venerdì 26 giugno 2009

UN PRETE E LA SUA COMUNITA’


Centonove 26.6.09

QUANDO IL VENTO RADUNA

Viaggiare è dirigersi verso méte precise, sapendo che sceglierne una è rinunziare - ogni volta - ad altre cento, altrettanto desiderabili. Ma è anche lasciarsi sorprendere da luoghi, eventi, incontri imprevisti. Lasciarsi trasportare da quel ’soffio’ vitale con cui in molte lingue - come la greca - si nomina altresì lo ’spirito’. Ed è così che, pellegrinando per l’Italia in risposta all’invito di chi vuole con-riflettere sul senso dell’uomo e del suo essere-nel-mondo, mi sono trovato a metà maggio nella Comunità Nazareth a Torre de’ Roveri in quel di Bergamo. Poche ore, ma abbastanza per avvertire ciò che rendeva ammirevole Pascal agli occhi di un feroce anti-cristiano come Nietzsche: “l’unione di calore, spirito e onestà“. Quando a mezzanotte mi sono congedato per raggiungere, grazie al passaggio di due amici affettuosi, una deliziosa tana milanese, mi è stato donato un libro: una sorta di chiave per decodificare ciò che avevo avvertito sentimentalmente, quasi subliminarmente.

In “Il vento ci ha raccolti” (San Paolo, Milano 2008), infatti, Oliviero Arzuffi mi ha raccontato una storia semplice e straordinaria cominciata trenta anni fa quando un prete, due ragazzi e una ragazza decidono di sfidare paure personali e pregiudizi ambientali per andare a vivere insieme. In nome di “una solida amicizia di anni, una conoscenza reciproca non superficiale, ma, soprattutto, un’idea forte: costruire una convivenza, una ‘comunità di vita’ la chiamavamo allora, fondata sull’accoglienza e il recupero delle persone che fanno più fatica a vivere”. Negli anni Settanta fondare comuni e comunità non era un’iniziativa così peregrina: originale era, in questo caso, farlo senza esigere preliminarmente l’adesione ad un credo, politico o religioso che fosse. Le esperienze basate su rigide ortodossie teologiche ed ideologiche si sono tutte dissolte mano a mano che quei presupposti si sono andati sfaldando, nonostante - anzi anche a causa - della rigidità psichica di ‘fondatori’ più o meno autoritari. Perché Nazareth resiste ancora, più attiva e feconda che mai? Perché Beppe, Tiziano, Giusy e don Emilio condividono non un programma redatto a tavolino e articolato sin nei dettagli, bensì “una ricerca dalle caratteristiche laiche”: “tanto è vero” - racconta oggi il prete - “che uno di noi quattro si proclamava ateo, non credente, ma sua ricerca di fede si rivelava indefessa e appassionata. Al punto che gli dicevo spesso che credeva più di me e di tutti noi messi insieme. A modo suo, certamente. ma la sua onestà, la sua generosità, la sua totale gratuità nello spendere la vita a favore di chi è all’ultimo posto e sta ai margini, costituivano un vero e proprio inno di grazie al Dio della vita”.
Sarebbe toccante (soprattutto per chi sa qualcosa del sudore, e non di rado delle lacrime, che ogni concretizzazione nel sociale comporta), ma troppo lungo, riprendere qui il racconto delle tante iniziative varate nei decenni dalla Comunità, quasi cerchi concentrici e centrifughi di un sasso lanciato nello stagno dell’egoismo individuale e dell’inerzia politica: il centro di formazione permanente “La Baita” a Costa Serina; la comunità “L’Aquilone” per bambini e ragazzi abusati in famiglia; la comunità “La Piccola Stella” per minori adolescenti con problemi psichiatrici; il gruppo “La Strada”, laboratorio di animazione e di feste; la rivista “L’incontro”; la casa editrice “Il sestante”; i progetti d’intervento in Slovenia, Croazia, Romania, Malawi, Bolivia…
Ciò che mi preme è, piuttosto, indicare una prospettiva problematica: aprire degli interrogativi, a partire da uno stupore ammirato. Tutto questo movimento - che sta per essere organizzato all’interno di un’unica Fondazione Aeeper (Associazione educativa per la Prevenzione e il Reinserimento) - è animato da un’ispirazione ‘cristiana’. Problematica, elastica, aperta al confronto e alla collaborazione, ma cristiana: “Dall’inizio (1967) la Parola di Dio, attraverso una fedele ‘Lectio divina’ settimanale, diventa l’alimento preferito e insostituibile del nostro cammino. L’Eucaristia è da sempre il momento centrale della nostra esperienza”. E ancora: “Analogamente alle prime comunità cristiane, il medesimo fondamento è posto al centro della nostra vita comunitaria: tutto quanto viene vissuto è costruito intorno alla certezza e alla coscienza profonda che Gesù, il Risorto, continua ad essere presente”. Di fronte a questa testimonianza evangelica, a credenti in Cristo e a non-credenti spetta inchinare il capo con gratitudine. Essa costituisce, infatti, un’esemplificazione, splendida nella sua carnalità, di quale riserva agapica (di amore gratuito ed efficace, intendo) possa scaturire da una fede orante interpretata e vissuta non come “forma di evasione o di consolazione, ma momento costitutivo di unità in cui le diverse strade, le diverse competenze, le diverse esperienze si ritrovano unite per integrarsi, per essere riconosciute e valorizzate ognuna nelle sue particolarità, nella sua bellezza, nei suoi limiti e nei suoi fallimenti alla luce del mistero di Dio”.
Se storie di questo genere risultano - oggettivamente - critica severa a tutte quelle forme cattoliche di aggregazione (parrocchie, comunità, associazioni, movimenti…) che tradiscono la portata originaria del vangelo riducendolo a totem identitario di tribù, piccole come famiglie o estese come la chiesa di una nazione, concentrate sul proprio ombelico e chiuse ai gemiti dell’umanità sofferente, esse interrogano con altrettanta silenziosa eloquenza anche le organizzazioni ‘laiche’ (nell’accezione comune di non-religiose, di a-confessionali): che ne è della preoccupazione per le tragedie individuali e collettive da parte degli attori istituzionali (dal parlamento e dal governo centrale sino alle amministrazioni locali) e delle innumerevoli organizzazioni sociali (partiti, sindacati, ong, onlus…)? L’agape - intesa quale atteggiamento costante di servizio preferenziale agli esseri viventi più indigenti - contraddistingue specificamente la ‘buona notizia’ di Gesù di Nazareth: ma deve restare modello di convivenza e progetto di azione esclusivamente cristiano? La Comunità di Torre de’ Roveri è riuscita nella non facile impresa di essenzializzare la sua fisionomia religiosa, spogliandola di superfetazioni intellettualistiche e moralistiche: il vangelo “ci dice addirittura che amare Dio vuol dire semplicemente amare chi ti sta accanto, chi ti sta vicino, concretamente. Di più: amarlo come si ama se stessi”. E’ utopistico sognare che ogni altra aggregazione religiosa (ebraica, islamica, induista, buddista…) o laica (massonica, socialista, anarchica, ambientalista…) compia un’analoga riscoperta delle proprie radici essenziali in modo da restituire alla circolarità sociale il meglio della propria tradizione, liberata da degenerazioni e orpelli accumulati nel tempo? In modo da contribuire a tener viva una costellazione di ‘valori’ (la dignità, la libertà, la giustizia, il senso critico, la solidarietà, il coraggio, la memoria, la fantasia…) che possono resistere ed incidere solo insieme, senza enfatizzazioni dell’uno a danno degli altri? E’ possibile progettare una società-puzzle in cui ogni ‘mattonella’ rivendichi la propria identità ma solo per incastrarsi con le altre, all’interno di un disegno complessivo di attenzione sistemica, ‘politica’, ai fratelli e alle sorelle deprivati?
Quanti - come i membri della Comunità di Nazareth e le centinaia di persone che le gravitano intorno - vivono la propria visione del mondo senza iattanza, con fedeltà alle proprie convinzioni ma non con presunzione di superiorità morale né di possesso monopolistico della verità, contribuiscono, con la piccola ‘tessera’ della loro consapevolezza profetica, alla costruzione di una società-mosaico nella quale soltanto il pianeta potrà sperare l’improbabile salvezza.

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