivono Levi ed Herling, anche per spiegare certe ‘polemiche’ fra i due. Si sa, infatti, che Levi ha trovato incongruo mettere sullo stesso piano di gravità i campi stalinisti e i campi nazisti: solo in questi ultimi, infatti, si poteva finire internato e assassinato non per (vere o presunte) colpe soggettive, ma per il solo fatto di appartenere ad un’etnia, anche se si era un bambino o un minorato psichico o un anziano malato. Nonostante alcune espressioni che si sono prestate ad interpretazioni equivoche, neppure Herling intende ‘assimilare’ - oggettivamente - il sistema dei gulag al sistema dei lager ; egli però rivendica con forza l’assimilabilità delle sofferenze soggettive patite dalle vittime di Stalin e la loro dignità morale con le sofferenze e la dignità delle vittime di Hitler.
Entrambi comunque - Levi ed Herling - hanno scritto storie che prima sono state incise nella loro carne. ed entrambi le hanno scritte per tentare di portare i lettori “oltre il baratro creato dall’assurda barbarie del ventesimo secolo, per riacquistare un po’ di fiducia nel destino dell’uomo nel mondo”. Purtroppo, però, capitoli incredibilmente atroci - come le guerre fra Croati, Serbi e Bosniaci dopo lo scioglimento della Jugoslavia di Tito - non lasciano sperare in nulla di sereno per il futuro. E, se l’ignoranza non mi gioca brutti scherzi, le vittime dei Balcani nell’ultimo decennio del XX secolo attendono ancora un Levi o un Herling che ne salvino, almeno, la memoria.

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