venerdì 24 luglio 2009

Tre belle giornate a S. Stefano Quisquina: un breve resoconto


Centonove 24.7.09

NOI, STRANO IMPASTO DI ATOMI E SOFFIO VITALE

Che cosa è davvero reale per ciascuno di noi? Per uno la natura che si vede e che si tocca; per un altro i sentimenti che avverte intensamente; per un altro ancora le istituzioni politiche…La risposta che diamo a livello concettuale, di testa, condiziona - lo si sappia o meno - molte scelte di vita: di vita individuale, ma anche di vita sociale. Se riflettiamo su queste ricadute ‘pratiche’ delle nostre teorie filosofiche, potremo non stupirci apprendendo che nei primi giorni di luglio due associazioni palermitane molto sensibili alle tematiche politiche (la Scuola di formazione etico-politica “G. Falcone” ed il CESMI - Centro studi di medicina integrata) abbiano organizzato, presso l’accogliente hotel “Pigna d’oro” sui monti Sicani, una “tre giorni” di riflessione sul tema: “Spirito e/è materia?”.
Ancora più intuibile la legittimità della scelta se si aggiunge che ognuno di noi elabora - più o meno consapevolmente - un’idea di ‘uomo’ all’interno della propria concezione globale della realtà: il nostro modo di pensare l’essere umano (la nostra antropologia) è sempre collegata al nostro modo di concepire l’essere in generale (la nostra ontologia). A meno di serie difficoltà schizofreniche, ci facciamo una concezione del “microcosmo” che siamo all’interno del “macrocosmo” che ci attornia e ci avvolge.

Per queste ragioni è stato importante chiarire come alla domanda fondamentale (in questo senso ‘metafiisca’) “che cosa intendiamo quando diciamo materia o spirito?”, la tradizione filosofica occidentale ha offerto una gamma di risposte differenziate che vanno dal materialismo di un d’Holbach all’immaterialismo di un Berkeley. Come ha scritto con la solita ironia Bertarnd Russell, “tutti sanno che ’spirito’ è ciò di cui un idealista dice che esiste esso solo e nient’altro, e che la ‘materia’ è ciò di cui un materialista pensa la stessa cosa”. Probabilmente, però, questo aut-aut è solo l’ingombrante eredità del dualismo cartesiano, da cui l’uomo occidentale sta faticosamente cercando di emanciparsi. Cartesio, come è noto, contrapponeva la res cogitans (la realtà pensante, immateriale) alla res extensa (la realtà estesa, materiale): ma sottovalutando il fatto che, in ogni caso, di res (realtà, essere) si tratta. Una realtà, un essere che si dispiega in maniera analoga su livelli di crescente organizzazione, armonia, informazione: e che a noi non si dà mai né allo stato di pura ‘cosa’ senza idea né di pura ‘idea’ senza una qualche ‘cosità‘ (i fisici ci vanno spiegando meglio, di decennio in decennio, in cosa consista davvero tale ‘cosità‘). Esiste una materia che non è strutturata da nessun software? Esiste una Intelligenza trascendente che non è supportata da nessun hardware? Domande lecite e intriganti, ma che possono essere affrontate solo partendo da ciò che è certo perché evidente: l’essere che noi siamo e che ci abbraccia da ogni lato è un impasto inscindibile di hardware e di software. Le ‘cose’ belle (corpi naturali o opere d’arte che siano) rendono quasi palpabile l’impossibilità di separare la dimensione ‘bruta’ della materialità dalla dimensione ‘formale’ che la permea e la plasma.
All’interno di questa prospettiva globale sull’essere-in-generale, anche il caso particolare dell’essere-umano andrebbe re-impostato in maniera nuova (o tanto antica da risultare nuova): chiedendosi non se l’uomo ha un’anima, ma di che tipo è l’anima che l’uomo è. Aristotelicamente, infatti, è ovvio che ogni vivente sia tale in quanto vivificato da un principio vitale: da determinare soltanto, di caso in caso, quali ‘funzioni’ (se solo vegetative o anche sensitive o addirittura intellettive) una determinata ‘psyché’ è in grado di espletare.
In ogni caso, il pensiero filosofico contemporaneo sta cercando di recuperare una visione unitaria del vivente umano: in qualche caso sostenuto dalle ricerche filologiche ed esegetiche (che hanno messo in luce come la Bibbia non conosca nessuna forma di dualismo) o da intuizioni poetiche come nei versi di A. Philippe : “Ti ho troppo amato per accettare che il tuo corpo scompaia e proclamare che basta la tua anima e che essa vive. E poi, come fare a separarli, per dire: questa è la tua anima, questo è il tuo corpo? Il tuo sorriso, il tuo sguardo, il tuo comportamento e la tua voce erano materia o spirito? L’uno e l’altro ma inseparabili”.
Pur convergendo in una prospettiva unitaria, i relatori ospiti del seminario hanno rappresentato posizioni teoriche differenziate. Michele Ernandes, docente di biologia e membro della sezione siciliana dell’Unione Atei e Razionalisti Agnostici, ha sviluppato con coerenza logica inesorabile l’assunto di Feuerbach “l’uomo è ciò che mangia”: senza risparmiare interessanti dettagli anatomici e fisiologici, ha evidenziato i nessi - per lui evidenti - fra la struttura biologica, l’ambiente fisico e la produzione simbolica di ogni popolazione. Alberto Giovanni Biuso, docente di filosofia della mente all’università di Catania, pur insistendo sulla struttura essenzialmente corporea dell’essere umano, ne ha sottolineato la capacità di creare segni intelligibili e di comunicare: capacità propria di un “dispositivo semantico”. Carmelo Samonà, medico appassionato di antroposofia, ha preferito rimarcare - pur nella totalità dell’esistenza umana - la irriducibilità fenomenologica della mente e del cervello: noi ci percepiamo pensanti mediante la massa cerebrale, non ci percepiamo sic et simpliciter come massa cerebrale.
Impossibile sintetizzare in poche righe ciò che ogni partecipante ha ritenuto di poter mettere nello zaino. Solo arbitrariamente si potrebbero evocare alcuni ‘guadagni’. Prima di tutto la riprova che domande filosofiche come “che cosa intendiamo quando diciamo corpo o mente?” sembrano - a prima vista - astratte nel senso deteriore del termine, lontane dalla concretezza della vita quotidiana; ma, in realtà, ciò che pensiamo su cosa sia davvero reale (nell’universo e nella nostra soggettività) comporta delle conseguenze molto precise e molto tangibili sul nostro modo di vivere come persone e come società. Inoltre si è toccata con mano la falsità dell’equazione (volgare) di pensiero materialistico e condotta di vita reprensibile: si può pensare di essere ’solo’ materia e comportarsi in maniera eticamente ineccepibile, proprio come è possibile rivendicare istanze di trascendenza ’spirituale’ e comportarsi in maniera meno che bestiale. Ancora: ogni discorso sull’uomo va inserito in un contesto cosmo-centrico, lasciandosi definitivamente alle spalle il delirio antropocentrico di chi si illudesse che la coscienza umana possa dare senso al mondo - e non piuttosto, se mai, riceverlo da esso in dono precario. Ma, soprattutto, l’esperienza di una convivenza serena fra trenta persone provenienti da ‘luoghi’ (non solo geografici) disparati ha confermato quanto radicata e diffusa dia l’esigenza di un confronto riflessivo fra le persone. L’assetto sociale attuale sembra offrire solo chiassosi talk-show o monotone liturgie in cui si sa già sin dall’inzio che cosa il guru dirà: ma forse più cittadini di quanto si sospetti desiderano abitare spazi di dialettica costruttiva, senza liti né riti, in cui ciascuno possa essere se stesso e sperimentare il prodigio di un ascolto attento e cordiale da parte degli altri convitati. Una società più vivibile è anche una società dove si possano scambiare le proprie convinzioni con semplicità di linguaggio, rigore delle argomentazioni e soprattutto assoluto rispetto interpersonale, in modo che ciascuno, pur senza intenti apologetici o proselitistici, abbia modo di esporre con calma il proprio punto di vista.

Augusto Cavadi

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