sabato 18 luglio 2009

Ancora un intervento su filosofia e psicologia


“AUPI”
Bollettino ufficiale dell’Associazione Unitaria Psicologi Italiani

2009/2

Il filosofo consulente: un concorrente o un alleato?

Ho letto con estremo interesse l’articolo di Giorgio Blandino Psicologi o badanti? Necessità della formazione storico-filosofica degli psicologi (su “Link” di luglio 2008, 12, pp. 12 - 21). Se possono essere utili alcune considerazioni di un non addetto ai lavori (non mi considero infatti uno psicologo: ho occupato - ormai decenni fa e, per giunta, brevemente - una cattedra nelle scuole secondarie superiori di pedagogia, psicologia e scienze umane), sarei lieto di condividerle con l’autore e con i lettori (tutti psicologi di professione).
Cosa sostiene, in buona sostanza, il Presidente del Corso di laurea in Scienze e tecniche psicologiche dell’Università di Torino? Che “la psicologia attraversa un momento che, ad essere benevoli, possiamo definire problematico”. Un fatto “decisivo” viene individuato in “due gravi lacune” nella formazione di base degli psicologi: “in primo luogo, la quasi totale carenza di prospettiva storica nello studio della psicologia delle sue varie teorie metodi correnti e tecniche; in secondo luogo la scarsissima possibilità di spazi di riflessione, a partire da quella filosofica”. Sulla prima “carenza” l’autore osserva: “Se non si guarda a ciò che è stato pensato prima, al presente e al futuro della nostra scienza e dell’operare quotidiano dello psicologo, si riproducono soltanto ristretti, miopi, meri tecnicismi privi di quel respiro filosofico che dà senso e nobilita una scienza e una professione”. Quanto alla “seconda carenza”, l’autore nota: “Modelli di intervento clinico e psicoterapeutico, individuale, gruppale e sociale, non sono solo apparentemente derivati operativi da teorie e ricerche, ma implicano, consapevolmente o inconsapevolmente, direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente, modelli di riferimento filosofici, in particolare etici, ovvero concezioni dell’uomo. Se uno psicologo o uno psicoterapeuta non è consapevole di questi problemi svolge, a mio modo di vedere, un lavoro che è, solo apparentemente, terapeutico. Peraltro, è significativo che i più profondi pensatori in ambito psicologico e in particolare quelli in ambito psicoanalitico, da Freud a Jung, da Fromm a Money-Kyrle a Bion ecc., finiscano, negli esiti ultimi della loro ricerca, per fare della filosofia”. Non tener conto di queste connessioni con il patrimonio filosofico dell’umanità riduce “l’operare psicologico a qualcosa di meccanico, quando non manipolatorio”.

Diagnosi e terapia sembrano a me, filosofo di professione, ineccepibili. E non posso non rilevare con soddisfazione come siano mutate, in pochi decenni, le atmosfere culturali: dai tempi, ad esempio, in cui Victor Frankl, padre della logoterapia, doveva nascondere la laurea in filosofia e rivelare solo la laurea in medicina perché - sosteneva ironicamente - la gente non direbbe: “Che bravo il dottor Frankl che è sia filosofo sia medico” bensì: “Come fidarsi davvero di uno che è mezzo filosofo e mezzo medico? “. Subito dopo il prof. Blandino aggiunge, quasi en passant, una considerazione sulla quale vorrei soffermarmi brevemente: “In tal caso non ci dobbiamo poi lamentare, come psicologi, se ci troviamo a dover fare i conti (subire perfino) la concorrenza, più o meno in buona fede, della cosiddetta consulenza filosofica. (…) E’ proprio perché troppo spesso la psicologia si appiattisce su pratiche di tipo quasi meramente riabilitativo che compaiono in scena i ‘filosofi consulenti ‘ i quali intendono coprire il vuoto di senso spesso trascurato dagli interventi psicologici in un modo, se vogliamo, anche discutibile, ma non liquidabile a partire da posizioni di rivendicazione corporativa della serie ‘esercizio abusivo della professione psicologica ‘ . Non si tratta dunque tanto di polemizzare con pratiche simili o contigue, come ad esempio quelle dei vari tipi di counselling per i problemi più svariati. ma di essere capaci noi di dare delle risposte più articolate e complesse, più profonde di quanto non si faccia ora”.
Cosa vorrei osservare in proposito?
Innanzitutto, sul piano dei fatti, che Blandino ha due volte ragione. Sia perché la fortuna del philosophical counseling è direttamente proporzionale agli insuccessi degli approcci psicoterapeutici e neuropsichiatrici sia perché su questa situazione ‘oggettiva’ fanno leva, programmaticamente ed intenzionalmente, molti consulenti filosofici nel mondo (basti citare solo il titolo del più fortunato libro di Marinoff Platone è meglio del Prozac) e in Italia (dove due delle maggiori associazioni di consulenti filosofici, la “Sicof” di Torino e la “Psicofilosofia” di Genova, puntano proprio sulla necessità di integrare la psicologia con l’utilizzazione di strumenti mutuati dalla filosofia). Ma il quadro è un po’ più complesso. Esiste infatti in Italia (con sede legale a Roma e sezioni in molte regioni) una terza associazione di consulenti filosofici, “Phronesis”, che ritiene questa concezione della consulenza filosofica sia infedele al progetto originario della Philosophische Praxis di Gerd Achenbach sia - ciò che più rileva - meno teoreticamente fondata e meno praticamente efficace. Perché? Non sono in grado di sintetizzare in poche battute un discorso molto più ampio e articolato che però, quanti oggi si pronunziano a favore o contro la consulenza filosofica, avrebbero - a mio sommesso avviso - il dovere intellettuale ineludibile di conoscere almeno per sommi capi. Mi limito dunque, quasi telegraficamente, a quattro o cinque considerazioni principali.
a) La filosofia è nata come libero esercizio del pensiero e non può essere finalizzata - a meno di snaturarla - a nessun obiettivo (per quanto nobile come la diffusione di una fede, la promozione di un progetto politico o la guarigione dai mali morali dell’umanità). Dunque è possibile, legittimo ed anzi auspicabile che altri scienziati (nel nostro caso gli psicologi) usino la filosofia per integrare ed arricchire le proprie metodiche: ma qualsiasi utilizzazione tecnica della filosofia è vietata ai filosofi di professione.
b) Se la consulenza filosofica, in quanto filosofica, non persegue nessun obiettivo tecnico-utilitaristico, ciò non esclude che, mantenendosi fedele alla propria identità di conversazione in ricerca del vero e del senso, essa possa avere come effetto collaterale (desiderabile) delle ricadute positive per la ’salute’ (nell’accezione, ovviamente, piena e integrale) dei soggetti filosofanti.
c) La consulenza filosofica non è dunque una concorrente di nessun’altra professione: meno che mai della professione degli psicologi. Essi faranno bene ad ascoltare il saggio suggerimento del loro collega Blandino e a rinfrescarsi ( o a farsi per la prima volta) una cultura filosofica: ma, a meno di cambiare mestiere, psicologi sono e psicologi resteranno. Saranno cioè gli esperti dei sentimenti, delle emozioni, dell’inconscio: di tutta quella sfera pre- (o extra- o super-) razionale su cui i filosofi in quanto tali non hanno particolare competenza. Come nessuna preparazione psicologica potrà evitare (in casi più o meno frequenti) all’ospite di un consulente filosofico di avere bisogno di un’assistenza psicoterapeutica professionale da parte di uno psicologo, così nessuna preparazione filosofica potrà evitare (in casi più o meno frequenti) al paziente di uno psicoterapeuta di avere bisogno di un’assistenza filosofica. Cioè di voler confrontare, nel dialogo, la propria visione-del-mondo con qualcuno che passa la vita a studiare le visioni-del-mondo, a individuarne le coerenze e le falle, i punti di contatto con la realtà e gli aspetti fantasiosi e illusori.
Solo un esempio, tratto da una storia realmente accaduta, per spiegare questa prospettiva sul rapporto dialettico fra psicologia e filosofia. Una signora americana trapiantata in Italia ama il marito cinquantacinquenne e ne è riamata, ma avverte fortemente l’attrazione sessuale per i giovanotti “aitanti” sui trent’anni. Come può aiutarla uno psicoterapeuta? Non può certo diagnosticarle una patologia perché ai cinquantacinquenni ’sani’ di ogni sesso accade di avvertire il fascino delle persone più giovani se piacenti. Se mai, patologico sarebbe se ciò non accadesse. Può forse risalire ad alcune vicende infantili o ad alcuni aspetti temperamentali o ad alcune vicende sentimentali pregresse che ’spiegano’ più dettagliatamente, nel concreto, perché la signora sia così sensibile al sex appeal dei giovanotti: ma, spiegate la genesi e magari anche le modalità del dato di fatto, si apre la questione di come gestire tale dato. Entro quale progetto di vita complessivo inserire le proprie inclinazioni sessuali? Che posto dare ad esse nella propria scala di valori? Come poter sottoporre ad esame critico i propri criteri di giudizio etico? Ecco altrettante questioni di tenore squisitamente filosofico-sapienziale sulle quali nessuno psicoterapeuta, in quanto tale, ha competenze da spendere. Può darsi allora che la signora sia nella tipica situazione di chi desidera un dialogo con qualcuno, esperto in filosofia e lui stesso almeno germinalmente filosofo, non per ricevere passivamente ‘consigli’ o ancor meno ‘direttive’, ma per essere aiutata a capire cosa davvero ritiene più saggio decidere. In questa fase due, o stadio meta-riflessivo, la signora si è posta sul terreno meramente filosofico. Può darsi che ella arrivi alla conclusione di dover censurare drasticamente come peccaminosa o comunque intollerabili questa sua propensione (e magari deciderà opportunamente di chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta sugli accorgimenti tecnici più adatti a sradicarla); oppure alla conclusione di assecondare senza problemi di coscienza ogni desiderio sessuale, tutte le volte che ciò è possibile senza minacciare né il proprio benessere sanitario né la tranquillità del menage coniugale; oppure, ancora, alla conclusione di gestire - parlandone col marito - le proprie pulsioni in modo da canalizzarle all’interno del rapporto di coppia matrimoniale…Purtroppo, come notava Hegel, mentre chi vuol fare il calzolaio non si sogna di improvvisarsi tale ma si sottopone pazientemente a lunghi anni di apprendistato, chi fa filosofia (e ancor più chi fa filosofia consulenziale) pensa di potersi improvvisare filosofo, anche se non ha letto una riga di filosofia (e ancor meno di filosofia-in-pratica) e, di mestiere, è calzolaio o psicologo. Non si tratta infatti di suggerire libri da leggere né di distribuire massime e adagi tratti dalla tradizione filosofica e applicati come ‘pillole’ a chi bussa alla porta dei nostri studi: si tratta di mettere in opera una consuetudine pluriennale con i ragionamenti filosofici, con le diatribe dialettiche. con gli approfondimenti meditativi tematici, quale solo un filosofo di professione può - ordinariamente - maturare.
d) Se tutto questo è vero, si capisce perché il movimento internazionale che fa capo ai vari Achenbach, Lahav, Rushmann - e che in Italia è rappresentato da Pollastri, Miccione, Zampieri, Giacometti, Basili, Dal Palo, Sesino, Regina, Montanari e me (per limitarci ad alcuni filosofi di cui è più facile procurarsi gli scritti) - non riesce a vedere negli psicoterapeuti dei potenziali concorrenti ma, se mai, là dove fosse necessario, dei preziosi alleati. Il pane non è alternativo rispetto all’acqua: risponde a bisogni diversi. Di solito i viventi abbiamo bisogno di cibo e di acqua: e sarebbe un gran bel risultato se acquaioli e panettieri impiegassero il breve tempo della vita mortale a procurare acqua sempre più dissetante e pane sempre più nutriente, anziché a litigare .

Augusto Cavadi

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